A tu per tu con Guido Rancati

Raccontare i rally, la sua passione.
Guido Rancati ha dedicato la sua vita a questo sport, capendolo, scrivendone.
Lo ha visto cambiare, lo ha visto versare lacrime, lo ha visto rinascere.
Ed ora, come sempre fatto dalle colonne di Autosprint, Rombo, TuttoRally e Gazzetta dello sport, regala a Storie di Sport una bellissima intervista.

Caro Guido, sei stato definito il “Poeta dei Rally” per la tua penna cosi romantica, piena di passione, non ferma alla mera cronaca ma davvero coinvolgente. Se tu dovessi raccontare una e solo una storia tra tutte quelle che hai vissuto nel mondo dei rally, quale sceglieresti?
“Piano con le parole: ben che mi vada, posso essere definito un cantastorie… Detto questo, le cose che mi hanno “preso” maggiormente sono state le “prime volte”, le prime vittorie di un’auto o, meglio, di un pilota e allora dico il successo di Piero Liatti e Fabrizia Pons al Monte di vent’anni fa”.

Gli appassionati di oggi sono spesso e volentieri gli stessi appassionati di ieri solo un pò invecchiati; le nuove generazioni sembrano interessarsi davvero poco anche a questa disciplina che, per chi guida, è senza dubbio la più spettacolare di tutte. Cosa è successo di cosi grave negli ultimi trent’anni per arrivare a questa deludente realtà?
“Purtroppo, soprattutto in Italia, è così. E’ vero che, in generale, per i ragazzi di oggi l’auto non ha lo stesso fascino che aveva per noi, ma penso che a far calare l’interesse sia anche il fatto che da noi ci si appassiona a una specialità solo quando un nostro connazionale vince. E’ un fenomeno che avrebbe dovuto essere combattuto e invece è stato alimentato proprio da coloro che non avrebbero dovuto: i giornalisti”.

Parliamo dei favolosi anni 80; le Gruppo B, mostri a quattro ruote, hanno talmente scioccato il pubblico, in positivo si intende, che ancora oggi se ne sente l’eco. Al bar, in prova speciale, con gli amici, non si parla di Ogier, Latvala o Sordo, ma di Alen, Toivonen, Rohrl. Aiutaci a farci capire cosa è stata quell’epoca lì.
“Premesso che tanto favolosi non erano per i drammi veri che li punteggiavano, vale un po’ il discorso di prima. E poi, purtroppo da sempre, la morte affascina e la Dakar non sarebbe quella che è senza le sue tante vittime: in altre parole, siamo rimasti sostanzialmente gli stessi che ci esaltavamo davanti ai gladiatori…”.

Colin McRae con la Subaru Impreza Gruppo A

Gli anni novanta, dopo la scomparsa delle Gruppo B, hanno portato alla ribalta nuove sfide, nuove icone come McRae e la Subaru, Makinen, Sainz; possiamo parlare di una seconda era d’oro dei rally?
“Sarà perché sono vecchio, ma ne ho viste abbastanza da esser tentato di parlare di terza o quarta età dell’oro. Certo, le world rally car della primissima generazione sono rimaste in mente per i campioni che le hanno esaltate. Ma è anche in quegli anni che è iniziato il declino del made in Italy”.

Come per Schumacher in formula 1 anche i rally hanno avuto il loro cannibale: Sebastien Loeb. Il suo dominio, schiacciante, incontrastato, perdurante, ha fatto bene o male alla disciplina?
“Per come la vedo io, un supercampione può fare solo bene. Sono i grandi assi che scatenano l’interesse e lo spirito di emulazione e l’alsaziano è stato grandissimo”.

Una delle caratteristiche dei rally è il rischio, altissimo, che piloti e spettatori si assumono; epiloghi amari ce ne sono stati fin troppi, ma quello che ha lasciato il segno più profondo è senza dubbio l’incidente di Henry Toivonen. Cosa ricordi di quei momenti drammatici?
“La rabbia. Tutti, dal Rally del Portogallo, sapevamo che quelle auto erano bombe e non abbiamo fatto nulla per fermare il timer… E a distanza di trent’anni, provo rabbia per chi esalta quelle assurde e mal fatte “bare con le ruote”, quei prototipi fatti alla buona…”.

I resti della Delta S4 di Henri Toivonen

I piloti, gli eroi, i cavalieri del rischio. Quali sono stati secondo te, e perché, i migliori cinque piloti della storia dei rally moderni?
“Intanto bisognerebbe chiarire quando iniziano i tempo moderni. Se intendiamo dalla creazione del mondiale in poi, dico, in ordine sparso: Sébastien Loeb perché ha vinto più di tutti, Jean-Luc Therier per il suo saper improvvisare più e meglio di chiunque, Sébastien Ogier per la capacità di rimettersi in gioco, Sandro Munari per la capacità di affinare qualsiasi auto e Juha Kankkunen per quel suo riuscire a imporsi di non superare quasi mai il limite di cosa aveva fra le mani”.

Questa disciplina non può prescindere dalle automobili; le auto da rally hanno rappresentato per decenni il vero sogno di ogni ragazzo, di ogni appassionato. Tutti noi abbiamo sognato di possederne una. Nell’immaginario collettivo quali sono state secondo te le più rappresentative?
“Sono scelte personalissime per cui non creso sia possibile approntare un elenco che vada per tutti. Per quanto mi riguarda, dico la Fulvia HF, la Jidè, la X-1/9”.

Ogier e la sua Fiesta WRC Plus vincitori a Montecarlo

Passiamo al presente, con uno sguardo al futuro. Ford, Citroen, Toyota e Hyundai. Ogier, Latvala, Neuville, Sordo. Il piatto è ricco per attirare commensali come un tempo oppure le portate sono ancora insipide? La WRC Plus è un primo passo nella direzione giusta?
“Quelli che sanno tutto dicono di no… Io posso solo dire di ricordare quanto male, nel mondo, furono accolte le Gruppo A chiamate a succedere le Gruppo B e di conseguenza penso di poter affermare che la rinascita dell’interesse da questa parte delle Alpi ha poco a vedere con le auto che gareggiano”.

Ultima domanda: Miki Biasion e la Lancia avranno prima o poi eredi?
“Italiani? Forse, prima o poi. Ma più poi che prima, purtroppo”.

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