Alive, i sopravvissuti delle Ande

“Tra di noi c’è un patto che nessuno ha mai violato.
Non riveleremo mai con quali cadaveri ci nutrimmo e con quali no”.

Montevideo,Uruguay, 1972.
La squadra di Rugby Old Christians Club stava godendosi il volo verso Santiago del Cile attraversando l’Argentina sulla rotta delle Ande, come sempre così imponenti, fredde, innevate.
Il viaggio non fu scevro da intoppi; le complicate condizioni meteo, una fitta nebbia accompagnata da pesanti perturbazioni, obbligarono l’equipaggio ad uno stop forzoso della rotta a Mendoza, in Argentina.
Passata lì la notte l’aereo della squadra fu costretto a ripartire a causa del regolamento, ferreo, che impediva a velivoli stranieri di sostare per più di ventiquattro ore sul suolo Argentino.
La scelta dei piloti se continuare il viaggio o rientrare a Montevideo a causa delle persistenti pessime condizioni meteo si risolse a favore della prima, decidendo così di affrontare quelle Ande scenograficamente stupende.
Ma quel giorno, purtroppo, nascoste.

Volando oltre la coltre di nuvole i piloti del Fokker F27 della Fuerza Aérea Uruguaya commisero un grave errore di valutazione; diverse ipotesi furono elaborate al riguardo ma ciò che più pare chiaro è che un errato calcolo di velocità e tempo impedirono al velivolo di attraversare la cordigliera nel punto stabilito, obbligandolo in una zona impossibile da superare alla quota di volo data l’altezza delle montagne.

Nel momento in cui iniziò la discesa, autorizzata dalla torre di controllo di Montevideo, si trovò a pochi metri da cime acuminate e maestose.
L’aereo, nonostante un disperato tentativo di riprendere quota a 4200 metri colpì le rocce, l’ala destra e la coda andarono in frantumi trascinando al di fuori del velivolo i primi passeggeri, mentre la fusoliera scivolò lungo il pendio, perse la seconda ala e dopo circa due chilometri si adagiò in mezzo alla neve.
Un’enorme bara bianca, sola, nel più totale silenzio.

Numerosi passeggeri morirono sul colpo, altri alcuni giorni dopo; i sopravvissuti dovettero misurarsi con improvvise valanghe, clima inospitale e condizioni disumane, al riparo precario in una fusoliera semidistrutta, ma per loro unico appiglio alla vita.

Soccorsi claudicanti, distratti, insufficienti; dalla radio dell’aereo i superstiti appresero che dopo alcuni giorni erano stati dichiarati ufficialmente morti.
Nessuno sarebbe più andato a cercarli.
Nessuno li avrebbe mai più salvati.
Solo loro stessi.

“Ce l’abbiamo fatta perché eravamo una vera squadra”.
Con i viveri agli sgoccioli, l’animo di coloro i quali stavano facendo a spallate con la morte dovette fare i conti con la sfida più difficile di tutta la loro vita.
Quella di cibarsi dei corpi dei loro compagni ormai deceduti.
“Ho rivisto milioni di volte quei giorni, non faccio altro. Ma per tornare alla vita non avevamo altra scelta”.

Basandosi sulle parole del pilota morto poco dopo lo schianto, i sopravvissuti decisero di giocare l’ultima loro carta disponibile; la posizione comunicata loro però era terribilmente errata in quanto i dati di volo non rispecchiavano la realtà.
Credevano di essere da tutt’altra parte, molto più vicini alla civiltà.

Due di loro, Parrado e Canessa, dopo settimane passate in quell’inferno di ghiaccio e stenti, partirono così alla ricerca di aiuto; ogni passo poteva allontanarli definitivamente dalla speranza di farcela, ma loro fortunatamente non lo sapevano.
Dieci giorni e sessanta chilometri percorsi fra crepacci, tormente, cime invalicabili.

Lo scoramento stava per prender loro il sopravvento, quando in lontananza videro una valle tra le montagne che poteva ospitare un fiume capace di far prosperare, più a valle, civiltà.
I nostri camminarono per giorni, raggiunsero finalmente il fiume e lo percorsero sul fianco vedendo scorrere sotto i loro piedi prima neve e poi finalmente rocce nude.

Scesero ancora, allo stremo delle forze, ma il loro istinto sapeva che non c’era altra scelta; erano atleti, fortunatamente ancora in discrete condizioni, e in quanto atleti le loro menti e il loro fisico erano predisposti al sacrificio.
Era una sfida, molto più grande di tutte quelle affrontate fino a quel momento; portavano nel loro cuore i compagni, non sapendo quanti ancora dei quattordici sopravvissuti avrebbero potuto riabbracciare.
Lo dovevano a loro e a coloro che no, un abbraccio, un saluto, un cenno, non avrebbero mai più potuto regalarglielo.
E ci provarono.
Fino a vincere la loro più grande partita.

Videro al di là del fiume tre uomini a cavallo; uno di essi, Sergio Catalàn, scrisse loro su di un foglio di carta arrotolato ad un sasso dando loro la possibilità di chiedere aiuto.
L’incubo era finito.
I soccorritori vennero avvertiti e Parrado salì con loro sull’elicottero per aiutarli ad individuare la carcassa dell’aereo e i quattordici superstiti.

In piedi Sergio Catalàn, seduti Parrado e Canessa

Una prova di disumana forza interiore per loro, ventenni impreparati ma accompagnati dalla ferma convinzione che “se moriremo, moriremo camminando”.
Il disastro delle Ande passò alla storia; il vorticoso senso di impotenza del genere umano inaspettatamente cancellato dalla forza di volontà, mai doma al cospetto della supremazia della natura, per una volta inchinatasi a chi aveva scelto la vita.

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