Andre the Giant, il grande gigante gentile

Ussy sur Marne è un piccolo comune situato a circa 60 chilometri di distanza da Parigi, di quelli dove la vita sembra scorrere a rallentatore, con ritmi diametralmente opposti da quelli di una delle città più vive d’Europa.

All’alba del 2018, questo piccolo agglomerato percorso e bagnato dal fiume Marna, non raggiunge le mille anime residenti, ma ne 1953 divenne famoso in seguito all’acquisto di una casa in loco, da parte di Samuel Beckett. Fu proprio in questa ridente e tranquilla cittadina che uno degli scrittori più importanti del XX secolo, decise di ritirarsi per completare e scrivere una parte dei suoi ultimi capolavori: una piccola casa spoglia, circondata da un prato di erba finissima, lontana dalle distrazioni della quotidianità con un telefono destinato solo a chiamare, senza possibilità di ricezione.

Tra gli operai che lavorarono alla ristrutturazione di quel rifugio per il drammaturgo Irlandese, c’era anche un certo Boris Roussimoff: un umile lavoratore di origini bulgare, che qualche anno prima aveva visto la moglie Mariann dare alla luce un figlio che avrebbe dovuto convivere con i disagi del gigantismo.

Per la verità il piccolo André soffriva probabilmente di acromegalia (letteralmente, dal greco, “crescita delle estremità”), patologia derivante dall’esposizione dell’organismo ad un eccesso di ormone della crescita, tanto che già a 12 anni avrebbe superato i 190 centimetri di altezza, flirtando con i 100 chilogrammi di peso.

All’età di sette anni, il non così piccolo André Roussimoff doveva ogni mattina recarsi a scuola, ma la sua stazza già importante complicava non di poco le operazioni di trasporto, utilizzando il semplice scuolabus destinato a coetanei di dimensioni “normali”. Con il padre impegnato fin dalle prime ore del giorno nel lavoro di muratura e ristrutturazione, fu proprio Samuel Beckett a proporsi di accompagnare con la sua auto quel giovanissimo ragazzo, che sognava nella vita di diventar agricoltore. Era un modo per sdebitarsi, magari incuriosito da quella strana creatura dalle forme bizzarre per l’età, o forse un metodo per velocizzare indirettamente il completamento dei lavori.

Morto nel 1989 a Parigi (gravemente malato, pochi mesi dopo il decesso della moglie), Beckett avrebbe anche fatto in tempo a riconoscere quello sgraziato infante, raggiungere gli apici del Wrestling mondiale qualche anno prima, se solo se ne fosse interessato. Chissà, magari ne avrà riconosciuto i lineamenti in qualche replica televisiva, oppure in qualche giornale sportivo dell’epoca, accompagnato da un nomignolo apparentemente coincidente con la reale apparenza del suo mastodontico corpo: “Il Gigante”.

In ogni modo, se sia verità questa autentica leggenda che lega André Roussimoff ad uno dei più grandi geni che la narrativa ed il teatro abbiano mai conosciuto, non è dato saperlo.

Ma su quel ragazzone nato a Grenoble il 19 Maggio del 1946, le leggende ancora oggi si sprecano, come quella per la quale bevve la bellezza di 156 pinte di birra in una sera, oppure le controversie relative ad un’altezza che a volte toccava i 226 centimetri ed altre i 213: non c’è da stupirsi, anche perché stiamo parlando di colui che venne rinominato “l’ottava meraviglia del mondo”, divenuto oggi il volto di Obey. 

Stiamo parlando di André The Giant, probabilmente il più leggendario Wrestler di sempre.

Malgrado André Roussimoff fosse riconosciuto come un dignitosissimo studente, decise di abbandonare la scuola da molto giovane, convinto che l’istruzione fosse inutile per le sue ambizioni di agricoltore. In realtà scoprì ben presto che né il lavoro nei campi, né quello in fabbrica, erano particolarmente produttivi e redditizi per uno della sua stazza. Mentre continuava letteralmente ad ingigantire, decise di sfruttare la sua fisicità per inserirsi nel mondo della lotta libera: non ancora maggiorenne si trasferì a Parigi, mettendosi nelle mani del promoter Edouard Carpentier, con il quale iniziò a costruirsi una fama nell’ambiente locale con il soprannome di “Monster Effeil Tower”.

A partire da quel momento Andre iniziò a girare per tutto il globo mettendo il mostra la sua rarissima fisicità, accolta come ai limiti del mostruoso, aiutato dal manager canadese Frank Valois. Era la seconda metà degli anni 60 quando “Monster Roussimoff” toccò l’Africa, la Nuova Zelanda ed anche il Giappone con i suoi combattimenti, prima di stabilizzarsi a Montreal dove veniva regolarmente impiegato in “Handicap Match” (da solo, contro più avversari).

Era un successo puro, per quanto dentro quel corpo terrificante e quello sguardo da abominevole uomo delle nevi, si celasse l’animo semplice, timido e generoso di un giovane ragazzone di campagna, da sempre in difficoltà con i disagi del suo gigantismo, che come massimo ambizione voleva sostanzialmente lavorare la terra.

Quando la sua incredibile apparenza incontrò le attenzioni di Vince McMahon Senior (imprenditore statunitense, creatore della World Wrestiling Federation e dello show che ancora oggi rappresenta, al cambiar di sigle), gli occhi di quest’ultimo iniziarono a brillare come se avesse incontrato la più grande macchina da soldi vivente. Fu lui a consigliare ad Andrè di assumere un aspetto (se possibile) ancora più terrificante, aumentando di peso e coniando per lui quel nome che lo avrebbe portato nella leggenda: André the Giant.

Nella prima metà degli anni 70, il suo personaggio personificante un mostruoso gigante buono con i bambini ma terribile con gli avversari, portò il Wrestling Statunitense a diventare da sedicente sport per appassionati, a fenomeno di massa. Lui, alternando nel frattempo apparizioni in Australia ed in Giappone, conobbe anche umanamente quell’Hulk Hogan divenuto simbolo di questo show travestito da disciplina, e laddove il teatro e la finzione si nascondo dietro alla parola “sport” e “culturismo”, strinse con lui un’amicizia vera, onesta.

La ricetta del Gigante Francese destinato a scontrarsi con altri “mostri” provenienti dal resto del mondo (che fosse Big John Studd oppure il “gigante della Mongolia” Killer Khan, poco cambiava), era destinata a riempire i principali palasport d’America, dal Madison Square Garden di New York allo Spectrum di Philadeplhia.

André partecipò alle prime edizioni dell’happening Wrestlemania, vincendo una storica Royal Rumble (sfida senza esclusione di colpi tra venti lottatori nello stesso ring, alla quale presero parte anche sei atleti della NFL) e confermandosi il personaggio più in vista della WWF, ma contemporaneamente il suo corpo iniziava a soffrire le pressioni, gli sforzi ed il suo peso sempre in costante aumento.

Del resto, nel 1974 era finito nel libro del Guinness dei Primati come Wrestler più pagato fino ad allora, rifiutando anche la proposta da parte dei Washington Redskins di giocare da professionista a Football Americano: sarebbe stato veramente troppo per quelle ginocchia già malconce, reggere quel peso in una stagione di NFL.

In ogni caso, più o meno in quel periodo esordì nel mondo del cinema debuttando nella serie Tv “l’uomo da sei milioni di dollari”, prendendo parte in seguito a film come “Conan il Distruttore” e recitando la parte di Fezzik ne “La Storia Fantastica”.

Tuttavia il Wrestling continuava a mietere successi ed attirare quantitativi copiosi di soldoni e sponsorizzazioni, per cui non c’era assolutamente il tempo per fermarsi, per recuperare, per rifiatare. La storia di André The Giant non è assolutamente simile a quella cinematografica di Elephant Man, ma in questa fase sembra lontanamente richiamarla.

Nel 1987 il copione scritto sul suo personaggio prevedeva una faida con l’allora amico (anche sul ring) Hulk Hogan, secondo regia apparente del manager Bobby “The Brain” Heenan, per la quale i due si affrontarono in un evento destinato a cambiare la percezione delle strategie di mercato collegate a grandi eventi sportivi. In quella sfida all’interno di Wrestlemania III, Hogan sollevò completamente sopra la sua testa il pesantissimo corpo del Gigante, prima di schienarlo a terra realizzando quella che allora fu pubblicizzata come la sua prima sconfitta per sottomissione. Oltre 93.000 spettatori seguirono quei momenti al Silverdome di Detroit, accompagnati da diversi milioni collegati televisivamente in tutto il mondo: la WWF stava entrando nel suo periodo magico, grazie a questa rivalità che cambiò le carte in tavola per Andre, a livello di popolarità “positiva”.

A questo punto, i copioni riguardanti il personaggio del Gigante iniziarono a presentarlo come un bizzarro e maldestro cattivo del quale approfittarsi (come quando “l’uomo da un milione di dollari” Ted Dibiase lo convinse a sfidare Hogan per il titolo, per batterlo ed acquistare da lui la cintura di campione), terrorizzato ed ossessionato dal Pitone Damien portato a bordo ring da Jake “The Snake” Roberts, destinato a vincere il titolo di coppia affiancato al mostruoso Haku (proveniente da un isola della Polinesia) in una squadra denominata “The Colossal Connection”.

Agli albori degli anni 90, André the Giant tornò sporadicamente a rappresentare ruoli maggiormente circoscritti al suo animo, quelli del buono, e del resto nel profondo dei suoi occhioni la luce positiva del bene era ben intravedibile. Tuttavia le sue condizioni fisiche continuavano a peggiorare, e per continuare a “mangiare” senza esser sottoposto agli stress eccessivi dei riflettori del grande Show Statunitense, partecipò ad alcuni eventi della nipponica “All Japan Pro Wrestling”, ritirandosi di fatto nel 1992.

Differenti operazioni chirurgiche alla schiena e l’incurvarsi a causa di evidenti problemi posturali (non dimentichiamoci che André era “The Giant” perché affetto da una malattia anche dolorosa, oltre che deformante) ne diminuirono progressivamente la stazza in altezza. Anni di sforzi fisici e di vita sostanzialmente nomade da “fenomeno da baraccone” (in quello che per certi versi era additabile come un modernissimo “Freak Show”), ne minarono la salute anche cardiaca.

Malgrado tutto, nella vita privata il Gigante Francese continuava a mostrarsi il simpatico buontempone di campagna che sostanzialmente era sempre stato, chiaramente dopo aver sconfitto la proverbiale timidezza che lo attanagliava fin da ragazzino (del resto, come avrebbe potuto non ottenere una certa autostima, l’uomo che fu il primo Wrestler a finire sulla copertina del prestigioso Sport Illustrated?).

Una volta, in un Hotel a Reading in Pennsylvania, André bevve qualcosa come 156 pinte di birra (secondo versioni discordanti 176, ma poco importa), prima di collassare totalmente ubriaco nella Hall dell’albergo. In molti provarono ad alzarlo di peso, sperando di togliere quel pachiderma da lì, magari aiutandolo a recuperare la via del letto, ma non ci riuscirono. Per smuovere il Gigante dovettero aspettare che si risvegliasse dai fumi dell’alcool, rimettendosi faticosamente in piedi: è grazie a questo aneddoto che André The Giant è stato incoronato (ovviamente in modo non ufficiale) come il più grande bevitore di sempre.

Il 27 di Gennaio del 1993, André si trovava in Francia, rientrato per assistere ai funerali del padre, quando venne colto nel sonno da un infarto fulminate, per il quale il suo cuore malmesso non riprese a battere.

Fu così che uscì di scena un ragazzone generoso destinato ad esser imprigionato nella parte di un mostruoso gigante, seppur di fama planetaria.

Il suo decesso non sarà certo stato causato dalla volontà di essere “normale”, come quello della pellicola diretta da David Lynch che racconta la storia di Elephant Man, ma è probabilmente bello immaginarselo accolto stavolta dal padre nel firmamento infinito, dove “niente morirà mai” (proprio come il Joseph Merrick protagonista del film).

Effettivamente, a distanza di decenni dalla sua dipartita, quegli occhi buoni incastonati in un volto tanto gigantesco da far paura, sono tornati ad essere visti e rivisti per tutto il globo, anche da persone nate anni dopo la sua morte. È infatti la faccia di André the Giant quella stilizzata e divenuta stencil grazie allo street artist Shepard Fairey, in arte Obey, destinata a rappresentare un brand riconosciuto ed impresso in magliette, poster e suggestioni della nostra epoca.

“Niente morirà mai”, figuriamoci se poteva esser destinata a scomparire “l’ottava meraviglia del mondo”!

Era l’estate del 1990, ed io di anni ne avevo sei. Mi trovavo in vacanza all’Isola d’Elba con i miei genitori, e mentre mia madre cuoceva al sole, mio padre osservava a distanza le evoluzioni dei miei giochi immaginari: correvo — saltellando e nascondendomi — dall’ombrellone verso alcune siepi che si trovavano subito dietro quelle docce destinate a chi vuole togliersi di dosso la salsedine, una volta uscito dall’acqua. Muovendomi furtivo, ad un certo punto mi trovai di fronte una figura mastodontica, della quale non raggiungevo neanche la metà della gamba. Guardai in alto, e quell’omone dai riccioli neri mi snocciolò un sorriso da gigante buono, seppur tremendamente lontano in altezza.

In quel volto riconobbi quello di André the Giant e di impulso mi terrorizzai, scappando di corsa a nascondermi dietro alla sdraio accanto a mia madre, che tra il falsamente preoccupato ed il distante, mi chiese cosa avessi visto di tanto spaventoso.

Mamma, non ci crederai” — le risposi con il fiatone — “ma ho appena visto André the Giant!”. Non ricordo di averla sentita neanche rispondere.

Tuttavia, per quanto riguarda colui che da giovanissimo ha avuto come autista Samuel Beckett, che è stato il recordman per numero di birre ingurgitate nella storia delle pinte, che ha combattuto in gabbie roteando quelle manone al cielo come se fosse il re del mondo, e che addirittura è stato Fezzik ne “La Storia Fantastica”, una leggenda in più o in meno, non fa di certo differenza.

Grazie all’autore Davide Torelli

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