Ayrton ed Eric, destini incrociati

Sono uomini, in fondo.
Il fatto che facciano cose al di fuori delle umane possibilità, sfiorando consapevolmente la morte, non riesce a renderli disumani.

La dimensione emotiva non dovrebbe mai prendere il sopravvento su chi guida una monoposto di formula 1; troppo pericoloso distrarsi, deconcentrarsi, farsi prendere da emozioni forti.

Una bellissima storia che può aiutarci a capire quanto un gesto umano sia forte all’interno di un contesto così competitivo, estremo e istintivo è quella che vide come protagonisti Ayrton Senna ed Eric Comas.

Prove libere del Gran Premio del Belgio 1992, a Spa Francorchamps; pista straordinaria, immersa nelle Ardenne, foresta dal verde intenso, acceso, accecante.
Teatro di imprese sportive e non solo, tra le più cruenti, terribili, che segnarono indissolubilmente il secolo scorso.

E’ curioso, strano, pensare a come luoghi del genere che non videro altro che sangue per lunghi anni, che furono frontiera, che ospitarono l’ultimo colpo di coda dell’esercito tedesco negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, siano ora in grado di accogliere la pista più bella del mondo, capace di attirare ogni anno centinaia di migliaia di spettatori festanti, in una cornice davvero ineguagliabile.

Un luogo di rinascita.

E di rinascita si parla ricordando quelle prove libere.
La pista di Spa Francorchamps è velocissima, un mix di rettilinei lunghissimi e di curvoni veloci, classicamente definiti “da pelo”; e il fatto che sia il 1992 può far capire come il tema “sicurezza” non fosse propriamente in cima all’agenda del circus.

Nel corso degli anni il tracciato è stato aggiornato, le vie di fuga sono state ampliate rendendo quei curvoni molto più sicuri e, inevitabilmente, molto meno selettivi.
E’ la sottile linea rossa del motorsport; privilegiare la pelle a discapito del fegato.
Ma questa è un’altra storia.

Il terzo settore di Spa è un tratto quasi completamente “full throttle”.
Si esce dalla doppia curva a destra di Stavelot per poi aprire completamente il gas affrontando, chi ci riesce, in pieno le due sinistra di Blanchimont.

Nel 1992 le monoposto di formula 1 avevano un carico aerodinamico molto meno importante rispetto ad oggi e percorrere in pieno Blanchimont era, come dire, una sfida a chi aveva gli attributi più grossi.

La velocità di percorrenza era intorno ai 270 km/h, senza elettronica, senza idroguida; c’erano solo volante, gomme e pedali.
E il sedere, unica spia in grado di far capire al pilota che stava esagerando.

Eric Comas, pilota francese della francesissima Ligier, stava percorrendo proprio Blanchimont quando qualcosa andò storto.
Le TV ripresero i resti della monoposto appena incidentata; detriti ovunque, barriere divelte e il pilota fermo, immobile, all’interno.

La scena fu raggelante, data la velocità di impatto sarebbe potuto succedere di tutto; d’altronde quelle macchine lì non erano certo dei punti di riferimento in fatto di sicurezza passiva.

I soccorsi si misero in moto proprio quando sul posto arrivò Ayrton Senna; il brasiliano rallentò vistosamente, schivò i detriti e senza pensarci due volte fermò la sua McLaren a bordo pista.
Sullo sfondo il rombo squarciante del motore Renault della Ligier, rimasto a pieni giri, fece capire ad Ayrton che qualcosa andava fatto.
Si liberò delle cinture e si lanciò nell’abitacolo di Comas spegnendo all’istante il propulsore evitando un’esplosione o un incendio dello stesso.

Unico a essersi fermato, Ayrton insieme ai soccorritori riuscì a salvare Comas, in quel momento senza conoscenza, mettendo seriamente a repentaglio la propria di vita.
Un gesto che Eric non dimenticherà mai.

Il destino però spesso e volentieri si diverte a giocare, mettendo a confronto situazioni drammatiche senza risparmiare coloro che ne hanno sofferto.

Gran Premio di Imola 1994.
E chi se lo dimentica.
L’11 settembre della formula 1.

Senna che se ne stava andando e milioni di tifosi piangendo lo stavano salutando.
Tutti stavano vivendo un momento terribilmente angoscioso lì a Imola, tutti tranne Eric Comas.

Colpito da problemi tecnici subito dopo il via, il pilota francese era rientrato ai box per ricevere l’intervento della squadra; non era nemmeno sceso dalla monoposto Eric, il team stava lavorando in fretta e furia, i giri passavano e la squadra non aveva occhi che per lui.

Là fuori, a poche centinaia di metri, si stava consumando uno dei drammi più importanti della storia dello sport e in Larrousse, semplicemente, non lo sapevano.

Mentre Senna stava ricevendo il soccorso drammatico dei medici, adagiato a fianco della macchina che lo aveva poco prima tradito, ecco che in Larrousse davano il via a Comas, ignari dello stop imposto alla gara per l’incidente di Ayrton.

Eric scaricava a terra tutta la sua rabbia e tutte le sue marce affrontando in pieno la curva del tamburello quando davanti a lui si aprì una scena che, raccontò poi, non avrebbe mai voluto vedere.

Medici, sangue, ambulanze, elicotteri. E Ayrton. A terra, a esalare i suoi ultimi respiri.

«Il destino ha voluto che fossi l’ultimo a vedere Ayrton, e il primo a capire che non sarebbe stato più con noi.
Vidi l’elicottero, l’ambulanza, la sua Williams e Ayrton in barella circondato dai medici.
Il casco di Ayrton era in macchina ma non riuscivo a guardarlo, faceva troppo male. Ero immobile a pochi metri da lui, e ricordo di aver sentito l’odore della morte. Rimasi paralizzato e iniziai a piangere.
Tornai ai box e decisi di non correre.
Ero in aeroporto e in tv continuavano a dare le immagini di Ayrton, dell’incidente. Poco prima di imbarcarmi seppi che era morto. Da quel giorno ho odiato la Formula 1
»

Eric Comas pose fine alla sua carriera in formula 1 proprio al termine di quel 1994, quando il destino, che due anni prima gli donò un angelo brasiliano, diede lui il drammatico privilegio di ringraziare quell’angelo per ultimo, prima che se andasse via per sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *