What’s the story, Valentino?

“Vecchio, guarda la mia vita, Sono molto simile a come eri tu un tempo” cantava Neil Young in uno dei suoi brani leggendari, Old Man, 1972.
Qualcosa di simile lo starà pensando forse oggi Maverick Vinales, giovane e vincente compagno di squadra di Valentino Rossi, l’Old Man di cui sopra.

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Chiariamo subito: nessuno accuserà qui Valentino di essere vecchio, lento, da buttare.
No. Anzi. Rossi sale sul podio con una regolarità disarmante e la sua esperienza, unita alla capacità di rimanere competitivo in ogni condizione, sta regalando lui una sorta di seconda giovinezza.
Un Valentino così forte forse non lo si è mai visto.

Non è difficile capire però che qualcosa, lentamente, sta cambiando nella sua carriera e nell’orizzonte del motomondiale tutto.
Valentino Rossi è un personaggio globale, imprescindibile per il business motociclistico dentro e fuori dalla pista; rappresenta un marchio a sé, più prorompente di qualsiasi campagna pubblicitaria, di nuove o vecchie idee, cambi regolamentari, stravolgimenti tecnici.

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Il pilota Rossi è solo una parte, la più importante per noi tifosi certo, del marchio Valentino.
La forza trainante del suo passato è ineguagliabile, condita non solo da risultati ma da tutto quello che ha reso questi risultati così irresistibili, cristallizzati nel tempo, immuni da tutti coloro che di anno in anno si sono issati, o meglio sono stati issati, a suoi eredi.

E’ banale certo, forse anche noioso, dire che non può e non potrà mai esserci il “nuovo Valentino”; troppi talenti, velocissimi, sono stati schiacciati dal peso di questa pressione così grande e insopportabile, incapaci volenti o nolenti di gestire un carico di aspettative, risultati, che solo chi è nato con quella luce può saper fare.

Due sono al giorno d’oggi i giovani e affermati talenti che, solo dal punto di vista dei risultati, possono prenderne il posto; Marc Marquez e Maverick Vinales.
Ecco loro due, e solo loro due, saranno in grado negli anni a seguire di spartirsi vittorie e mondiali cercando invano di guadagnarsi il posto lasciato libero da Valentino nel cuore dei tifosi di tutto il mondo.
Perché un giorno, non molto lontano, Valentino se ne andrà.
Lasciando orfano il motomondiale, irrimediabilmente.

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Questo processo di addio in realtà è già iniziato e le basi sono visibili.
Yamaha per prima ha voluto tutelare il suo futuro ingaggiando Vinales; il compagno di squadra è, si sa, il primo avversario e non è difficile immaginare che imporre a Rossi, non uno qualunque, un collega così tosto non sia stato per nulla facile.
Accettarlo e lasciare che sferri fendenti così profondi ad ogni turno di prove, ad ogni test, ad ogni gara significa che la casa dei tre diapason ha messo in conto l’imponderabile.
Il rischio cioè di un definitivo “pensionamento”.
Ma non è ancora detta l’ultima parola.

In secondo luogo il motomondiale tutto si sta abituando alla mancanza di vittorie di Valentino; nelle ultime sette stagioni, cioè dal 2010, Rossi ha stappato lo champagne dal gradino più alto del podio undici volte, come fece in una singola stagione sia nel 2001, 2002 e 2005.
Certo gli avversari sono cambiati, non possiamo assolutamente paragonare Biaggi, Checa e Gibernau a Stoner, Marquez e Lorenzo, faremmo un torto all’intelligenza di chiunque.
Non è Valentino che è peggiorato, sono gli avversari ad essere più forti.
I piloti coi quali ha lottato in 500-Motogp fino al 2006 non avevano mai vinto un titolo nella massima categoria, a parte Kenny Roberts Jr.
I piloti coi quali ha lottato dal 2007 al 2016 di titoli ne hanno vinti 8 (2 Stoner, 3 Marquez e 3 Lorenzo) mentre Rossi in quegli anni lì ne ha vinti due.
Il contesto quindi è semplicemente cambiato.
E tutti noi, tifosi sin dagli albori delle sue scorribande in 125, che esultiamo per un terzo posto, stiamo dando la misura di questo.
Ci siamo abituati a non vederlo vincere.
E trattandosi del peso massimo della storia del motociclismo è alquanto sintomatico.

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Infine, il punto più tecnico dell’analisi, è che lui stesso è cambiato nell’approccio.
Non che questo sia un male, anzi è, come per quanto riguarda l’adattamento a diversi stili di guida, sintomo di grande intelligenza e capacità di “sopravvivenza” che nessun altro è stato capace di mettere in scena.
Resistere e volgere a proprio favore, rimanendo altamente competitivo, cambiamenti regolamentari, tecnici e umani (oltre vent’anni sulla cresta dell’onda non sono poca cosa) dimostra che Valentino Rossi non solo ama ciò che fa, ma fa ciò che ama, approfondendo, mettendosi in discussione, accettando le lezioni che nel corso di questi ultimi anni il destino gli ha duramente presentato.
Non ha mollato, ritirandosi anzitempo o chiudendo il gas.

Le sonore sconfitte subite nei due anni in Ducati sono state probabilmente la molla definitiva; si impara più da una sconfitta che da mille vittorie e quei due campionati lì hanno fatto capire a lui e a tutti noi che tornare al vertice era possibile.
Perché Rossi si è rimesso in gioco, ha accettato di nuovo la sfida con chi i titoli li aveva vinti mentre lui sbatteva, si sbatteva, leccandosi le ferite.
Se guardiamo ai risultati non è stato per nulla facile; il 2013 ed il 2014 hanno rappresentato una strada in salita che lentamente, ma inesorabilmente, ha migliorato gambe e fiato di Valentino presentandolo pronto per giocarsi il decimo titolo nei due anni a venire.

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Ma l’approccio, quello è cambiato; negli ultimi tempi la chiave dei Gran Premi, data l’altissima qualità dei partenti e il numero di piloti in grado di rimanere in lotta per il titolo, è quella di arrivare costantemente a podio.
Questo aspetto è diventato più importante che rischiare il tutto per tutto per vincere un GP.
Valentino durante i primi anni di Motogp non ha mai corso con questo spirito, questa visione; le lotte con Biaggi e Gibernau erano senza quartiere.

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Mostravano certo la sua superiorità schiacciante ma anche la sua propensione all’errore.
Voleva vincere gara e titolo a tutti i costi, anche quando sarebbe stato sufficiente un secondo posto.
Voleva portare a casa la gara all’ultima curva rendendo leggendario quel sorpasso.
Tante volte gli è riuscito, altre volte no.
Ma mai e poi mai un Gibernau come quello del 2003 o del 2004 sarebbe stato in lotta per il titolo così a lungo contro un Valentino come quello per esempio del 2015, molto più riflessivo e meno istintivo rispetto a dieci anni prima.

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Gli errori di Rossi che portarono Sete a vincere diversi Gran Premi in quel biennio sono spariti dal repertorio; ora la concentrazione necessaria per sfiorare il limite ad ogni giro è molto più alta rispetto a quando Valentino poteva giocarsela quando e come voleva dato il famoso secondo nel polso che aveva di vantaggio su chiunque.

Non cadere, non sbagliare una staccata, evitare imperfezioni: questi sono i dogmi del nuovo Valentino.

Ora però va tirata un riga a chiudere questo ragionamento: può Valentino Rossi, nove volte campione del mondo, con più di cento vittorie in tasca, oltre vent’anni di carriera e milioni, anzi, decine di milioni di tifosi in tutto il mondo, accettare di portare la lotta per il titolo ad una mera questione di classifica?

Può cioè rinunciare alle lotte corpo a corpo, ai giochi di pressione psicologica, alle spallate riducendo i suoi Gran Premi a meri inseguimenti di piloti più veloci di lui, chiudendo sì a podio, ma mettendo sulla bilancia non più la forza prorompente di Valentino Rossi come Divinità delle due ruote ma solamente costanza e miracoli di messa a punto?

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“Vecchio, guarda la mia vita
Ventiquattro anni
e ancora così tanto da vivere
Vivo da solo in un paradiso
Che mi fa immaginare di essere in due”

Neil Young forse non immaginava che Maverick Vinales e Marc Marquez avrebbero potuto un giorno sposare le sue stesse identiche parole ripensando a quanto sarebbe stato bello lottare e magari vincere contro Valentino.
Il vero Valentino, quello che tutti noi aspettiamo.
E che, incrociando le dita, speriamo riappaia di nuovo “simile a com’era un tempo”.

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