Divac & Petrovic: War will tear us apart

Conoscete quella filastrocca, secondo la quale la Jugoslavia era “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”; ecco, nulla di più vero. Sebbene la storia ci abbia consegnato la fine di questo stato tra gli anni ’90 e 2000, contestualmente alle terribili guerre etniche che ivi si sono succedute, in realtà la fine ha una data molto precisa: 4 maggio 1980.

La morte di Tito, indiscusso capo dello stato che grazie al carisma, alla polizia segreta e alla lungimiranza aveva tenuto insieme per oltre trenta anni popoli così diversi, segna un punto di non ritorno. La mancanza di successori all’altezza, la caduta della Cortina di Ferro e le ormai incolmabili differenze etniche, accentuate dagli squilibri socio-economici, daranno poi vita a quel bagno di sangue che ha sconvolto queste terre a noi così vicine.


Cosa c’entra lo sport con tutto questo? Beh, c’entra eccome perché, come al solito, sport e politica si rincorrono separate da un tiro libero di distanza. Anche perché, come in tutti i paesi in cui lo sport è al centro di un sistema capillare gestito e valorizzato dallo stato e in cui, oltre al gioco, si insegnano i valori e la disciplina, i talenti non mancano.

C’è un episodio, non proprio idilliaco, che ci dà l’esatta dimensione su quanto, nei Balcani, il legame tra sport e politica fosse granitico. Il 13 maggio 1990 dovrebbe tenersi il derby tra Stella Rossa e Dinamo Zagabria (il campionato ovviamente era unico). In realtà, la partita non si terrà mai. I mai tanto celati pessimi rapporti tra serbi e croati esplodono in enormi tumulti dentro e fuori lo stadio Maksimir di Zagabria. Quel giorno, tra l’altro, verrà sempre ricordato per il calcio volante rifilato da Boban ad un poliziotto; in realtà, c’è un altro aspetto, questo si, se possibile ancora peggiore.

Le due fazioni di ultras che quel giorno si fronteggiano nello stadio, i BBB – Bad Blue Boys della Dinamo e i Delije della squadra di Belgrado (con a capo Željko <<Arkan>> Ražnatović), ancora non lo sanno. Tra pochi mesi però, si ritroveranno a fronteggiarsi, questa volta con i fucili in spalla in quanto, tanto il presidente serbo Milosevic che quello croato Tudman, da lì attingono per costituire importanti milizie dei rispettivi eserciti.

Ad ogni modo però, questa non è una storia di guerra. E’ la storia di due amici, uno serbo e uno croato, e di una grande cavalcata. La Jugo, l’abbiamo detto, è stata una grande fucina di talenti e una grande terra di sport; non solo ha ospitato grandi eventi (come le Olimpiadi invernali di Sarajevo dell’84), ma ha vantato anche grandi squadre nazionali, nella pallamano, nella pallanuoto, nel calcio e soprattutto nel basket.

La nazionale Jugoslava della palla a spicchi, sciolta ufficialmente nel 2003, sebbene ne facessero ancora parte solo Serbia e Montenegro, nel suo palmares vanta un oro olimpico, cinque mondiali e otto europei. Se si considerassero anche i rispettivi piazzamenti sul podio, il computo delle statistiche diventerebbe imbarazzante. Una corazzata dunque, un corazzata che teneva testa ad americani e sovietici.

Proprio quel fatidico 1990 però, nello stesso tempo, per la Jugo, quella vera, rappresenterà il canto del cigno: al Mondiale di calcio (la Stella Rossa, ossatura di quella squadra, nel 1991 vince la Coppa dei Campioni) van fuori ai quarti, dopo i rigori, contro l’Argentina di Maradona; in quello di basket, oggetto della nostra storia, dominano, “sfarinando” quello che resta dell’URSS in finale, con il risultato di 92-75.

Di li a poco federazioni e squadre connesse inizieranno a sfaldarsi. In realtà è anche vero che non è tutto oro quel che luccica; in questo senso la mitografia di questo fenomeno non è neanche facile da realizzare, in quanto i giudizi che si possono dare non sono unanimi: se infatti è vero che non sono mancati i grandi trionfi, è anche vero che spesso sono arrivate grandi delusioni. Se da una parte senza dubbio è innegabile quanto lo sport unisca, è anche oggettivo, in questo particolarissimo contesto etnico-sociale, che spesso i membri della Jugoslavia si sentissero, in una squadra che li racchiudesse “a forza” tutti, davvero fuori posto. E’ difficile infatti far parte di una nazionale, se la reputi come un oppressione rispetto alle tue radici e alle tue identità nazionale.

I protagonisti
La nostra storia comincia in date e luoghi diversi: in particolare, nella città croata di Sebenico e in quella serba di Prijepolje, rispettivamente il 22 ottobre 1964 e il 3 febbraio 1968; è in queste date infatti che nascono i nostri eroi: prima Drazen Petrovic, poi Vlade Divac. Uomini questi tanto diversi, quanto incredibilmente abili con una palla in mano da infilare in un cesto posto a 3,05 metri di altezza.

I due comunque, crescendo in quello strano contesto ibrido che è il socialismo titino (decentrato e che prevedeva il ricorso all’autogestione delle fabbriche e a larghi elementi di mercato), conoscono la pace sociale e riescono a dedicarsi a tempo pieno alla loro grande passione: il basket. Divac, che è alto più di due metri e dieci, si forma, cestisticamente parlando, nel Partizan Belgrado; non che fosse uno sportivo modello, il suo soprannome Marlboro Man parla da solo, ma la sua tecnica è sopraffina.

Giocatore dominante, tecnico come pochi, nel 1989 addirittura finisce in NBA, ai Lakers, dove viene chiamato per sostituire un mostro sacro come Jabbar, appena ritiratosi. Il tutto, a soli ventuno anni. Oltreoceano l’ambientamento non è facile ma, un po’ grazie al bel rapporto stretto con il capitano Earvin <<Magic>> Johnson, un po’ con il talento, riesce a sopperire alle difficoltà inserendosi molto bene in quel contesto e divenendo titolare.
Peccato però che il ritiro di Johnson nel 1991, dopo l’annuncio della sieropositività, e il progressivo sfaldamento dei Grandi Lakers per motivi fisiologici, lo porteranno spesso a predicare nel deserto, giocando in una delle peggiori squadre dei Lakers, almeno fino a tempi recenti.

Intanto in NBA, nel 1989 per la precisione (scelto da Portland), era arrivato anche l’altro nostro protagonista: Drazen Petrovic, questo si, davvero uno stranissimo fenomeno. Un play/guardia di 196 centimetri. Una sorta di giocoliere, caratterizzato da un genio davvero raro. Del resto se ti chiamano “il Mozart dei Canestri”, un motivo ci sarà. Anche in questo caso, gli inizi non sono tutti rosa e fiori, anzi.

Petrovic, come detto un croato, si forma tra Sibenik e Cibona Zagabria. Il ragazzo però è un vero ossessivo: avendo le chiavi delle palestre, sia prima che dopo la scuola, si cimenta in infinite sessioni di tiro. Quando a quindici anni sei già così inquadrato, il tuo futuro non può che essere uno. Prima di volare in NBA, c’è tempo per una stagione al Real Madrid, il 1988-1989, dove vince la Coppa dei Campioni contro Caserta per 117-113, segnando in finale 62 punti. Sebbene non esente da critiche, per via del suo esasperato individualismo (del resto anche la donna più bella del mondo qualche difetto deve per forza averlo), nel 1989 Petrovic è considerato il giocatore più forte d’Europa.

Petrovic e l’NBA: un amore difficile
L’NBA dei primissimi anni ’90 non era quella di oggi. I senatori neri della lega avevano infatti una strana diffidenza verso i “bianchi europei”. Petrovic poi, oltre a non arrivarvi da giovanissimo, vi si pone con l’idea di essere il migliore. E in NBA questo atteggiamento, comprensibile ma non giustificabile, si paga.

Il primo anno a Portland fa molta fatica, anche se a livello di squadra la squadra è buono: gioca di fianco di quel Clyde Drexler che all’epoca in molti paragonavano a Jordan (clamorosamente smentiti nelle Finali 1992 ma questa è un’altra storia ). Si arriva fino alle finali contro la Detroit di Thomas e Rodman; finali perse per 4-1. L’avventura a Portland, oltre a non essere caratterizzata da grandissime statistiche, è resa difficile dal pessimo rapporto instaurato con alcuni compagni che lo accusano, senza mezzi termini, di pensare solo a sé stesso.

Dopo un solo anno Petrovic cambia costa: si va ai New Jersey Nets. Le giornate negli USA, per il croato assumono delle tinte davvero plumbee. Meno male che alla sera c’è sempre la telefonata di un amico, da Los Angeles, che lo rassicura, gli dice di tenere duro e che il suo momento arriverà. Non sono queste semplici frasi di facciata, perché colui il quale parla al telefono, lo fa con grande cognizione di causa. Egli infatti, lo conosce bene, in quanto hanno condiviso la trafila nelle nazionali e condividono la stessa stanza nei ritiri. Come si è capito, l’amico è Vlade Divac. I due infatti, cresciuti cestisticamente e non solo insieme, sono divenuti grandi amici.

Oltre ogni differenza etnica, culturale e anche, per così dire, cestistica, saranno i principali autori del trionfo 1990 della Jugo.
Un momento però: torniamo un secondo a quelle telefonate. Divac ha davvero ragione. Arrivato ai Nets il talento in versione NBA di Petrovic, esplode in tutta la sua enorme grandezza. Dopo un 1990-1991 di ambientamento, nei due anni successivi, i Nets vanno ai Playoff e le cifre di Petrovic parlano chiaro: siamo sui 20 di media a partita. Anche in America ora sanno chi è. Peccato solo però che, alla sera, non ci sia più l’amico che si complimenta con lui al telefono, dicendogli che aveva ragione. Anzi, in quegli anni i due non si parlano proprio. Perché, contestualmente alla sua esplosione, nel rapporto tra Petrovic e Divac succede qualcosa.

Il 1990: l’inizio della fine
I mondiali in Argentina di Basket del 1990, a posteriori, rappresentano una di quelle ultime reunion di quei grandi complessi rock. La Jugo domina, gioca una basket celestiale e in finale travolge l’URSS. Di quella squadra, tra gli altri, fa parte anche un altro croato, tale Toni Kukoc, che sarà sesto uomo nei Bulls di Jordan e farà grandi cose in italia con Treviso. Dopo la vittoria finale, i giocatori festeggiano in campo: c’è chi si fa foto ricordo, chi si prepara alla premiazione. Nella confusione, sul parquet si presenta un tale che sventola una bandiera croata: Divac, accortosene, lo prende da parte, gli strappa la bandiera e la getta per terra. Petrovic lì per lì neanche realizza.

La stampa però, soprattutto quella croata, non perde occasione per ricamare su questo episodio. A questo punto, accade l’irreparabile: Petrovic ,che mai come prima si sente croato, e che in verità non ha mai nascosto il suo odio verso i serbi, avendo visto ed analizzato i fatti, prende una decisione.
Da adesso in poi Divac sarà un nemico. A lui non rivolgerà più la parola. Divac, basito, prova a giustificarsi, asserendo che il suo non era un gesto politico ma che lo aveva fatto semplicemente per ribadire che quella squadra non era serba, croata, slovena. Era la squadra di tutti. Era la Jugoslavia.

Ogni eventuale tentativo da parte di Divac di ricucire i rapporti, viene troncato dall’inizio della guerra. La nuova stampa croata, libera adesso dal giogo del comunismo serbo e jugoslavo, era riuscita nel suo intento: trasformare Petrovic nel simbolo della ritrovata identità nazionale e demonizzare chiunque avesse avuto legami con i serbi. Anche se quel qualcuno aveva portato la nazionale, evidentemente non la tua a questo punto, sul tetto del mondo. I rapporti non torneranno più come prima.

La tragica fine
Non c’è solo la guerra a rendere impossibile la ricostituzione del rapporto. C’è una sentenza passato in giudicato. Il 7 giugno 1993 Drazen è in macchina presso Denkendorf con la fidanzata al volante, diretto verso la natia Croazia, dopo una partita contro la Polonia in cui ha messo a referto i soliti trenta punti. Sta dormendo. Sono circa le 17:20 quando, a causa della superficie viscida, un camion perde il controllo e invade la corsia opposta, schiantandosi contro la Golf della coppia. Petrovic, che non ha nemmeno la cintura di sicurezza, muore sul colpo. Così, nel sonno. Per il basket, per l’NBA, per i Nets, per la Croazia (in cui il 7 giugno è ancora lutto nazionale), è una tragedia.

Finisce così la storia di un’amicizia e di tante ore passate su un parquet a faticare certo ma anche a divertire, incantare e far sognare un intero popolo. Anzi, tanti popoli diversi, riuniti sotto una sola bandiera. Per Divac, volente o nolente, la carriera continua e culmina nell’esperienza dei Sacramento Kings. I Kings di fine anni ’90, primi anni 2000, sono una vera delizia.

La squadra formata tra gli altri da Webber, Stojakovic e Turkoglu è davvero buona e nel 2002 arriva fino alle finali di conference. Peccato che, come al solito, ci siano i soliti Lakers di Kobe e Shaq che li fanno fuori. Divac, dopo un ultimo anno proprio a Los Angeles dove torna a distanza di otto anni, si ritira nel 2005. Ricoprirà poi anche il ruolo di presidente del Comitato olimpico serbo.

L’epilogo di questa vicenda la lasciamo alle immagini finali di un bellissimo documentario della ESPN, Once Brothers, che ha provato a raccontarla. Divac, dopo aver incontrato la madre di Petrovic ed essersi “chiarito” con lei, si dirige verso la tomba del croato e ivi lascia una foto di loro due, in canotta “blu Jugoslavia”, mentre si abbracciano sorridenti.

Al di là del semplice pathos cinematografico, siamo sicuri che, tra una sessione di tiro e l’altra da lassù, dove tra l’altro neanche ti chiedono per forza di vincere, il “Mozart dei Canestri” abbia apprezzato e abbia accettato le scuse, dopo aver riconosciuto anche i suoi errori. Effettivamente, a noi, da veri appassionati, piace pensare sia andata così. Once brothers, forever Brothers.

Grazie a Lorenzo Proietti

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