Erano davvero anni d’oro per noi Greci

Mi chiamo Nikos, ho 33 anni e vivo a Keratsini, un quartiere poco distante dal Pireo.
Ho appena staccato: finalmente. Lavoro come cameriere in uno di quei locali alla moda di Kolonaki, ma non mi lamento, molti dei miei amici nemmeno ce l’hanno un lavoro.
Per fortuna parlo inglese, l’ho imparato grazie a un Erasmus fatto in Irlanda, durante gli anni dell’università. Se vuoi lavorare a Kolonaki serve l’inglese perché in quei locali da fighetti ci vanno tanti stranieri e loro, il greco, manco lo sanno leggere.
È un lavoro duro, faccio molte ore, ma con i 400 euro che guadagno ogni mese mi posso pagare la camera, le bollette e il cibo. Se non fosse per quei soldi, dovrei stare dai miei e loro non navigano certo nell’oro.

Sto andando a prendere la metro a Piazza Syntagma e arriverò a casa tra un’oretta, più o meno. Mi piace prendere la metro alla stazione Syntagma perché lì ci sono esposte le opere ritrovate durante i lavori di scavo: ho studiato archeologia all’università e avrei voluto fare l’archeologo.
Vedere tutti quei reperti mentre mi incammino verso il binario, mi lascia sempre un po’ di speranza, perché mi ricordo che il mio è un Paese bellissimo.

Prima di scendere nella pancia della stazione mi capita di dare un’occhiata alla grande bandiera sopra al Parlamento. È come se in quel pezzo di tela si fosse rintanato l’orgoglio della Grecia intera. La vedo garrire, lassù solitaria.

C’è stata una notte in cui non era sola, quella grande bandiera. Quella volta le bandiere erano un’infinità e il loro oscillare frenetico mi aveva ricordato il movimento delle onde del mare. Da quella notte, il 4 luglio non è una data importante solo per gli americani, lo è anche per noi greci.
Io c’ero, assieme a migliaia e migliaia di altre persone. Tutti increduli, tutti sognanti. Un orgoglio nazionale che si leggeva negli occhi di chi ti stava attorno: c’erano persone in lacrime, sconosciuti che si abbracciavano, gente avvolta nel kianolefki, la nostra bandiera, qualcun altro sbronzo.
Un’esplosione di gioia collettiva che io non ho mai più rivisto.

Erano davvero anni d’oro per noi.

Mi ricordo quando Dora Bakoyannis, la prima sindaco donna di Atene, disse che quello era un momento unico per tutta la Grecia. Aveva ragione. Fu un’impresa davvero ineguagliabile: la Grecia era quotata 80 a 1, all’inizio dell’Europeo, non avevamo mai vinto prima di allora una partita in una fase finale di un Mondiale o un Europeo.

Qualcosa di diverso nell’aria lo si cominciò a percepire fin da subito, dalla partita inaugurale a Porto, il 12 giugno. La Nazionale affrontava i padroni di casa del Portogallo. Che squadrone, quello lusitano: Figo, Cristiano Ronaldo, Rui Costa, Deco… Ci aspettavamo tutti una sconfitta e invece capitò qualcosa di incredibile. La Grecia si portò avanti con Karagounis al 6’ del primo tempo e non solo tenne, ma raddoppiò nel secondo tempo con Bassinas e la vinse 2 a 1.
L’Estadio do Dragao era ammutolito. Il girone era il più tosto di tutti: c’erano il Portogallo, la Spagna e anche la Russia, ma dopo la vittoria con il Portogallo, l’ 1 a 1 con gli spagnoli ci qualificò ai quarti.
Qualcuno se lo aspettava, forse?! Io no di certo. Ma non finì lì!

Il percorso fu semplicemente esaltante. Ai quarti la Francia di Zidane, in semifinale la Repubblica Ceca di Nedved e in finale di nuovo il Portogallo, questa volta a Lisbona. Tutte vinte 1 a 0! Lottando come dei leoni, con un eroico Traianos Dellas schierato da libero, un Katsuranis che azzannava come un cagnaccio i Palloni d’oro avversari e un Charsisteas la cui testa avrebbe meritato un’incisione su una moneta.

La vittoria di un collettivo guidato da un tedesco che diventò eroe nazionale, Otto Rehhagel. Uno che era riuscito ad opporsi alle ingerenze dei grandi club della capitale, Panathinaikos e Olympiacos su tutti, che pretendevano una quota fissa di propri giocatori nella Nazionale.
“Con me giocano i migliori: questa è una squadra, non un partito”, aveva dichiarato. Magari fossero stati così integerrimi anche i nostri politici.
Certo che un tedesco eroe nazionale greco fa sorridere, oggi…

Erano davvero anni d’oro per noi.

Dalla stazione del Pireo, il capolinea della linea 1, devo prendere il bus per arrivare a casa. Sono stanco morto e non vedo l’ora di arrivare. Per fortuna una sigaretta mi tiene compagnia mentre aspetto alla fermata. Inspira, espira.
Tra le evoluzioni del fumo intravedo un adesivo. È mai possibile che qualcuno l’abbia appiccicato adesso, più di dieci anni dopo?! Una corona di alloro stilizzata bianca, su sfondo celeste. E sotto i cinque cerchi colorati: Athens 2004.

Eh sì, pochi mesi dopo quell’Europeo, ad Atene arrivò un ospite molto gradito: il Mondo.
Me li ricordo bene quei giorni, si respirava un’aria elettrizzante, c’era euforia in ogni via di Atene. La piccola Grecia ce l’aveva fatta, diventava finalmente un Paese civilizzato e moderno. La città era stata trasformata, un restyling lucente. Furono spesi 15 miliardi di euro. Uno solo per il Venizelos, il nuovo aeroporto internazionale. Poi due linee della metropolitana, due autostrade, il cablaggio dell’intera città, il villaggio, gli impianti e lo stadio Olimpico, con quella copertura spettacolare disegnata da Calatrava.

Con l’esordio di Kiribati e Timor Est e il ritorno dell’Afghanistan parteciparono tutti e 202 paesi membri del Cio. Il Mondo era arrivato da noi e noi gli avevamo fatto vedere che cosa sapevamo fare.
Solo una cosa rovinò quella splendida festa nazionale, proprio il giorno prima dell’inaugurazione dei Giochi: i nostri moderni eroi, i due atleti che tutta la Grecia stava aspettando, Kostantinos Kenteris e la sua compagna di allenamenti Ekaterìni Thanou, non si presentarono a un controllo antidoping.
Si giustificarono dicendo di aver avuto un incidente con la moto proprio mentre stavano andando al villaggio olimpico per fare il test. Ma non era vero, erano tutte vlakies, cazzate. I nostri eroi erano dei truffatori? Dei bari? Sì, lo erano. E la cosa peggiore è che proprio in quegli anni lo Stato stava facendo lo stesso all’insaputa di tutti.

Solo nel 2010 si scoprì che avevamo pagato la Goldman Sachs e altre banche sin dal 2001 perché queste nascondessero le enormi quantità di denaro che stavamo prendendo realmente in prestito. I conti dello Stato erano truccati come le prestazioni di Kenteris e della Thanou. La prosperosa crescita che dal 2003 al 2007 era stata del 4% l’anno, era pompata come i muscoli degli atleti eroi caduti.

Le Olimpiadi però furono un successo, almeno apparente. Il re di quei Giochi fu Michael Phelps, che a 21 anni conquistò sei ori, gli stessi di tutti gli atleti greci messi assieme. Ma raggiungemmo il quindicesimo posto nel medagliere: mai successo prima. E nemmeno dopo, a dire il vero. Perché la gente non ha più avuto tanto tempo per pensare allo sport. Qualcuno dice che le Olimpiadi siano state l’inizio della fine.

Io non lo so, non sono un esperto, però agli impianti lasciati in rovina non ci voglio nemmeno pensare. Le moderne rovine greche, le chiamano. Ecco, se quelle antiche mi infondono coraggio, queste mi deprimono. Quando ho visto le foto di quegli impianti abbandonati a se stessi mi stava per scendere una lacrima. L’Aquatic Center, lo stadio del softball, quello del beach volley proprio qui vicino, al Pireo. L’erba alta, la ruggine, i seggiolini divelti, la desolazione dominano uno scenario che è metafora dei giorni nostri. È per quello che mi fa così male.

Erano davvero anni d’oro per noi.

La colonna di auto è infinita e il verde sembra non arrivare mai: sono stanco morto. Sul marciapiede a fianco al bus due ragazzi camminano e uno sta palleggiando con un pallone da basket. Mi metto a guardare quel pallone roteante e rimbalzante. Lo fisso.
Successe solo un anno dopo, nel 2005. Se ci penso adesso, mi sembra tutto così assurdo, la piccola Grecia campione d’Europa in due degli sport più importanti. Ma se la vittoria nel calcio era da sceneggiatura hollywoodiana, quella del basket era figlia di una tradizione ormai consolidata, di una cultura cestistica radicata.

La nostra passione per il basket nacque in un’indimenticabile estate degli anni Ottanta, nella quale la Grecia di Galis e del ragno Fassoulas superò prima la fortissima Jugoslavia e poi l’Unione Sovietica in una storica finale.

La squadra dell’87 è entrata nel cuore di tutti i greci, ma quella del 2005 era un concentrato di talento pazzesco. Una generazione di fenomeni: Papaloukas, Spanoulis, Zisis, Fotsis, Diamantidis! Con la Russia nei quarti di finale fu una partita tirata, ma la partita con la P maiuscola fu la semifinale contro la Francia di Tony Parker. Un sofferenza, vincemmo di un solo punto. La cavalcata nella finale contro Nowitzki ci consegnò un’altra festa: orgoglio e gioia scorrevano per le strade di Atene ancora una volta, solo dodici mesi dopo.

Quella fu l’ultima sbornia. Perché da lì le cose hanno cominciato ad andare sempre peggio. La crisi finanziaria globale del 2008 aveva già colpito duro, ma la botta finale arrivò nel 2010, quando si scoprì che i nostri conti erano truccati e che il nostro era un benessere gonfiato artificialmente come un palloncino pronto ad esplodere. Da quel momento parole come povertà, disoccupazione, debito e crisi sono entrate nelle orecchie di tutti i greci e non ne sono ancora uscite.
Una frustrazione collettiva, una sconfitta nazionale.

Eppure c’era stato un momento nel quale la speranza era tornata a far luce in fondo al tunnel, ma era solo un’illusione. Dopo quel referendum avevamo sperato che Tsipras potesse tener testa alla Merkel, invece è stato travolto esattamente come è successo alla Nazionale agli Europei del 2012, quando perse 4 a 2 contro i tedeschi.

Erano davvero anni d’oro per noi.

Dovrei cambiare le lenzuola, sono veramente uno schifo. Ma adesso non ne ho voglia, sono distrutto. Faccio fatica anche solo a tenere in mano lo smartphone. Quando torno a casa mi distendo a letto e do tregua alle mie gambe. Ne hanno bisogno dopo il lavoro. Lì sul letto di solito mi metto a cazzeggiare in internet e il primo sito in cui vado è sempre quello dell’Nba. Mi piace il basket in generale, ma da un po’ di anni la prima cosa che vado a vedere è quanti punti ha fatto Antetokoumpo.

Mi piace la sua storia: figlio di emigrati nigeriani che vivevano a Sepolia, uno dei quartieri più poveri di Atene. Lui e suo fratello Thanasis facevano i venditori ambulanti, giravano per Atene con una borsa piena di radioline e occhiali da sole. Riuscivano a racimolare solo qualche euro, perché di più era dura.
Penso da dove è partito e dove è arrivato, Antetokoumpo. Mi piace la sua storia perché mi dà speranza. Mi fa vedere che dalla povertà estrema si può uscire con la volontà, il talento e la determinazione.

È la stessa speranza che nutro per questo mio povero Paese, anche se è difficile pensare positivo, tremendamente difficile. Mi viene in mente uno dei libri del mio scrittore preferito, Nikos Ikonomou: Qualcosa capiterà, vedrai.
Sì, perché qualcosa qui deve capitare.

Grazie a Tommaso de Paoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *