Fabio Casartelli ieri e oggi

C’è una foto in rete.

Si trova facilmente, è sufficiente digitare nome e cognome del soggetto ed ecco che la piacevole e insensibile efficienza della modernità ti sbatte in faccia qualcosa che scuote.
Tanto, troppo.

Ma Fabio Casartelli non è solamente lì.
Fabio Casartelli è anche poco più in la, a braccia alzate, sorridente, nel giorno probabilmente più bello della sua vita sportiva; su quel podio a Barcellona, con indosso la medaglia più preziosa di tutte.
Campione olimpico nel 1992, a soli ventidue anni, con quegli occhi furbi e vivi consapevoli della propria forza, fiduciosi del proprio futuro.

E’ strano che Fabio sia lì, schiacciato in mezzo a due immagini così lontane, così forti, così intense; due emozioni a loro modo travolgenti, due momenti che a più di vent’anni di distanza raccolgono i ricordi più grandi che i tifosi hanno dentro.

Fabio Casartelli ci ha raccontato la sua forza sulla bici, un gesto capace di sprigionare così tanta energia, tanta vita, così antitetico rispetto a quel Fabio Casartelli che disteso a fianco del suo masso omicida sembra riposare i suoi muscoli, rilassarsi a seguito di uno dei tanti sforzi che il suo possente fisico ha dovuto sopportare per correre con i grandi.

Fabio Casartelli vince l’oro a Barcellona ’92

Erano gli anni novanta, ci eravamo dentro con entrambi i piedi; il 1995, il Tour de France, la squadra di Lance Armstrong, quell’Armstrong che di lì a poco scioccherà il mondo di diritto e di rovescio, nel bene e nel male, salendo così tanto che la discesa, agli inferi questa volta, non poteva non essere mediaticamente, sportivamente, umanamente dolorosissima.

Per Fabio erano anni sulla rampa di lancio, anni ruggenti che avrebbero potuto lanciarlo sempre più su ma che suo malgrado decisero che la tappa numero quindici della Grand Boucle sarebbe stata l’ultima, così come la curva sulla discesa per Ger-de-Boutx, accompagnata da inscalfibili paracarri.

Caddero in tanti, c’è chi fu sbalzato in fondo alla scarpata, chi si ferì, chi non si fece nemmeno un graffio, chi per pochi centimetri ce la fece, chi per pochi altri si ritrovò in una posizione così fanciullesca che solo la visione del rosso sangue fu capace di riportarci alla cruda realtà.

Virenque, Indurain, Armstrong e compagni ricordano Fabio

I soccorsi, i tentativi di rianimazione, l’ora di massaggio cardiaco, gli arresti, le telefonate alla famiglia.
Tutte scene che ciclicamente si ripetono.
Crude, necessarie, che rievocano drammi passati e fanno riaffiorare brividi che mai più si vorrebbe provare.

Lance Armstrong, due giorni dopo, dedica la vittoria a Fabio

Ma lo sport è quelle due foto.
Lo è stato, lo sarà.
Lo sport è anche l’arrivo in parata che il gruppo, fatto di uomini, uomini scossi, segnati, ma vivi, dedicherà il giorno seguente a Fabio; gesti consueti, spesso rivisti si, ma veri, sentiti, necessari.
Che uniscono, loro e soprattutto noi.
Aiutandoci a non dimenticare mai Fabio Casartelli.

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