Fernando Alonso, l’hara kiri del Samurai

 

“Piloti, che gente” intitolò il suo libro Enzo Ferrari.
Gente diversa; uomini soli, con un cuore enorme, gli occhi sbarrati.
Soli contro la paura, soli contro l’avversario, soli contro il destino.

L’istinto primordiale del Campione però può andare oltre ogni logica; una sorta di lato oscuro della forza che tramuta uno sport in una lotta di sopravvivenza, dove il fine ultimo non è soltanto correre per vincere, ma eliminare ogni cosa si frapponga fa lui e il trionfo.
E poi ricominciare, in un loop infinito, senza capacità di soddisfarsi, senza il sentore di aver concluso la missione.
Red Auerbach, storico allenatore dei Boston Celtics, basket Nba, dichiarò “la gente mi dice calmati, la partita è finita. Beh la partita non è mai finita”.

No, la partita non è mai finita se vuoi essere il numero uno.
La partita non può finire solo perchè una bandiera a scacchi bianchi e neri sta sventolando sul traguardo; la partita finirà soltanto quando un cannibale più forte e letale di te saprà sbranarti, ucciderti, una volta per tutte.

Fernando Alonso è esattamente così; considerato dai più come il pilota più forte dell’era post Schumacher, lo spagnolo fin dai primissimi anni in Formula 1 ha mostrato tratti caratteriali talmente definiti, forti, cruenti, che pensare ad un dominatore era diventato sentore comune.
Fernando si affacciò al mondiale con un solo obiettivo; eliminare dal piedistallo più alto di tutti Michael Schumacher.
I due sapevano annusarsi, riconoscersi; Schumi rivide ciò che lui stesso provò quando da giovane un po’ strafottente ne fece di ogni per detronizzare Ayrton Senna.

Si riconobbero quindi; i numeri uno sono fatti così, non c’è altro modo per misurarsi, per affermarsi, se non quello di eliminare l’avversario, batterlo senza ammetterne la forza, perchè farlo sarebbe un’ammissione di debolezza.
Ma nella sua carriera Fernando Alonso è andato oltre.
Dotato di un’energia, una tenacia, una grinta fuori media, lo spagnolo non ha saputo imbrigliare tutto ciò soltanto nel piede destro; Alonso è al contrario diventato il peggior nemico di sé stesso.

Non a caso dopo aver conquistato due titoli mondiali nei primi quattro anni di Formula 1, l’asturiano non ha più battuto chiodo nei successivi undici.
Sfoghi rabbiosi, tempi sbagliati, scelte tecniche disastrose sono stati alla base della frantumazione delle possibilità per lui di diventare il pilota più vincente di sempre, cosa peraltro possibile se solo avesse scelto con la testa e non con il fegato capovolto.

Dopo quattro stagioni e due titoli con l’ottima Renault guidata da Flavio Briatore Alonso scelse McLaren; la scuderia di Woking veniva da anni altalenanti, fatti di monoposto sbagliate e fenomenali vittorie di Raikkonen, ma dopo il passaggio del finlandese in Ferrari, la McLaren avrebbe dovuto sostituirlo col migliore.
E Fernando sarebbe stato l’uomo giusto.

“Dai che questa la mandiamo a Ron Dennis” “Non mi freghi Fernandelle, lo StarTac mica aveva la fotocamera!”

Il 2007 d’argento portò però in dote il debutto dell’antagonista per antonomasia di Alonso, quel Lewis Hamilton, inglese, portato in palmo di mano dai connazionali del team, un rookie capace di far vedere sorci verdi e non solo ad un bicampione del mondo facilmente infiammabile.
Un titolo mondiale quasi certo volò via così, sgretolato dalle stesse mani di quel team che, per estremo campanilismo, lasciò i suoi due galli uccidersi sportivamente a mani nude.
E Kimi Raikkonen insieme ai tifosi Ferrari ancora ringrazia, bevendo vodka, of course.

Stracciate le vesti, il contratto e probabilmente anche il bavero della camicia di Ron Dennis, Alonso decise per l’addio; aver ricattato il suo stesso team facendo leva sui segreti rubati a Ferrari da uno dei loro tecnici fu il solco divisorio fra le carriere di Fernando e della McLaren, ma anche il lasciapassare per un futuro prossimo in Ferrari.
Dovendo però attendere l’allontanamento di Kimi Raikkonen dalla rossa, che arrivò puntualmente due anni dopo grazie al pagamento del di lui stipendio da parte di Santander, sponsor di Alonso, lo spagnolo si trovò a dover attendere due anni scegliendo tra il ritorno in Renault o due vere e proprie scommesse: Honda e Red Bull.

Troppo rischiose per un top driver come lui, bicampione uscente e ventiseienne nel pieno della sua forza; soprattutto Red Bull, scuderia che un paio di anni prima aveva rilevato la Jaguar e che in quel momento veleggiava a metà classifica.
Mai errore fu più grande.
La scuderia austriaca guidata tecnicamente dall’artista del tachigrafo Adrian Newey dal 2009 sfornò quella che diventerà la monoposto più dominante prima dell’avvento dei motori ibridi; per intenderci un certo Sebastian Vettel in cinque anni collezionò un secondo posto e quattro titoli mondiali.
Cosa sarebbe successo se Fernando avesse tirato la moneta e fosse uscito Red Bull?

Con la decisione di lasciare McLaren Fernando entrò in una spirale nebulosa che al giorno d’oggi possiamo tranquillamente definire devastante per la sua carriera.
Da quel momento in poi ogni scelta, ogni bivio, ogni decisione allontanò Alonso dalla possibilità di vincere il titolo; certo in Ferrari lo sfiorò due volte, perdendolo amaramente all’ultima gara, ma non c’era stagione che lo vedesse partire come favorito.

Una sorta di frustrazione lo abbracciò e lentamente ma inesorabilmente le speranze iniziarono a scemare; Alonso, sanguigno e altresì smaccatamente sincero, riempì tv giornali e team radio di dichiarazioni spesso crude, scivolando in commenti gratuiti che sottolineavano la mancanza di fiducia dello stesso spagnolo nei confronti della rossa.
“Non stiamo lottando con Vettel, ma con Newey” arrivò a dichiarare, ribaltando ogni responsabilità a chi la monoposto la doveva progettare.

“Dai Fernando, la F1 in fondo non è tutto” “Lascia perdere, anche quel brocco di Raikkonen ha vinto un mondiale in Ferrari”

Un pilota come lui si stava sentendo in gabbia e da puro istinto latino commise quella che potremmo definire la cantonata del secolo; firmare per McLaren-Honda.
Già il ritorno a Woking, condito da tanto calorose quanto false pacche sulle spalle con Ron Dennis, stentava ad essere credibile, tutt’al più se corredato dal debutto dei giapponesi con una motorizzazione ibrida che durante i test al banco non aveva dato ancora i riscontri sperati.

“Quando torneremo a vincere domineremo” tuonava boriosamente Dennis; Alonso dal canto suo dovette “accontentarsi” di svariate decine di milioni di ingaggio che aiutarono lui e il suo entourage a bere senza troppe smorfie l’amaro calice, che in termini velocistici significava barcamenarsi ben lontano dalla top ten.

“Ehi Ron quanto ti era costato lo scherzetto delle mail che ti ho fatto?” “Cento milioni di dollari brutto s******* ******o”

Tre anni in purgatorio, tre anni che ci hanno mostrato un Alonso senza freni, senza quella patina politically correct che distingue fin troppo i piloti di F1 dell’era moderna; dichiarazioni al vetriolo, sfoghi in mondovisione contro quella che secondo lui è stata l’ennesima responsabile della debàcle, la Honda.

Quello che forse Fernando non ha mai affrontato è però un discorso franco e trasparente con sé stesso; inutile prendersela col box Renault, coi progettisti Ferrari o con i motoristi Honda. Ciò che avrebbe dovuto fare e che oramai appare fuori tempo massimo (Alonso ha 37 anni e sebbene sia in piena forma nemmeno la McLaren-Renault del prossimo anno gli farà conquistare il titolo) è capire pienamente che la responsabilità è solo sua.
Se lo spreco di talento è stato immenso, buttato a far sportellate con Toro Rosso e Sauber, non c’è altro colpevole che Fernando Alonso stesso.

Quanti titoli avrebbe vinto, quante auto dominanti avrebbe guidato se avesse messo un freno al suo strabordante carattere?
Se avesse accettato un confronto franco con Hamilton facendo leva sulla propria esperienza, se avesse scelto Red Bull invece che retrocedere in Renault, se avesse continuato a dar fiducia a quella Ferrari che ora con Vettel si sta giocando il campionato.
Tanti se, tanti ma, forse inutili, ma necessari per riflettere; il talento non è tutto, ciò che la natura ci ha donato va coltivato, preservato, per farlo emergere ancora più splendente, ancor più ricco.
E Fernando, che spesso nei suoi tweet ama citare gli antichi Samurai, pare davvero aver fatto hara-kiri.

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