Formula 1 2007, Iceman bollente

Sono passati due lustri.
Il lancio dell’Iphone, la morte di Pavarotti e di Enzo Biagi, Stoner con Ducati campione del mondo.
Il 2007 è stato in parte queste cose qua; no non è ieri, sono trascorsi anni dieci, sembra ieri si, ma Maldini non gioca più, Prodi gironzola per convegni e Le Vibrazioni è un po’ che non si vedono n giro.

Ed è in questo contesto, pre crisi Lehmann Brothers, quando immaginare il futuro non era poi così difficile, quando crescere e diventare grandi rappresentava una conquista e non una paura, è in questo contesto dicevamo che si inserisce la storia che andremo a raccontare.

A fine 2006 in formula 1 si chiuse un’era incredibile, costellata di innumerevoli vittorie, che vide protagonisti Michael Schumacher e la Ferrari tutta.
Irripetibile, emozionante, trionfante.
Chi ha avuto la fortuna di esserci, di seguirla, di soffrire e poi esultare sa benissimo che sarà impossibile viverne un’altra, accarezzare quelle sensazioni, passare dal baratro alle stelle trainati da un Campione indimenticabile come Schumi.

L’errore che spesso viene fatto, tutt’ora, è proprio quello di ricercare nei piloti attuali il “nuovo Schumi”; come se il pilota più vincente di tutti i tempi fosse un qualcosa di replicabile, ricostruibile.
Nemmeno Schumi era il nuovo Senna.
No, ogni esperienza è diversa, ogni uomo è diverso.
Ma questa è un’altra storia.

Schumi dicevamo aveva appeso (si scoprirà poi momentaneamente) il casco al chiodo, lasciando spazio in Ferrari ad un vero e proprio ricambio generazionale.
Dopo aver fatto da chioccia per anni a Felipe Massa, il Kaiser lasciò il suo pesantissimo sedile ad un biondino, finlandese di passaporto, già conosciuto al Mugello nell’inverno del 2000 durante un test che lo stesso biondino portò a casa stracciando la concorrenza e conquistandosi il posto in Sauber.

“Chi è quel ragazzino?” chiese un sempre attento Schumi, “Kimi Raikkonen, non ha ancora la super licenza e lo stanno provando per il prossimo anno” gli risposero.
“Tenetelo d’occhio, perché è uno che va forte per davvero” chiosò il tedesco.

Monza 2006, il passaggio di consegne

Ed eccolo lì, proprio su quel sedile, sette anni dopo, scelto da Jean Todt come erede del suo pupillo dopo anni in McLaren a dir poco entusiasmanti sebbene mai coronati da un titolo mondiale.
Velocissimo, imprevedibile, martellante, Kimi nei suoi anni migliori incantò il mondo.
E convinse Todt, che lo preferì ad Alonso perché nel suo passato nei rally si era sempre trovato bene con i finlandesi, sempre veloci, di talento e poco propensi a crear problemi.

La stagione partì bene, anzi benissimo; pole, vittoria e giro veloce per Kimi al debutto in Australia, come solo Fangio e Mansell riuscirono a fare.
I media si scatenarono, tutto sembrava in discesa, toni trionfalistici accompagnarono i giorni successivi e questo si sa è l’errore più grande che si può fare nello sport.

Si perché contestualmente al debutto di Raikkonen una nuova stella si affacciava nel circus; Lewis Hamilton debuttava con podio su quella McLaren che aveva puntato su di lui fin dalla tenera età di anni dodici, e che in quel 2007 aveva deciso di affiancarlo ad un pescecane delle piste come Fernando Alonso.

L’intento era chiaro; come ai tempi di Senna e Prost in McLaren non si dovevano fare prigionieri. Vittorie e titolo con i piloti più forti a disposizione.
Ma fare i conti senza l’oste spesso può esser pericoloso, soprattutto quando l’oste è un dipendente in cerca di promozioni.

Volti distesi nella pre season, dureranno poco

Come in una vera spy story che si rispetti ecco il colpo di scena; un ingegnere inglese dipendente McLaren, tale Mike Coughlan, riceve da un ingegnere inglese dipendente Ferrari, Nigel Stepney, le copie del progetto corredato da studi ed analisi tecniche della Ferrari F2007, la monoposto con la quale Raikkonen e Massa stavano partecipando al mondiale.

Un colpaccio a quanto pare; nelle ottocento pagine fotocopiate (nemmeno fossero universitari) venivano riportate strategie, consumo gomme, quote, punti forti e deboli, dati che entrambi i piloti McLaren vennero a conoscere e che poterono sfruttare a proprio vantaggio.
Ma il “tengo famiglia” è un concetto globale e quindi, al momento, muti.
Alonso però col tempo, stufo della concorrenza interna con Hamilton, minacciò il capo Ron Dennis di spifferare tutto alla FIA (il governo della F1) se non fossero finiti i vantaggi che il team, inglese, stava secondo lui concedendo al ragazzino, inglese, e, particolare da non sottovalutare, velocissimo.
Minaccia che mesi dopo divenne realtà e che costarono alla McLaren una multa da cento milioni di dollari, ma che ad Alonso aprì le porte per un futuro ingaggio in Ferrari.

Nigel Stepney, morirà in un incidente stradale nel 2014

Un pout pourrì di fatti che a tratti fece dimenticare la pista; Ferrari nella parte centrale del mondiale andò in crisi, McLaren si scatenò e i suoi due piloti andarono in testa al mondiale.
A Maranello e non solo si iniziò a gettare lunghe ombre sul valore dei piloti; Massa non era certo considerato un fenomeno, ma Raikkonen sì e queste difficoltà non venivano accettate dalla stampa, megafono delle alte stanze rosse.

Fortuna volle, per Ferrari ovviamente, che due circostanze decisive andarono a collimare; lo sbocciare di Kimi Raikkonen e lo scatenarsi della guerra intestina in seno al team anglo-tedesco.
Alonso sia in pista che davanti alle tv apparecchiò una guerra a tutto campo contro Hamilton reo di esser diventato il pupillo del capo in una sorta di gelosia scatenata dal fatto che lui, Alonso, fresco bicampione del mondo si sentiva il numero uno in seno al team, o perlomeno pretendeva di esserlo.

Era nel momento migliore della sua carriera, aveva appena battuto e pensionato Schumacher, non si aspettava certo di dover lottare e perdere il sonno per un ventunenne debuttante.

(Alonso blocca Hamilton in Ungheria, impedendogli la pole)

Di contro questo apriva un varco al finlandese della Ferrari che, pur essendo Iceman, soffriva il passaggio dalle vecchie Michelin alle nuove Bridgestone, pneumatici che sin dal 2005 avevano frenato persino Schumacher nella rincorsa al titolo.
Kimi ormai dato fuori dalla corsa del mondiale già a metà stagione (dopo il GP degli USA a Indy era 4° in classifica a 26 punti) faceva finalmente brillare tutto il suo talento nelle corse successive; il GP di Francia fu il crocevia della sua stagione, vittoria davanti a Massa, mentre a Silverstone nel GP seguente dopo aver perso la pole per un errore all’ultima curva si riprese il gradino più alto del podio davanti ad Alonso.

La classifica iniziò ad accorciarsi e in Ferrari dovettero seriamente iniziare a pensare al nodo-Massa; declassarlo a seconda guida oppure, dato che nel dopo-Schumi nessuno dei due sarebbe stato prima guida, continuare a trattarlo parimenti a Kimi?

Ferrari propese per la seconda linea; Massa finì davanti a Kimi sia in Germania (guasto per Raikkonen) che in Turchia (doppietta Ferrari) rimescolando di nuovo le carte in classifica generale: Hamilton, Alonso a 6 punti, Massa a 17 e Kimi a 18.
Tutto da rifare.

A Monza il motore Mercedes stracciò quello Ferrari e alla doppietta Alonso-Hamilton le rosse risposero con Kimi terzo (rallentato dai postumi di un pauroso incidente nelle libere) e Massa ritirato mentre tallonava le frecce d’argento.
Kimi sembrava ripiombato in quello status che a gare alterne lo ha quasi sempre contraddistinto: veloce sì ma da metà gara in poi, qualifiche spesso claudicanti e incisività nelle prime fasi di gara pressoché nulla.

Fortunatamente dopo Monza lo attendeva SPA Francorchamps.
SPA per Kimi è come un barattolo di spinaci per Braccio di Ferro, una campagna elettorale per Berlusconi, un tiro decisivo per Reggie Miller.
Si esalta, ci esalta, è capace di pennellare i saliscendi sulle Ardenne come un Renoir del volante e non c’è davvero nessuno, in quella pista, capace di contrastarlo.


The King of Spa andò a vincere in scioltezza davanti a Massa e Alonso nel giorno in cui lo spagnolo all’Eau Rouge piazzò un sorpasso su Hamilton da straccio licenza.
Le gerarchie, almeno in pista, andavano rispettate.

La testa della classifica si plafonò con Hamilton davanti di due lunghezze sull’asturiano mentre Kimi a -13, temperatura a lui evidentemente congeniale, era costretto ad attaccare senza pensieri dato che Massa, ormai a -20, non rappresentava più un reale problema.

Alle pendici del monte Fuji, cima che vide nel lontano 1976 la resa definitiva di Niki Lauda e l’affermarsi del suo “coraggio di avere paura”, il mondiale vide affermarsi l’ennesimo, ma non ultimo, colpo di scena.
Colpita da un tremendo tifone la pista risultò impraticabile se non con l’intervento della safety car; la direzione gara impartì l’ordine di gomme full wet per tutti ma in Ferrari, evidentemente in difficoltà con la rete internet manco fossero stati in Italia, non recepì e mandò in pista i propri piloti con gomme intermedie.

Errore decisivo; oltre a rendersi protagonisti di evidenti difficoltà, Massa e Raikkonen furono costretti a rientrare ai box retrocedendo ultimi e costretti ad una rimonta in condizioni difficilissime.
Fasi convulse costellarono la gara; incidenti e testacoda furono nettamente protagonisti in un gran premio così teso e decisivo come non se ne vedevano da tempo.
Alonso andò a muro, un giovanissimo Vettel tamponò Webber mentre erano in testa e in regime di safey car, Raikkonen mise sull’asfalto un filotto di sorpassi; ma Hamilton vinse dimostrando doti fuori media nella guida sul bagnato e approfittando dei guai del compagno e del terzo posto di Kimi aumentò il distacco in classifica.
Con venti punti in palio, due gare, guidava con dieci lunghezze su Alonso e diciassette su Kimi.
Il mondiale era per lui dunque una pura e semplice formalità.

Ma si sa, sebbene ritenuto uno sport noioso, quello dei motori può essere, ed è, imprevedibile.
In Cina i piloti partirono con gomme intermedie a causa di pioggia intermittente; andando ad asciugarsi, l’asfalto metteva in crisi Hamilton e la sua guida aggressiva propiziando così il sorpasso di Kimi, fin lì secondo.
Hamilton proseguì quasi sulle tele il suo rientro ai box ma si insabbiò clamorosamente poco prima della pit lane.
Kimi vinse la quinta gara della stagione davanti ad Alonso e Massa, recuperando dieci punti in classifica.

Brasile, circuito di Interlagos, fu teatro dell’ultima e romanzesca gara del mondiale.
In pochi in Ferrari ci credevano, tranne lui, Iceman.
Ostacolato da Hamilton in qualifica Kimi siglava il terzo tempo dietro a Massa e all’inglese, con Alonso quarto.
Ma proprio Alonso, nelle vesti di vendicatore, ingaggiava una lotta con Hamilton già nelle prime curve costringendolo fuori pista; l’inglese recuperava ma pochi giri dopo il black out.
La sua McLaren non rispondeva più ai comandi e prima di resettare e ripartire perdeva una decina di posizioni.

Davanti il duo Ferrari comandava indisturbato grazie a soste e strategie per permettere a Kimi di vincere senza grossi patemi, mentre Alonso terzo nulla poteva.
Hamilton mise in scena una furiosa rimonta che però non riusciva a regalargli altro che il settimo posto, non sufficiente per permettergli di vincere il titolo.

“By my calculation we win the championship by one point”.
Questo il messaggio radio che l’ingegnere di Kimi inviò ad Iceman una manciata di secondi dopo la fine della gara, confermando ciò che prima del gran premio non sembrava possibile.

Il titolo tornava dopo tre anni a Maranello, grazie ad un biondino taciturno, un pò strano, velocissimo, ma tremendamente efficace.
Quando vuole.

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