Gelindo Bordin, la maratona più bella

“Io quella maratona non l’avrei mai persa, nessuno poteva fermarmi. E’ che quando arrivai e mi inginocchiai sulla pista, la schiena si bloccò. Non riuscivo più ad alzarmi. In pochi se ne accorsero, ma se non c’era il mio fisioterapista a tirarmi su…”

2 ottobre 1988.
A Seul è l’ultimo giorno di gare, per quelle che passeranno alla storia come le Olimpiadi della clamorosa squalifica di Ben Johnson, del terzo posto nel medagliere degli USA scavalcati da URSS e Germania est e dei record poi gravati da pesanti dubbi di Florence Griffith-Joyner.

Come di consueto è la maratona a rappresentare il gran finale e questa disciplina non può non essere terreno di caccia degli atleti africani.
D’altronde durante queste olimpiadi nel mezzofondo e nel fondo hanno dominato loro, vincendo tutte le gare.

Ma a rovesciare il tavolo ci pensa un barbuto vicentino 29enne, alto e magro, dal carattere goliardico, uno che la notte prima della gara della vita esce in discoteca a divertirsi, perché per lui la tensione non esiste e poco importa se i tuoi compagni ti danno del matto.

 

Si parte con i favoriti che fanno da battisrada, il gibutiano Salah, il kenyano Wakiihuri, mentre “Gelo” subisce una piccola crisi intorno al chilometro quattordici.

La gara però è infinitamente lunga, quarantadue chilometri non sono solo un numero, ma uno stile, un modo di pensare, un insegnamento di vita.
Mai mollare, le difficoltà ci abbracciano quotidianamente, così come le crisi e i crampi possono invaderci e annebbiare le nostre falcate.

Gelindo Bordin non molla e riaggancia i primi, portandosi in quella zona “calda” che tutto può, anche trasformare un crampo in un sogno.
Gelo si ritrova così a 5 chilometri dal traguardo in coda ai due africani, con in testa un’idea meravigliosa; essere il primo Italiano della storia a vincere l’oro olimpico nella maratona.

In poco tempo l’azzurro attacca e passa entrambi con un forcing irresistibile, inarrestabile, lanciandosi all’ingresso dello stadio olimpico per un ultimo giro di pista da pelle d’oca.

Chissà cos’è passato per la testa a Gelindo Bordin in quel preciso momento; forse il sudore versato in allenamento, forse il freddo e la pioggia che invadevano la sua pelle durante le ripetute, o molto più semplicemente nulla.
Nulla, perchè la leggerezza di un momento così carico di felicità, di consapevolezza, può solo farti dimenticare tutto.
E darti il sorriso.

In cabina di commento il telecronista ed il suo allenatore si lasciano andare e piangono, perché Gelindo Bordin ce l’ha fatta.
Il suo volto rigato dalla fatica capisce che è tutto finito, che può mollare l’adrenalina; potrebbe urlare, saltare di gioia, strapparsi i vestiti.
Ma Gelindo si inginocchia, perchè vuole regalare un bacio a quel momento, a quella pista che mai dimenticherà.


Dorando Petri ce l’aveva quasi fatta, settantasei anni dopo Gelindo Bordin ha aggiunto l’ultima pennellata ad un capolavoro fin lì incompiuto.
Se dovessimo scegliere una manciata di momenti indimenticabili che hanno segnato la storia dello sport Italiano, di sicuro non mancherebbe il bacio di Gelindo Bordin al traguardo della maratona di Seul ’88.

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