Gilles Villeneuve, oltre il mito

Una scarica di adrenalina.
Nient’altro che adrenalina.
Pura e semplice emozione, distillato di coraggio, autentico cuore.
Questo era Gilles Villeneuve.

Dimenticatevi per un attimo calcoli, strategie, ragionamenti.
E poi ancora tattiche, attendismo, gestione.
No, in lui non c’era altro che voglia di correre, nel suo piede, in quegli occhi dolci e svelti, vispi e ingenui.
Amato a dir poco, ricordato per sempre.

1977, Maranello. Enzo Ferrari e Niki Lauda, l’uno di fronte all’altro.
Entrambi rudi, schietti, diretti. Forse non si sono mai piaciuti; troppo ingombrante quell’austriaco per il Drake, troppo cinico il Drake per Lauda, che non risparmiò di rinfacciargli il fatto di aver cercato un sostituto quando le fiamme del rogo del Nurburgring, sul suo viso devastato, non si erano ancora spente.
I due divorziano, definitivamente. Sarebbero potuti essere quattro i titoli, ma un 1974 gestito forse non al meglio e un 1976 stretto fra il fuoco dell’inferno verde e l’acqua del Fuji hanno regalato solo, si fa per dire ovviamente, due straordinari titoli a Maranello.
Ma anche i grandi amori finiscono e a volte sono le stoviglie a rimetterci.

Fu così che iniziò la storia in rosso di Gilles Villeneuve.
Enzo Ferrari, uomo dotato di straordinario coraggio, puntò le fiches su uno sconosciuto canadese, affiancando le sue esuberanze al carattere “tormentoso e tormentato” di Carlos Reutemann, sopraffino driver argentino che non ha mai fatto mistero di avere in sé stesso il peggior rivale.
Ferrari e uno sconosciuto; sfasciamacchine, pericoloso, intemperante.
Risultato, godimento assoluto. Per tifosi, meccanici, addetti ai lavori.
E si, anche per lui, il Grande Vecchio, che per Gilles aveva aperto il suo ruvido cuore.

1982, Imola. Gran Premio della discordia. Parte dei costruttori inglesi rinunciarono alla partecipazione per protesta contro la FISA (Federezione Internazionale dell’Automobile), rea di voler intervenire contro il volere della FOCA (Federazione dei costruttori partecipanti ai Gran Premi) che in quel periodo stava, trainata da Bernie Ecclestone, iniziando la scalata al vero potere politico ed economico del circus.
In griglia si trovarono a battagliare per la vittoria soltanto i motori turbo di Renault e Ferrari, con i francesi Prost e Arnoux presto fuori per rotture meccaniche.
Imola esplose di gioia alla vista delle due rosse in testa, ma un dramma umano stava compiendosi.
Gilles Villeneuve, in testa, credette di aver vinto; in fondo alle sue spalle non vi era altro che il suo compagno di squadra e amico Didier Pironi, con il quale il canadese aveva instaurato un rapporto vero.

Ma l’ego di un pilota da corsa non potrà mai essere sopito da un semplice sussulto di responsabilità; Pironi superò così Villeneuve il quale pensò che il francese stava semplicemente facendo puro show a favore di pubblico.
Gilles allora rispose agli attacchi tornando in testa; le posizioni di giro in giro continuarono a cambiare, con Villeneuve che, ogni qualvolta metteva le sue ruote davanti, pensava a rallentare per evitare rotture meccaniche e per permettere una parata finale tinta di rosso ingraziandosi telecamere e tifosi.
Da quel momento si scatenò una battaglia che finì persino in prima pagina sul New York Times che intitolò “bastano due auto per fare una corsa”.

Cercando di evitare il peggio il box Ferrari, orfano quel giorno dell’ingegner Forghieri il quale avrebbe gestito la situazione sicuramente in maniera molto più chiara e decisa, espose il cartello “slow”, forse ambiguo, forse no.
Gilles, in quel momento in testa, lo interpretò come un “congelare le posizioni”, mentre Pironì, approfittando dei rallentamenti del compagno di squadra, piombò all’inizio dell’ultimo giro alle spalle di Villeneuve attaccandolo alla Tosa e sorpassandolo, impedendo al canadese una risposta.

Vinse il francese, Gilles uscì dalla sua monoposto livido, lasciandosi andare a rabbia e sconforto: era stato tradito.
Chiuso nel motorhome non riuscì a metabolizzare quel che era appena successo, a capire il perché, a cercare conforto.
Quel Gran Premio doveva essere suo, quel mondiale doveva essere suo, proprio come nel 1979 a Monza, quando aiutò, scortandolo, il caposquadra Jody Scheckter a vincere l’iride nel Gran Premio di casa.
Da vero compagno di team, da vero ferrarista.

1982, Zolder. Gilles giurò a sè stesso che con Pironì era finita.
D’ora in poi ogni goccia di sudore sarebbe stata spesa per stargli davanti, per batterlo, per far capire chi, in Ferrari, era il migliore.
Ma dentro di sé qualcosa si era rotto; Villeneuve era un puro e la lealtà e il valore delle relazioni personali non gli faceva difetto.
Si sentì tradito da Pironì, si sentì tradito da Enzo Ferrari per il quale l’unica cosa che contava era una vittoria della rossa, indipendentemente dal pilota, evitando accuratamente di prendere posizione nella querelle tra i due cavalli imbizzarriti.
E in queste condizioni, umanamente e sportivamente drammatiche, venne Zolder.

Sessione di qualifica. Villeneuve è dietro Pironì, inaccettabile per il canadese.
Gilles si sentiva il pilota più veloce sulla faccia della terra e non avrebbe mai accettato uno smacco tale da Dider ora che tra i due era guerra aperta.
Villeneuve volle tornare in pista per un ultimo, disperato tentativo; le sue gomme erano troppo usurate, nessuno avrebbe mai potuto farcela.
Forghieri tentò di dissuaderlo, “in fondo è solo la qualifica Gilles, la gara è domani”.
Ma per Gilles la qualifica era semplicemente il peso di tutto il talento e di tutto il coraggio che un uomo poteva mettere sul piatto. Era una sfida fra l’irrazionalità e la fisica, fra il piede e l’impossibile.
Andare più forte di tutti per lui era una missione, un’ossessione.
Si tuffò in pista e si giocò tutto.
Questa volta per davvero.

“Non penso alla morte, ma accetto il fatto che sia parte del gioco”.

Fu l’ultima volta che liberò il suo talento, pennellando con l’istinto curvoni veloci che solo lui poteva affrontare con il piede giù.
Un’incomprensione con Jochen Mass, che stava rientrando ai box a velocità ridotta, fece volare l’Aviatore (soprannome datogli a causa delle intemperanze di inizio carriera), lo fece volare per l’ultima volta davanti a telecamere e tifosi increduli, chiudendo il sipario su di una vita vissuta fino all’ultima goccia di benzina.

Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l’attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.

Gilles Villeneuve

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