Gruppo B, too fast to race

Un’emozione che sconvolge.
Un misto di paura, eccitazione, brivido.
Una pelle d’oca che loro, i piloti, non potevano permettersi.

Perchè se stai camminando sul filo, appeso su di un dirupo, l’unico pensiero è portare a casa la pelle.
Il più in fretta possibile.

Il “Gruppo B”, le auto da rally più spaventose della storia, sono lì impresse, ancora dopo trent’anni, nella mente di tutti i fan che le hanno vissute.
Da lontano, o molto, troppo, pericolosamente da vicino.

Un tempo breve, pochi anni che hanno sconvolto le competizioni su strada; ogni aspetto dei rally portato all’eccesso, ogni dettaglio reso straordinariamente efficace ma pericolosamente letale.

Auto da corsa capaci di squarciare verdi vallate con le loro urla inconfondibili, mostri creati per volare su strade impervie, strette, inadatte; ma lì si doveva passare e lì si passava.
Il come veniva demandato a piloti che i posteri hanno ascritto nell’olimpo per il loro coraggio, le loro capacità, il loro talento.

Henri Toivonen, Walter Rohrl, Markku Alen, Miki Biasion, Michelle Mouton, Ari Vatanen, Timo Salonen, Juha Kankkunen.
Piloti simbolo, punti di riferimento per tutti coloro che dopo il 1986 hanno deciso di intraprendere quella carriera; piloti che ancora oggi non hanno rivali nell’immaginario collettivo, ma hanno, quelle si, le stigmate da eroi.

Alcuni di loro hanno messo in gioco la loro vita per andare più forte di tutti, lasciandola bruciare tra lamiere fragili come specchi, volando lassù dove nessuno potrà mai dimenticarli.

Ciò che rimase della Lancia Delta S4 di Henri Toivonen e Sergio Cresto

E poi c’erano loro, i tifosi, cuore pulsante della categoria; capaci di assieparsi a migliaia all’esterno di curve, a bordo strada, dando tutta la propria passione e ricevendo nel migliore dei casi sassi, ghiaia, polvere.

Spettatori anch’essi vittime di terribili sciagure, travolti da un errore minimo, ma letale, impossibile da non mettere in conto quando c’è chi sta spingendo tutta la sua voglia su un pedale capace di scatenare 600 cavalli, senza elettronica, aiuti, filtri.

Tutto questo ed altro ancora, una miscela esplosiva, tragica, letale che mai più rivivremo; un sapore di competizioni troppo forte per l’immagine pulita, da tutti i giorni, che le corse oggi devono trasmettere.

Ma quando un’immagine di una Delta S4, di un’Audi Quattro o di una Peugeot 205 T16 per caso appare davanti ai nostri occhi, in un attimo quell’adrenalina torna ad rivoltarsi nelle vene, come se quei mostri non fossero mai stati sconfitti.

Una volta il quattro volte campione del mondo Juha Kankkunen disse:
“WRC is for boys.
Group B was for men”.

Ora quelle auto sono relegate al ruolo di belle addormentate, protagoniste di collezioni provate e brevi rievocazioni dove, prudentemente imbavagliate, fanno sfoggio del loro sapore, della loro bellezza, della loro leggenda.
E forse, ripensandoci, è meglio così.

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