Houston Rockets, a double-dream

L’improvvisa fine dell’era-Jordan lasciò enormi punti interrogativi.
Dopo tre titoli consecutivi ottenuti da Chicago, la squadra imbattibile di MJ, Pippen e Horace Grant fu costretta a riparare l’irreparabile; perchè Michael Jordan, quel Michael Jordan, era semplicemente insostituibile.

Si possono sostituire auto, scarpe, suocere, presidenti.
Ma non si può sostituire Michael Jordan.

Quel vuoto incolmabile avrebbe lasciato la Lega in una sorta di “liberi tutti”, con quasi una decina di squadre, equamente divise fra Est e Ovest, a contendersi quel titolo che sembrava ormai esclusivo, una sorta di proprietà privata dei Bulls.

In questo scenario giovani squadre come Indiana, San Antonio, Orlando e Seattle avrebbero potuto scalare quel gradino che, grazie a superstar come Miller, Robinson, O’Neal e Kemp, li avrebbe portati al titolo.
D’altro canto vi erano franchigie ormai mature che per anni erano state maltrattate dai Detroit Pistons prima e dai Bulls dopo e che vedevano nella stagione 1993-94 finalmente la possibilità di vincere: i New York Knicks di Ewing, i Portland Trail Blazers di Drexler a cui vanno aggiunti gli Utah Jazz di Malone e Stockton.

Questa panoramica non stava tenendo però conto degli Houston Rockets.
Guidati da Hakeem Olajuwon da nove stagioni, i Rockets dopo una finale persa contro Boston nel lontano 1986 non riuscirono più a trovare il bandolo di quella matassa che la presenza di un faro come Hakeem avrebbe dovuto sciogliere facilmente.

Solo l’arrivo del coach Rudy Tomjanovic riuscì a portare la squadra sui binari giusti, quelli che portano alle partite che contano; la sconfitta contro i Seattle Supersonic in gara-7 alle semifinali di conference del 1993 lasciava presagire che il tunnel fosse giunto alla sua fine e l’innesto di due ottimi giocatori come Horry e Cassell avrebbe chiuso probabilmente quel cerchio tanto atteso.

La stagione 1993-94 consegnò dei Rockets a livelli mai raggiunti prima, con un Olajuwon a dir poco strepitoso.
Quello fu per lui un anno trionfale soprattutto a livello personale; MVP della regular season, miglior difensore della Lega ed infine MVP delle finali.
Capace di viaggiare a più di 27 punti di media, 11 rimbalzi e 3 stoppate, “The Dream” portò dritta la squadra in finale battendo Portland, Phoenix e Utah, andandosi a scontrare contro coloro che potevano essere definiti i loro perfetti nemici.

I New York Knicks di Patrick Ewing e John Starks viaggiavano sull’asse da loro costituito aggiungendo al loro gioco d’attacco una difesa muscolare, coadiuvati da Charles Oakley e Anthony Mason, due che se fossimo soli, di notte, sarebbe meglio non incontrare.

Una serie finale giocatasi punto a punto, con difese all’ultimo sangue e punteggi bassissimi; nessuna delle due squadre superò mai i 100 punti e ogni partita ebbe uno scarto inferiore alle dieci lunghezze, a dimostrazione di quanto infuocata fosse la sfida nel pitturato fra i due pivot Olajuwon e Ewing.

Hakeem e Patrick avevano tanto in comune: ottimi difensori, attaccanti sopraffini, livello tecnico eccelso, decisivi sempre.
Ma The Dream in quella serie diede qualcosa in più; i Rockets erano lui, non c’erano in squadra altri All-Star.
Sì certo Smith, Maxwell, Thorpe e Horry erano buoni giocatori, ma il vero perno, colui che spostava gli equilibri era Olajuwon.

Trascinando la squadra a gara-7 con una stoppata su un incandescente Starks sulla sirena di gara-6, Hakeem prese per mano i Rockets e con 25 punti 10 rimbalzi e 7 assist portò finalmente a Houston il primo titolo NBA della storia.

Una sorpresa? Forse. Di certo un titolo non cosi scontato; l’Nba del post-Jordan però non poteva essere diversa. Niente più squadre dominanti, niente più numeri uno capaci di volare intorno al pianeta terra.
Solo una squadra fortemente coesa poteva emergere.
E Houston lo era.

Il 1995 si apriva così sotto i migliori auspici in quanto perlomeno ad Ovest chiunque avrebbe dovuto fare i conti con loro.
Ma qualcosa durante la stagione andò storto; la squadra soffrì, Maxwell perse la testa in una rissa con un tifoso per poi infortunarsi e lasciare definitivamente i Rockets.

Serviva una svolta per evitare l’onta di rimanere fuori dai playoffs e questa arrivò con lo scambio che portò a Houston Clyde Drexler.
Bilanciando la squadra con una bocca di fuoco di alto livello Houston riprese il suo cammino stentando a tratti, qualificandosi alla post season come sesta delle otto squadre ammesse.

Il tabellone avrebbe messo di fronte a loro gli Utah Jazz, secondi nella conference per vittorie (60).
Qualcosa nei Rockets scattò; la squadra claudicante della regular season si trasformò in un vero team da playoffs quando l’odore delle finals iniziò a farsi sentire.
Non senza fatica i Rockets eliminarono i Jazz 3-2 (Hakeem 35 punti a chiamata) recuperando da un passivo di 1-2, staccando il biglietto per la sfida successiva, quella con i Suns di Charles Barkley.

Ai tempi le squadre capaci di recuperare e vincere una serie partendo da un passivo di 1-3 si contavano sulle dita di una mano; Barkley dichiarò che nessuna squadra al mondo avrebbe vinto tre partite di fila contro i suoi Suns contando anche il fatto che due di quelle partite si sarebbero giocate a Phoenix.

Ma Houston ci riuscì.
Lo stesso Barkley sbagliò i liberi decisivi in una gara-5 terminata all’overtime e un tiro da tre di Mario Elie a pochi secondi dalla fine di gara-7 chiuse definitivamente i giochi.
The kiss of death di SuperMario, che dedicò un bacio al pubblico di Phoenix dopo aver vinto un match di prepotenza quando anche un tiro da due punti avrebbe mandato la partita ai supplementari.
“Lui è uno cattivo, non va da due, va da tre!” disse Hakeem a fine gara.

La finale di conference avrebbe portato i Rockets a San Antonio dagli Spurs, vincitori della western conference; quella serie fu anche teatro della premiazione di David Robinson a MVP della stagione, terminata con oltre 29 punti di media e numeri globali da far impallidire tutti i pivot del globo terrestre.

Quella premiazione, quella celebrazione di fatto diede la scossa decisiva ad Hakeem Olajuwon, che negli occhi aveva ancora le immagini del suo pubblico in visibilio quando l’anno precedente quel premio portava il suo nome.
Ecco, se qualcuno chiedesse quanto forte fosse Hakeem beh, riguardatevi gli highlights di quella serie.
Riuscì a sbattere in faccia al suo diretto rivale tutto il suo repertorio di “dream shake” e “fade away jump”, dipingendo il parquet con movenze di un’eleganza mai vista per un centro.
Semplicemente devastante.
“Ho difeso bene, ho giocato bene, ma lui ha fatto cose incredibili” dirà poi David Robinson.
Olajuwon chiuse la serie con 35 punti, 12.5 rimbalzi e 4 stoppate di media in sei partite.
L’MVP di fatto era lui.
Ancora lui.


Houston per portare in Texas il secondo titolo avrebbe dovuto giocare le quattro serie di playoff contro le quattro squadre col miglior record della Lega.
E inevitabilmente con lo svantaggio costante del campo.
Utah, Phoenix, San Antonio e, all’ultimo atto, Orlando Magic.

La squadra di O’Neal e Hardaway, la franchigia del futuro; freschezza, showtime, rapidità.
E vittorie.
Questa era Orlando; i Magic si presentavano in finale dopo aver eliminato Boston 3-1, Chicago (con il rientrante Jordan) 4-2 e Indiana 4-3 dopo una finale di conference rocambolesca, tirata, sentita.
Come solo una serie di playoff con protagonisti gli Indiana Pacers di Reggie Miller sapeva regalare.

(Finale di Gara-4: ultimi 13 secondi di gara, quattro cambi di punteggio)

L’ultimo gradino verso il titolo ai Magic poteva sembrare il più semplice; i Rockets, più in là anagraficamente, arrivavano da altrettante serie tirate, soprattutto considerando il fatto che l’approdo in finale aveva già del miracoloso.
Stampa e TV davano per scontato il risultato finale; Orlando troppo superiori, O’Neal sarebbe stato incontenibile anche per Olajuwon e Hardaway avrebbe fatto il bello ed il cattivo tempo.
La realtà fu ben diversa.

Gara-1 riportò i Magic sulla terra e quattro tiri liberi sbagliati da Nick Andreson diedero la possibilità ai Rockets, con un tap-in di Hakeem allo scadere del primo supplementare, di andare in vantaggio nella serie.
Gara-2 si risolse a favore di Houston per 107-96, mentre in gara-3 Olajuwon con 31 punti 14 rimbalzi e 7 assist trascinò i Rockets ad un 106-103 praticamente decisivo.

La serie era sul 3-0 per Houston, nessuno se lo sarebbe mai aspettato; Orlando era sull’orlo di una crisi di nervi e mentre O’Neal non riusciva a capire come quel tizio col 34 sbucasse da ogni pertugio e riuscisse a segnare in ogni modo, Hardaway pareva ormai arreso.

I Magic, la squadra che avrebbe dovuto coniugare lo showtime dei Lakers e l’infallibilità dei Bulls, stava naufragando senza appello.
Gara-4 fu semplicemente l’apoteosi della forza, della classe di Olajuwon; 35 punti e 15 rimbalzi, con una tripla in faccia a O’Neal a suggellare definitivamente lo “sweep”; un 4-0 inaspettato, clamoroso.
Hakemm Olajuwon venne premiato per la seconda volta in carriera MVP delle finals, Houston riuscì in un back to back impensabile considerando il fatto che oltre a The Dream il roster della squadra non presentava ai tempi alcun hall of famer.


Un cammino straordinario per una squadra “normale”, unita e tenace, guidata da un giocatore che, nonostante sia ormai considerato tra i centri più forti di ogni epoca, sarà sempre e comunque sottovalutato.
« Se dovessi scegliere un centro per la squadra più forte di tutti i tempi, prenderei Olajuwon. Lascerei fuori Shaq, Patrick Ewing. Lascerei fuori perfino Wilt Chamberlain. Lascerei fuori un sacco di gente. E il motivo per il quale vorrei prendere Olajuwon è molto semplice: lui è il più completo in quel ruolo. Non è solo per la capacità di segnare, per i rimbalzi o per le sue stoppate. Molti non sanno che è tra i primi nella storia nelle palle rubate. Ha sempre preso grandi decisioni nei momenti importanti. Insomma, per tutte queste ragioni prenderei lui. »
E se lo dice Michael Jordan, un motivo ci dovrà pur essere.

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