Italia ’90 e gli occhi di Totò

 

Sono davvero state “Notti magiche”.
Un Paese intero attraversato da un brivido azzurro, una passione unica che univa, trasversalmente, ognuno di noi.
Momenti che hanno segnato in maniera indelebile la storia del calcio italiano.

I mondiali di calcio del 1990 furono qualcosa di così speciale che chi ha avuto la fortuna di viverli mai li dimenticherà; ci si credeva davvero alla vittoria, semplicemente perché alla nazionale di Azeglio Vicini riusciva tutto, con semplicità, leggerezza, allegria.
Quell’atmosfera, quel calore, quell’attesa.
Impareggiabili.
Era come se tutto potesse succedere.

E poi c’era quello lì.
Salvatore Schillaci, inevitabilmente detto Totò.
“Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo”.

Convocato dopo la bella stagione con la Juve, Schillaci nei piani di Vicini partiva come vice di Andrea Carnevale.
Un ruolo di rincalzo, di secondo piano, che fortunatamente durò ben poco.

Primo match contro l’Austria, bloccato sullo zero a zero.
Un primo tempo ricco di occasioni, con Vialli e Carnevale prontissimi a liberarsi ma poco precisi sotto porta.
Una nazionale pimpante, spinta dall’Olimpico intero, ma fin lì sterile.
L’Austra non poteva rappresentare un problema per una squadra che puntava dritta alla finale; doveva essere una pura e semplice formalità, niente di più.
Ma mancava un quarto d’ora al novantesimo e serviva una scossa.
Vicini mandava in campo Totò.
Passavano quattro minuti; uno a zero.
Gol di Schillaci.

Ecco, in quel momento lì, in quel preciso istante, le Notti Magiche iniziarono davvero.
Un turbinio di emozioni, una cavalcata inarrestabile per gli azzurri guidati da Schillaci che in fondo al sacco, come amava dire lui, la metteva sempre.

“Entrò e fece un gol di testa in mezzo a due austriaci alti due metri”.

L’Olimpico esplose, l’Italia intera esplose, il tappo era saltato.
In tutti i sensi.

14 Giugno, l’avversario sulla carta più semplice, gli Stati Uniti.
Ancora all’Olimpico.
Primo affondo degli azzurri, triangolo di Donadoni, velo di Vialli, stop di Giannini, tiro e gol.
“Tutto molto bello” disse col suo leggendario aplomb Bruno Pizzul.
Partita in discesa; Italia in pieno controllo a schiacciare gli americani, alle prese con uno sport a loro ben poco congeniale.
Nicola Berti entra in area, viene steso, rigore.
Sul dischetto Vialli. Palo.
Il pallino del gioco continuò ad essere azzurro ma “con un pubblico così caloroso non potevamo palleggiare gli ultimi venti minuti, in casa, contro gli USA, dovevamo spingere”.
Azeglio Vicini aveva le idee chiare, voleva sfruttare una squadra giovane, dinamica, forte.
Che giocava, proponeva, costruiva.
Ma il risultato non si sbloccò ulteriormente.
Italia comunque prima nel girone.

Terzo match all’Olimpico; Italia-Cecoslovacchia.
Il forfait di Vialli per infortunio apriva le porte alla coppia gol più entusiasmante, più attesa, più coccolata: Baggio-Schillaci.
Capaci di solleticare gli istinti dei tifosi i due sembravano nati per stare assieme sul rettangolo verde; tecnica, fantasia, genialità il primo, istinto, lucidità e generosità il secondo.
Un mix esplosivo, un accordo senza note stonate, la soluzione perfetta per vincere ed incantare.

La partita fu subito in discesa; al nono minuto Schillaci sfruttava il rimpallo su un tiro di Giannini per insaccare di nuovo, di testa.
Il suo istinto da killer aveva aperto le porte di quella che sarebbe stata per gli azzurri una delle partite più belle, giocate, ricordate.
Si perchè sempre Totò, nel secondo tempo a fronte di un rigore negato, ci regalava l’immagine iconica dei Mondiali; quegli occhi sgranati, quell’espressione incolpevole, tipica italiana, ma così vera, sentita, imitata.

A quella partita, perfetta come un’incisione di Escher, mancava soltanto la firma dell’artista; arrivò, a poco dalla fine, la magia di Roberto Baggio.

Archiviata la pratica Cecoslovacchia gli azzurri chiudevano il girone con tre vittorie; bottino pieno, bel calcio, spettacolo e spettatori in visibilio.
Cosa chiedere di più?
La vittoria finale. Ovvio.

Il tabellone ad eliminazione diretta si apriva così con la sfida contro l’Uruguay.
Il calcio sudamericano poteva competere con quello italico, metterlo in difficoltà, i talenti c’erano (Fonseca e Francescoli) e la sfida metteva in fila tutti gli ingredienti necessari per rendere questo ottavo di finale scintillante.

In realtà il match non ebbe molta storia.
Fu una partita quasi a senso unico, con l’Italia a dominare il gioco, attaccando, spingendo, creando.
A dir la verità non sembrava nemmeno una squadra nata e cresciuta nello Stivale.
Era ben poco il calcio “palla lunga e pedalare”, l’attitudine al “catenaccio” e altre sfumature tipiche del nostro modo di intendere il gioco.
Forse anche per questo Italia 90 viene ricordato come un Mondiale memorabile, seppur non vinto.

Un bellissimo scambio nello stretto diede modo a Baggio di liberare in corsa Schillaci al limite dell’area; Totò stretto fra due difensori non ci pensò su e lasciò partire un sinistro violento diretto sotto la traversa.
Uno a zero, bellissimo, potente.
Baggio prima, tutti gli azzurri poi ed infine anche la panchina, si tuffarono letteralmente sul piccolo azzurro portando con sé la gioia che dagli spalti dell’Olimpico esondava fino ad investire il terreno di gioco.
Il due a zero di testa di Aldo Serena suggellava una partita impeccabile che proiettava gli azzurri ai quarti di finale.

Il 30 giugno alle porte dello Stadio Olimpico si presentava l’Irlanda.
Erano i quarti di finale e quell’Olimpico, quella bolgia, diventata sempre più una spada di Damocle per coloro che oltrepassavano la linea degli spogliatoi; un teatro infernale per ogni avversario degli azzurri, un Colosseo moderno dal quale non si poteva uscire (sportivamente) vivi.
Erano gli undici messi in campo da Vicini che decretavano, attraverso il loro pollice verso, il destino di chi avevano di fronte.
Il punto non era se l’Italia fosse stata in grado di vincere.
Ma come avrebbe vinto.
La vittoria, arrivati a quel punto del torneo, con quelle prestazioni, quell’impegno, quello show, era semplicemente scontata.

La squadra di Jakie Charlotn, fratello del leggendario Bobby, stava vivendo una vera e propria favola e pareggiando tutti e quattro gli incontri disputati aveva raggiunto un traguardo, i quarti di finale, impensabile.

Per l’Italia davanti a tutti troneggiavano sempre loro: Baggio e Schillaci.
La chimica che si era creata, l’intesa, gli sguardi, era unica e nessun altro poteva rendere al meglio come quei due.
Ma la squadra non erano soltanto loro; il violino azzurro suonava così bene grazie a veri e propri lavoratori del pallone, giocatori capaci di cantare e portare la croce, uomini di cui Vicini, Baggio e Schillaci potevano, ciecamente, fidarsi.

Ed è proprio da uno di questi, Roberto Donadoni, che partì l’azione del vantaggio azzurro.
Proponendo l’azione dal lato sinistro dell’area, Donadoni convergeva e lasciava partire un gran tiro che il portiere dei verdi riusciva solo respingere; e chi poteva trovarsi lì, nell’area piccola pronto a ribadire in rete una chiara, ghiotta, trasparente occasione da gol?
Esatto, proprio lui, Totò Schillaci.
Ennesimo gol, il quarto, e partita in cassaforte.
Nonostante ciò gli azzurri soffrirono, d’altronde un uno a zero è sempre qualcosa di cui non fidarsi.
Non riuscirono a chiudere completamente la partita e nemmeno una clamorosa traversa su punizione di Schillaci pose fine alle ostilità.
Ma al fischio finale l’Olimpico esplose.
Semifinale con l’Argentina.
Si iniziava a fare sul serio, c’era Maradona.
E si giocava a Napoli.

Arrivati a quel punto il confronto fra le due nazionali di calcio non si sarebbe più giocato solo sul piano sportivo.
Diego Armando Maradona, El Pibe de Oro, l’uomo simbolo di un Paese intero, l’Argentina, ma allo stesso tempo faro indiscusso di un Napoli mai così vincente colse la palla al balzo e gettò benzina sul fuoco, come solo i grandi sanno fare.
Chiamò a raccolta i suoi tifosi, quelli che a Napoli dovevano a lui riconoscenza eterna, invitandoli a prendere posizione contro ciò che noi ora chiameremmo establishment, incapace di prendersi cura di Napoli città ma anzi sfruttando la sua bellezza e generosità solo nel momento del bisogno.
Obiettivo raggiunto.
L’Italia non giocava in casa; il terreno, gli spalti, l’atmosfera, erano di Diego.
Per Diego.

Se ci fosse stata la possibilità di pesare l’aria che avvolgeva il San Paolo, ci saremmo accorti tutti di ciò che i ventidue in campo stavano vivendo.
Il pubblico in realtà non fischiò l’inno degli azzurri come si temeva, ma non diremmo una falsità se dicessimo che in molti erano con Maradona.
Questo Schillaci e compagni lo sapevano, ma sapevano anche che le emozioni che avevano regalato a tutto il Paese, ecco quelle no, non potevano essere dimenticate.

La partita fu durissima; si lottava su ogni pallone, d’altronde ora sul ring c’erano due pesi massimi.
Ma il guizzo agli azzurri non mancò; Schillaci, Giannini, Vialli, tiro, respinta di Goycoechea e di nuovo, ancora una volta, l’ennesima, come se l’area di rigore fosse casa sua, Schillaci.
Di polpaccio, di rimpallo, ma era gol.
“Mentre correvo verso la bandierina, esultante, sentivo Giannini che dietro di me urlava “che culo che hai!”

Purtroppo il vantaggio degli azzurri riuscì a rimanere tale fino al ventitreesimo del secondo tempo quando Olarticoechea con un cross piazzava Caniggia in area; lo stacco dell’argentino non fu irresistibile, ma sufficiente per mandare fuori tempo Zenga.
Uno a uno.

La partita si trascinò ai supplementari, l’Italia ebbe altre occasioni, era in superiorità numerica per il rosso a Giusti, ma gli argentini fecero ricorso a tutto il loro mestiere per spezzare ritmo e tranquillità agli azzurri.
Niente da fare, Schillaci mise sul campo tutta la sua generosità per evitare i rigori, ma non ci riuscì.

Per la prima volta gli azzurri si giocavano un passaggio del turno al dischetto; gli occhi dei tifosi, ora passati dalla parte “giusta”, lasciavano trasparire terrore, tensione.
Da una parte i sudamericani, capaci di padroneggiare il gesto tecnico, dall’altra gli italiani, timorosi di perdere la possibilità di vincere il mondiale in casa. Un’occasione ghiotta, importante, da non lasciarsi scappare.

Il pallone pesava come mai prima.
Non c’era allenamento, prova, simulazione che poteva preparare ad un momento decisivo come quello.
Tutto si giocava nella testa, mica nel piede.

Baresi gol, Serizuela gol.
Baggio gol, Burruchaga gol.
De Agostini gol, Olarticoechea gol.
Ecco Donadoni.
Goycoechea para.
L’Argentina si portava in vantaggio.
Maradona gol. E cos’altro.
Aldo Serena.
Toccava a lui; le speranze flebili di milioni di appassionati appesi alle tv, alle transenne delle piazze, ai parapetti del San Paolo erano avvinghiate al suo piede sinistro.
Il pallone, quella sfera bianca e nera protagonista assoluta della vita sportiva degli italiani, fosse anche entrato avrebbe costretto Walter Zenga, portiere azzurro, a fare il miracolo.
Una speranza, minuscola, c’era.
Rincorsa di Serena.
Tiro.
Parato.

L’esultanza di Goycoechea dopo la parata su Donadoni

Gli azzurri subirono fin lì l’unica rete del torneo nei novanta minuti e senza mai perdere un match vennero eliminati.

La seguente finalina per il terzo posto fu una passerella, con gol di Schillaci dal dischetto, possibilità gentilmente concessa da Baggio per permettere al compagno di vincere la classifica cannonieri, e dello stesso Baggio grazie ad una serpentina in area di rigore.
Due a uno e terzo posto.

Poco, sinceramente, dopo le aspettative maturate nel corso del torneo.
Sei vittorie e un pareggio per il bronzo.
L’Argentina, seconda, di partite ne vinse due.
Una beffa.

Italia 90, un momento magico, uno squarcio lungo un mese nel quale la nazionale italiana ma soprattutto Totò Schillaci divenne l’idolo assoluto di un Paese intero, con quegli occhi spalancati, quelle esultanze incontenibili, quella capacità di incarnare perfettamente un’Italia in quegli anni ancora in vetrina sulla scena internazionale.
Una parabola ascendente tanto immediata quanto intensa, e come un fuoco capace di ardere brevemente a temperature altissime Totò dopo quel mondiale imboccò una via difficile sia sul campo che nella vita, che lo portò lontano da quei riflettori che illuminarono le sue gesta, grandi, come i suoi occhi.

“Per vincere bisogna segnare e per segnare bisogna fare goal.”

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *