L’insostenibile pesantezza dell’essere Bjorn Borg

Quando lo sport incontra il mito, spesso la leggenda prende il sopravvento, rendendo la realtà, pura ed oggettiva, un mero contorno per una storia destinata a rimanere immortale. Questo è stato Bjorn Borg fino al Luglio del 1981. Il giocatore più forte di sempre, una macchina progettata per la più brutale resistenza, una perfetta miscela di compostezza e determinazione che, a 25 anni, gli aveva permesso di vincere undici titoli dello Slam.

Nella finale di Wimbledon dell’ottantuno, ad attenderlo c’è John McEnroe, nella riedizione della sfida che, un anno prima, vide lo svedese vincitore in una partita di tale spessore da diventare, all’unanimità, una delle più simboliche e significative nella storia del tennis. Questa volta lo spettacolo è diverso. C’è meno enfasi, meno qualità, meno lotta. L’americano vince in quattro set, così come, due mesi più tardi, vincerà la finale degli Us Open, sempre opposto a Borg che quel torneo non riuscirà mai a vincerlo.

La sconfitta, che il mondo percepisce come un semplice capitolo della rivalità tra i due, assume per lo svedese un significato del tutto differente. Sconfitto da McEnroe per la seconda volta nel giro di qualche settimana, si sente superato non solo nel punteggio, ma nel gioco. “Nel tennis conta il numero uno, ed il numero uno, adesso, è John”. Nel 1982 Borg scompare dalle scene, presentandosi soltanto al torneo di Montecarlo dove perde ai quarti di finale da Yannick Noah. La stagione passa e lo svedese continua a fare da spettatore.

Nel 1983 si ripresenta a Montecarlo dove, in condizioni fisiche pessime, viene estromesso al secondo turno da Henry Leconte. Dopo quel match, una notizia già nell’aria da tempo sconvolge il mondo del tennis. Borg si ritira a ventisei anni, ed il gesto ha tale un tale impatto sul mondo del tennis che persino il suo più storico rivale, McEnroe, tenta di persuaderlo a tornare sui suoi passi. “La mia vita è stata tennis, tennis e poi tennis. Ad un certo punto non sono stato più in grado di sopportare la cosa. Non so se fossi stanco di giocare o se mi avesse stancato tutto quello che ruotava attorno al tennis, quel che è certo è che volessi una vita mia”.

E così Bjorn, un tempo il più glaciale e granitico degli atleti, iniziò una vita di piaceri, lasciandosi abbracciare da un vortice di sesso, droga e alcool, inizialmente procuratogli da compagnie avvicinate dopo il divorzio con la moglie Mariana Simionescu, che avvenne proprio in quel 1983 così enigmatico e cruciale. Un “matto calmo”, lo definirà Panatta “capace di vuotare due bottiglie di vodka, restare steso fino al mattino, e poi giocare come se niente fosse”. Un fenomeno.

Colui che, con fascino ed un naturale magnetismo, ha portato il tennis ad essere lo sport globale che oggi tutti conosciamo. Schiere di tifosi per lui, stampa mondiale interessata ad ogni dettaglio della vita, sportiva e privata, di quello che verrà poi ad essere una delle più grandi icone a cavallo tra gli anni settanta, ancorati al passato di Laver, e gli ottanta, decade della definitiva consacrazione del tennis. Borg è stato l’uomo capace di diventare simbolo di uno sport, di esserne il suo più grande promotore, e per questo successo inaspettato, senza precedenti in quello considerato dalla massa come un gioco d’élite, ha pagato conseguenze drammatiche. Il migliore consumato in gran segreto dagli abusi, da ciò che, a livello teorico, dovrebbe rappresentare gli estremi dello sport.

C’è chi pensa che l’atteggiamento di Borg, soprannominato “orso”, non fosse altro che una meravigliosa lastra da lui stesso imposta per mascherare la sofferenza e la solitudine che la popolarità si portò dietro. Bjorn Borg giocatore è stato uno dei più grandi spettacoli che la natura ci abbia lasciato in dono. Ma Bjorn Borg giocatore è rimasto là, in quella sera di Settembre che lo vide cadere ai piedi di John McEnroe e che si portò via, oltre a scrosci di applausi, anche l’uomo di ghiaccio che scrisse la storia dello sport.

Grazie a Il taccuino del tennis

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