LOST S(E)OUL

Olimpiadi di Los Angeles 1984: sfruttando il boicottaggio da parte delle nazioni filocomuniste, i pugili statunitensi raccolgono ben 9 ori sui 12 disponibili messi in palio nella noble art.

Non è solo la mancanza degli atleti cubani e sovietici e neppure il talento dei boxeur a stelle e strisce a permettere un tale risultato: su 38 decisioni affidate ai giudici che vedono coinvolti rappresentanti degli U.S.A., 37 terminano a favore dei picchiatori a stelle e strisce.

Tra quelle 37 sentenze ce n’è una che fa particolarmente imbestialire la parte lesa: quarti di finale della categoria di peso superleggeri, Jerry Page incrocia i guantoni con Kim Dong-kil, Corea del Sud.

Le 3 riprese da 3 minuti previste terminano senza un netto vincitore così si ricorre, come detto, al parere dei giudici di gara.

Il sistema di valutazione si basa sul numero di round considerati aggiudicati da ciascun pugile, potendo attribuire un massimo di 20 punti ad atleta per ripresa, togliendo eventualmente delle unità in base ai colpi subiti e agli eventuali KO a sfavore.

Dong-kil è aggressivo e merita il passaggio del turno, tuttavia i 5 designati si esprimono con un 4-1 per Page.

Lo stesso pubblico U.S.A. fischia sonoramente la decisione, prima che la federazione pugilistica sudcoreana minacci di ritirare i suoi iscritti dalla manifestazione in segno di aperta protesta.

Queste dichiarazioni non trovano seguito, certo che è però che una tale eruzione da parte di un’istituzione sportiva della Corea Del Sud lascia presagire come una vendetta sarebbe potuta accadere nelle edizione olimpiche successive, previste convenientemente a Seoul 4 anni più tardi.

Arriviamo così ai giochi olimpici del 1988, in particolare al torneo per pugili di peso medio-leggeri.

Le speranze coreane sono riposte su Park Si-Hun, di certo non l’atleta più quotato del lotto, ma che riesce comunque, di riffa o di raffa, riesce a raggiungere la finale.

Park difatti sconfigge all’esordio il sudanese Abdualla Ramadan (vittima di un paio di colpi proibiti all’altezza dei reni), poi per giudizio unanime estromette agli ottavi Torsten Schmitz, dalla Germania dell’Est, benché il pugile teutonico appaia come il netto vincitore della contesa agli occhi degli addetti ai lavori.

Rimane vivido il ricordo di quanto accaduto nei quarti, perché a farne le spese è il nostro connazionale Vincenzo Nardiello: 3 giudici, che considerano l’italiano in vantaggio dopo il primo paio di round, compiono una sospetta inversione a U e assegnano a Park la terza ripresa con un tale divario da poter ribaltare la loro decisione finale a favore dell’asiatico.

Nardiello è una furia e sfoga la sua rabbia incontrollabile cercando di sfondare il ring a forza di pugni. Occorre l’intervento tempestivo del segretario del CONI Mario Pescante per evitare a Vincenzo, giunto nei pressi del tavolo dei giudici, guai peggiori.

Al turno successivo Park avanza sconfiggendo per giudizio unanime (neanche a dirlo, pure questo criticabile) il canadese Ray Downey e prenota il suo posto per l’atto conclusivo, il 2 Ottobre.

A contendergli l’oro lo raggiunge però il fenomenale Roy Jones Jr.: il percorso del picchiatore U.S.A. è mostruoso, inizia con un KO alla prima ripresa ai danni del malawiano M’tendere Makalamba e prosegue aggiudicandosi tutti gli altri incontri con approvazione plenaria della giuria, riuscendo oltretutto a evitare di perdere anche un singolo round.

La finale è un lungo monologo di Jones, il quale dispone facilmente dell’idolo di casa; quest’ultimo però riesce a rimanere in piedi per tutta la durata dell’incontro ed evitare un definitivo Knock Out.

Non occorrono le conoscenze enciclopediche in materia di un Tommasi per accorgersi di come il pugile a stelle e strisce costringa l’avversario a giocare di rimessa sin dalle prime schermaglie, controllando con autorità anche il resto della contesa.

Nella seconda ripresa inizia anche un conto di 8 ai danni di Park, ancora sulle sue gambe ma visibilmente provato dai colpi di Jones; l’asiatico ha una fiammata d’orgoglio solo negli ultimi secondi d’incontro, quando i giochi sono ampiamente decisi.

Gli stessi telecronisti sudcoreani sottolineano durante l’ultima frazione del match come il loro connazionale avrebbe potuto ribaltare l’esito della contesa solo con un improbabile KO. Il massacro perpetrato durante le 3 riprese non lascia scampo a Park, che si deve accontentare di una comunque onorevole medaglia d’argento.

Anzi, no.

3 giudici su 5 danno vincente Park Si-Hun.

Ebbene sì: il marocchino Larbi e l’uruguayano Duran, con dei metri di giudizio discutibili, considerano migliore la prestazione del coreano, pur di misura. Non meno sospettosamente, l’ugandese Kasula dichiara un pareggio ma premia Park per una condotta di match più impetuosa, laddove appare palese come sia stato invece vittima del pugile statunitense.

A poco servono i verdetti pro-Jones del magiaro Pajar e del sovietico Gvadjava.

Cala il gelo: Jones e i suoi rimangono sbigottiti, e così l’arbitro, il torinese Aldo Leoni; anche l’indiavolata tifoseria U.S.A. si ammutolisce di colpo.

Park, altrettanto incredulo per il responso, in un pericoloso impeto di gioia festeggia sollevando l’avversario.

Per avere una migliore idea del dominio che è stato smentito dalla maggioranza degli ufficiali, il conteggio dei colpi messi a segno più verosimile parla di un perentorio 86-32 a favore dell’atleta di colore. Addirittura più di un addetto stampa piazzato a bordoring durante il round conclusivo suggerisce a Leoni di terminare anzitempo la contesa, tanto era rischioso per il pugile coreano proseguire.

La federazione pugilistica amatoriale degli States vuole vederci chiaro, ma sfruttando un cavillo sulla tempistica del ricorso l’organizzazione olimpica riesce a evitare indagini a caldo.

Come ulteriore beffa, Jones non torna a casa solo con la medaglia d’argento, ma anche con il titolo di migliore pugile della competizione.

L’anno successivo, a seguito di una inchiesta a più ampio raggio, i 3 giudici che permettono a Park di prendersi l’oro (i quali, incredibilmente, continuano il loro operato anche nelle rimanenti finali olimpiche) vengono sospesi a tempo indeterminato per incompetenza, una scelta diplomatica nei termini per non considerare possibilità di malafede o corruzione.

L’alibi fornito dal terzetto è stato il medesimo e suona piuttosto ridicolo: ognuno di loro ha parteggiato per Park, convinti che sarebbe stati l’unico punto a favore dell’idolo di casa, cui sarebbe stata magnanimamente evitata una sconfitta per verdetto unanime.

Solo nel 1997 le accuse di aver ricevuto regalie trovarono fondo, anche se al pugile coreano non viene chiesto di rendere indietro la medaglia d’oro.

Park Si-Hun, dal canto suo, non ha mai fatto mistero di considerare impropria la sua vittoria su Jones.

Al fine di evitare che tali scempi potessero essere replicati in futuro, già dal 1989 viene adottato un differente sistema di punteggio che lascia meno libertà creativa al singolo giudice, affidandosi per quanto possibile alle rilevazioni elettroniche dei singoli colpi affondati.

Dopo l’”impresa” di Seoul Park Si-Hun sceglie di appendere i guantoni al chiodo, quando il passaggio nei pro sarebbe stato il naturale prosieguo della sua strada agonistica. Ripiega per uno stile di vita più prudente, come insegnante di educazione fisica, ritrovandosi poi nelle vesti di allenatore per la propria nazionale di pugilato amatoriale.

Roy Jones Jr. inizia la sua carriera da professionista di lì a poco invece con un rinnovato vigore, destinato a divenire una leggenda della disciplina: dal 1993, anno del primo titolo mondiale dei pesi medi conquistato ai danni di Bernard Hopkins, inizia un percorso che lo porta ad affermarsi anche nei supermedi, nei mediomassimi e, nel 2003, a fregiarsi pure della cintura nella categoria dei massimi WBA, (avendo raggiunto un peso di quasi 88kg, dai meno di 70 di Seoul) prevalendo ai punti su John Ruiz.

Diventa l’unico boxeur a poter vantare una tale trionfale escalation, collezionando titoli dai medi ai massimi.

A oggi, nonostante le 48 candeline e un impiego da commentatore, Jones non ha mai formalizzato il suo ritiro dal quadrato, anzi si è laureato campione nei pesi massimi leggeri WBF lo scorso Febbraio. Ma quest’anno smette, o almeno così dichiara.

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