Messico ’68, Black power revolution

16 ottobre 1968.
Olimpiadi di Città del Messico.
Un gesto che è diventato storia, un’immagine che è un’icona.

Questa foto mostra il coraggio di chi ha messo a repentaglio non solo una medaglia Olimpica, ma anche la propria incolumità.
Perché Tommie Smith e John Carlos erano velocisti, erano Americani, erano neri.

Siamo nell’anno dell’assassinio di Martin Luther King, della primavera di Praga, del Maggio Francese, del sangue di Bob Kennedy.
Periodo storico eufemisticamente delicato, crocevia del novecento, quando il futuro chiamava a gran voce e ancora troppo spesso la violenza rispondeva.

Olimpiadi di Città del Messico dicevamo.
L’Olympic program for human rights nacque l’anno precedente per raccogliere a sé gli atleti di colore portandoli a boicottare i Giochi, perché sarebbe stato inutile “correre in Messico per strisciare a casa”.
Impresa troppo complicata; gli atleti decisero di partecipare ma vollero raccogliersi sotto una coccarda, un messaggio appeso alla tuta, simbolo di quella protesta.
A testa alta.

I duecento metri piani videro Tommie Smith trionfare; record del mondo, il primo uomo (uomo, non “bianco” o “nero”) al di sotto dei venti secondi.
Un risultato entusiasmante, un muro abbattuto.
Non sarà l’ultimo.

La medaglia d’oro e quella di bronzo John Carlos sono vicini, nel sottopassaggio dello stadio, in attesa di mostrarsi al mondo non come atleti, ma come uomini.
I due stanno per fare un gesto che la storia ricorderà per sempre; e che al tempo stesso brucerà irrimediabilmente le loro carriere.

Il secondo classificato, Peter Norman, australiano, bianco, è al loro fianco.
Chiede loro la coccarda, quella coccarda, perché “sono solidale con voi, si nasce tutti uguali e tutti con gli stessi diritti”.

Carlos dimenticò i suoi guanti, neri come quella pelle che stava ribellandosi a una violenza troppo profonda per essere ancora sopportata, e Norman suggerì ai due di dividersi quelli di Smith.
Fu questo il motivo per cui uno alzò il pugno destro e l’altro il sinistro.

Quel pugno alzato al cielo era in onore dei fratelli che stavano combattendo per i loro diritti, fratelli ghettizzati e massacrati, come a Selma.
Il black power salute contro ogni tipo di razzismo.

Scesi dal podio la loro vita sarà un inferno, la loro carriera bruciata, finita.
Per sempre.
Ma ancora una volta lo sport fu portatore di qualcosa di unico, bello, rivoluzionario.
Che ancora oggi, grazie a due uomini veri, uniti, scalzi, ricordiamo.

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