Michele Alboreto, eroe gentile

Per esser grandi non è necessario esser personaggi.
Perfetto e mai sopra le righe come un brano di De Andrè o una tela di Hopper, Michele Alboreto ha portato nell’arena primitiva e rabbiosa della Formula 1 non solo passione e talento, ma anche lucidità, calma, savoir faire.

Qualità lontane da personaggi come Mansell o Villeneuve, veri cavalieri del rischio, cuori tutto-o-niente, capaci di esaltare si ma anche di pagare dazio allo sventolio della bandiera a scacchi.
Michele, milanese, capace di stupire sia dentro che fuori l’abitacolo per il suo impegno per la sicurezza, per il suo stile affabile, educato, ma mai per questo fragile.
L’ultimo pilota italiano scelto da Enzo Ferrari, quando sulla mediocre Tyrrell sapeva incantare gli addetti ai lavori con prestazioni che ne lasciavano trasparire le enormi capacità.

Ha sfiorato il titolo, anno 1985, quando contro Prost e la McLaren cedette solo a causa di problemi tecnici – turbine difettose si scoprì poi – dopo aver accarezzato la testa della classifica iridata, primo italiano dal 1958.
Michele non lo sapeva, ma il destino aveva già dato lui l’unica possibilità della vita; si perchè di anno in anno la parabola scese sempre più, mai veramente sostenuto da una Ferrari all’altezza.
Terminò la carriera in F1 in squadre minori ma non abbandonò i circuiti; la sua grande voglia di correre trovò sfogo nel mondiale endurance, terreno sul quale arrivò persino a vincere a Le Mans.

“Gliel’ avrò detto cento volte: smettila, goditi la vita. Ma lui aveva la malattia del casco e della tuta, non riusciva a dire basta”.
Come tanti, troppi, prima di lui, Alboreto, simbolo di un’Italia che non mollava mai, di anni ottanta passati a credere che tutto fosse possibile, lasciò la sua vita durante un test in preparazione della 24h di Le Mans a bordo della sua Audi.
Uno schianto tremendo, improvviso, che non lasciò spazio a Michele ne di intervenire, ne probabilmente di pensare a quelle parole, col senno di poi amare, che il suo amico Patrese, nel suo modo brusco, amava ripetergli.
Ma Michele Alboreto, nato il 23 dicembre 1956 amava troppo correre.
E il destino, tremendo, se ne ricordò.

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