Michelle Mouton, rivoluzionaria da corsa

Chi pensa che le donne, in quanto tali, non abbiano nulla a che spartire con la guida evidentemente non conosce la storia dei rally.
Primissimi anni ottanta, luci e colori stavano lentamente sostituendo gli anni bui di lotte e tensioni, anni lontanissimi dal ’68 e dalla sua liberazione sessuale; anni in cui nessun esponente del gentil sesso aveva ancora conquistato una vittoria nel panorama motoristico internazionale.
Audi Sport, gigante del motorsport, si fece portatrice di due idee che dal punto di vista tecnologico e culturale cambiarono per sempre il mondo dei rally; introdurre la trazione integrale e consegnare le chiavi della Quattro Gruppo 4 ad una donna.
Si, ma a chi?

Michelle Mouton, classe 1951, francese, formatasi fra stretti ed infernali tornanti transalpini e pronta, ormai trentenne, a sfidare i mostri sacri della disciplina senza paure, timori, ansie da prestazione ma pronta a reggere il confronto con chi non aveva paura di alzare il piede nemmeno di fronte ad un dirupo.
Audi era la macchina giusta, nettamente superiore su fondi a scarsa aderenza e nonostante il non perfetto bilanciamento capace di giocarsi il mondiale.
In squadra con numeri uno come Hannu Mikkola e Stig Blomqvist, Michelle liberò il proprio talento crescendo a dismisura e andandosi a giocare, nel 1982 suo anno d’oro, il campionato del mondo con sua maestà Walter Rohrl.

Un’annata straordinaria per Michelle che con tre vittorie in Portogallo, Brasile e in Grecia balzò in testa alla classifica; il sogno era realizzabile, abbattere l’ennesimo pregiudizio l’avrebbe portata in cima al mondo non solo in tema sportivo ma soprattutto sociale.
Per la disciplina non era più un corpo estraneo; risultati e guida le diedero definitiva credibilità in seno ad un mondo inevitabilmente maschilista, dove rumore, polvere e velocità venivano percepite come dinamiche per soli uomini.

Ma quel 1982, sebbene fosse ad un passo da qualcosa di davvero unico, non passò alla storia per il primo titolo femminile nel motorsport; a due rallies dalla fine del campionato, prima del decisivo Rally di Costa D’Avorio, un grave lutto colpì Michelle. Audi, nonostante il titolo in bilico, non premette per la sua partecipazione e solo la madre, per onorare il ricordo del padre scomparso la convinse ad imbracciare casco e guanti per l’ultima sfida.
Michelle spinse come sempre, aiutata persino dai compagni di squadra che durante i trasferimenti fecero di tutto, compreso i meccanici, per aiutarla; vinse numerose speciali, andò in testa alla gara ma problemi alla trasmissione la rallentarono.
Nonostante gli interventi della squadra dovette ricostruire il vantaggio perso ma quando si accarezza il limite, quando le strade che si percorrono non sono nastri d’asfalto lindi e splendenti un errore, anche piccolo, può compromettere tutto.

Michelle Mouton sbagliò e cappottò; lo svedese Bjorn Waldegard si fermò ad aiutarla, ma non ci fu nulla da fare.
Un sogno, il treno che passa solo una volta nella vita svanì in quell’istante; insieme alla navigatrice Fabrizia Pons Michelle alzò bandiera bianca.
Poche occasioni ebbe negli anni successivi per ripetersi e nonostante le vittorie e il record al Pikes Peak, la cronoscalata più famosa e pericolosa del mondo, si ritirò dai rally il giorno in cui scomparve tra le fiamme della sua Lancia Delta  Henri Toivonen; basta così, giocare con la vita non aveva più senso.

Michelle fu l’ideatrice, nel 1988, della Race of Champions, show motoristico in onore di Toivonen, e dal 2010 presiede la commissione Women & Motorsports della Federazione Internazionale dell’Automobile.
Una donna, una numero uno, che dimostrò quanto l’abnegazione, la tenacia e l’impegno unite al talento, possano abbattere ogni muro, ogni limite, ogni stupido pregiudizio culturale.
Dando vita ad una vera e propria rivoluzione.

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