Miller Instinct

18 anni passati a bersagliare canestri in NBA con più di 25.000 punti messi a referto nelle sole stagioni regolari nonostante un fisico filiforme, di cui oltre 2.500 triple, numero da extraterrestre fino all’avvento di Ray Allen e degli Splash Brothers.

Diventare uno scorer con precisione al tiro e tempistiche di catch and shoot da studiare, capace di presenziare a 5 All Star Game nonostante una concorrenza assassina, decisivo in innumerevoli finali di partite spesso e volentieri anche nei playoff, con un approdo alle Finals guastato da uno Shaq versione Godzilla.

Un oro olimpico e un trionfo mondiale (in veste di co-capitano) con la nazionale statunitense, la consacrazione a giocatore più rappresentativo per quanto riguarda l’intera storia di una franchigia NBA, gli Indiana Pacers.

Qualcuno potrebbe pensare, queste credenziali saranno sufficienti  per essere almeno etichettato senza dispute come “quello bravo a giocare a basket” in occasione delle rimpatriate parentali durante le festività, no?

Probabilmente sì, a patto di non essere nati nella famiglia Miller.

Oggi però non è a Reggie che intendiamo dedicare il tempo concesso.

Va bene, va bene, solo 5 minuti però.

Il seguipersone stavolta lo dirigiamo invece sulla sorella maggiore Cheryl, , assunta al grado di leggenda della disciplina nonostante una carriera agonistica interrottasi brutalmente, quando ancora pareva non essere neppure completamente sbocciata.
Un talento per il quale il basket femminile d’oltreoceano non aveva precedenti con cui effettuare paragoni per quanto azzardati: del suo dominio parlano i tanti record riscritti, l’incetta compiuta di premi individuali e di squadra, la notorietà raggiunta a metà degli anni ’80, comparabile con quella di alcune delle più lucenti star NBA del periodo.

Ah già, il tutto quando era ancora all’università. Una giocatrice fenomenale, che nella categoria femminile elevò il livello ad altezze ritenute impensabili, ma a cui gli dispettosi dei del basket diedero tutto in poco tempo, per poi riprenderselo sul più bello, costringendola a reinventarsi più più volte.

Il rapporto fraterno tra i cestisti Miller rappresenta un collante perfetto per unire i frammenti di una vita alquanto frastagliata: separati anagraficamente da un anno e mezzo, Cheryl e Reggie crescono insieme fino a diventare i giganti della palla arancio che conosciamo oggi, dimostrando sempre un grande affiatamento, impastato grazie a una perenne condizione di competizione intestina.

Nel 1985 Sport Illustrated incorona atleta dell’anno proprio Cheryl Miller. Perché non ripescare una hit di quel periodo allora, portata al successo da una coppia di dive come Annie Lennox e Aretha Franklin?

Le “sorelle” (anche in senso letterale) sono in grado di cavarsela da sole, eccome.

MILLER DOLLAR BABY

Riverside, California, un’ora d’auto da Los Angeles. Un qualsiasi giorno durante i mesi caldi del 1975, al campetto della John Adams Elementary. Una metà del rettangolo la occupano un paio di adolescenti come tanti, sulla dozzina di primavere ciascuno, stanno allenandosi con l’adorato pallone a spicchi. A un certo punto un fischio attira la loro attenzione, subito seguito da una proposta:

“Io contro di voi, 10 canestri. Chi vince si prende 10 Dollari”

A quel punto gli sfidati si voltano e istintivamente iniziano a sghignazzare e sgomitarsi i fianchi vicendevolmente. “Ma l’hai visto, quell’orecchione scheletrico?”

L’esile bambino non fa una piega e continua “Vorrei fare un 2 contro 2, ma l’unico partner che oggi potrebbe giocare con me è mia sorella, è un problema per voi? Ehi Cheryl, vieni qui!”.

La giovane sbuca da un cespuglio e si avvicina con incedere esitante, fissando il tabellone con l’espressione disorientata dell’indigeno Maya che vede una caravella per la prima volta.
Sembrano soldi sin troppo facili da spillare a una coppia di brocchi: i ragazzini vanno difatti avanti 5-0 con il minimo sforzo, contro quegli strambi fratelli che evidentemente avevano 10 verdoni di troppo nelle loro tasche.

A quel punto però il magrolino con le parabole e la sorella si scambiano un cenno d’intesa.

Basta scherzare, dai.

Controbreak di 10-0 in un amen.

“Sganciare!”

Chissà quanti sud-californiani sulla cinquantina stanno raccontando alla loro prole di quando, ancora giovanotti, vennero raggirati in similare maniera dalla premiata ditta Miller&Miller, quell’improbabile duo di fenomeni con un percorso da Hall Of Famer ad aspettarli.

Comprereste un’auto usata da questi bambini?

Classe 1964, terza figlia di mamma Carrie e papà Saul, Cheryl DeAnne viene spinta da quest’ultimo a trovare la propria vocazione sportiva, stesso destino toccata ai suoi 4 fratelli.

Non fa eccezione neppure il quartogenito, quel Reginald venuto al mondo con le anche sensibilmente deformate, uno che per avere speranze di camminare regolarmente si fa i primi anni di vita con le protesi alle gambe, come un Forrest Gump ante litteram.

Reggie nasce nel 1965 e diventa il primo fan di Cheryl, mentre la vede prendere di mira il canestro di casa e bucarne la retina ancora e ancora.

Come il malato di cuore in un capolavoro di De André, quel (strano a credersi) cicciotto bambino passa giorni alla finestra e non sta nella pelle, spera di poter riuscire presto anche lui ad addomesticare quella sfera arancio e, soprattutto, a correre all’impazzata lungo tutto quel playground di fortuna ricavato dietro l’abitazione.

La sorte lo accontenta: oramai capace di muoversi con una certa coordinazione, la futura star dei Pacers riesce finalmente a sfidare Cheryl una volta compiuto il quinto anno d’età. Lei, oltre che più grande e esperta in materia, è anche più alta persino di qualsiasi suo compagno di classe; non si fa scrupoli, inoltre, se per difendere il canestro deve spintonare in un roseto un consanguineo.

Stanco di trasformare il sedere in un portaspine dopo ogni contrasto, Reggie adotta, per sua stessa ammissione, un gioco perimetrale e una parabola di tiro elevata ad altezze sempre più vertiginose: sono soluzioni estreme all’esasperante percentuale di stoppate altrimenti incassate negli 1 on 1 contro la sorellona, che proprio non gliene lascia passare una.

Un vizietto li accomuna, quello del trash talking: Cheryl ha una lingua che spara per uccidere, mentre Reginald, nonostante una marcata logorrea, sulle prime non può che incassare in silenzio; intanto però si appunta in mente gli insulti più efficaci, che magari torneranno utili un giorno.

Sempre più motivato a prendersi una rivincita, con cibernetica instancabilità Reggie spara almeno 500 conclusioni al giorno verso canestro, allargando passo passo il suo raggio d’azione e iniziando a fare canestro anche da dietro quel muro di rose in cui finiva spesso schiantato.

Curiosamente, per lui il basket è  inizialmente un ripiego: il vero amore lo ripone verso il baseball, sulle orme del fratello maggiore Darrell, che nel 1984 riuscirà anche a debuttare nella MLB.

Sia Cheryl che Reggie finiscono a giocare per la high school locale, arruolati nei Wolverines di Riverside Poly.

Giocano con il 31 sulle spalle, ma il numero porta inizialmente loro fortune divergenti: lei è da subito un fattore mentre il futuro cannoniere NBA, complice uno sviluppo non ancora completo, da matricola fatica a mettersi in mostra. Solo questione di tempo, visto che la terza e quarta stagione condurrà i suoi al titolo statale.

Il 26 Gennaio 1982 in particolare è una grande notte per Reggie Miller che rincasa sulle ali dell’entusiasmo: una vittoria per Riverside di cui lui è stato attore principale. Quel junior mingherlino di 1.70 per 65 kg non lascia neppure sbattere la porta e informa tronfio i familiari di aver siglato la bellezza di 39 punti.

“Br-bravo Reggie!…”

Tra genitori e fratelli cala il silenzio mentre gli sguardi si incrociano in ogni possibile combinazione. E adesso chi glielo dice?

Reginald inizia a sospettare qualcosa mentre placa gradualmente la sua gesticolazione festante.

“Avanti Cheryl, quanti ne hai fatti? 50?” chiede il fratello, pensando di aver sparato una cifra improbabile.

Macchè. Quella stessa sera la big sister, giunta all’ultimo anno, ha realizzato la sua Cappella Sistina: anche il team femminile di Riverside Poly era sceso in campo, vedendosela contro la debole Norte Vista High School.

L’anno prima la Miller registrava proprio contro le stesse sventurate cestiste il suo career high, firmandone 77. Stavolta decide di strafare, mandando agli archivi  numeri difficilmente replicabili: chiude dal campo con un irrealistico 46 su 50, col contorno di 13-15 dai liberi.

Esattamente, 105 punti (il tiro da 3 non era ancora contemplato).

Tra le avversarie, si verrà a sapere solo qualche anno più tardi, solamente una giocatrice andava oltre i più basilari rudimenti della pallacanestro (e anche lei come le altre compagne chiederà autografi alla loro giustiziera dopo la sirena, in cieca ammirazione).

Vuoi per la scarsa preparazione di Norte Vista, vuoi per la limitata rotazione a disposizione di Riverside (altre 4 atlete da sole accumulano 70 dei 74 punti non firmati da Cheryl), vuoi per l’aggressiva difesa a zona adottata dalle Wolverines, con la Miller in punta, pronta per facili steal ai danni delle inesperte avversarie, fatto sta che l’eccezionale atleta viene tolta dal campo con ancora 3 minuti da giocare e sembra quasi non rendersene conto di quanto appena compiuto.

Ancora oggi lei giura di essere arrivata alla vetta senza accorgersene, diventandone cosciente solo quando sono partiti i cori “100 – 100” dal pubblico, circostanza rara da parte di tifosi avversari e  in una palestra non fornita della ruota di OK, Il Prezzo È Giusto.

Nella stessa gara si scrive un’altra pagina di storia, benché non supportata da registrazioni video: la Miller prova più di una volta a concludere con una schiacciata, ma sopra il ferro fatica ad arrivare. Il terzo tentativo è quello buono però, è la prima slam dunk in una partita ufficiale di basket femminile.

(Per averne una ripresa dalla telecamera bisogna attendere il 1984 e Georgeann Wells. Ecco l’azione filmata con un tostapane dell’epoca.)

Cheryl conclude l’esperienza in high school con un poker di successi in altrettante annate, impreziosite da una streak di 84 W consecutive e un complessivo 132-4 spaventoso.

Con un curriculum che recita anche 37 punti di media nell’ultimo anno, con una media di 33 con 15 rimbalzi lungo le 4 stagioni, Cheryl al momento si decidere in quale università proseguire il percorso formativo fa collassare la cassetta delle lettere: almeno 250 istituti spediscono la loro candidatura.

Cheryl opta per una scuola vicino a casa, spostandosi qualche kilometro verso Ovest, come consigliavano i saggi Village People: University of Sothern California e le sue Troyans (da ora in poi Women of Troy per ovvi motivi), reduci da un’eccellente prestazione al debutto in NCAA, estromesse dalla competizione non prima di essersi guadagnate i quarti di finale.

Raggiunti i 187 centimetri di statura, Cheryl è un’ala grande dinamica contro la quale è durissima tenere il passo di gara.

Benché lei assicuri di non essersi mai considerata una prescelta ma di aver primeggiato solo grazie alla sua volontà d’acciaio e a una competitività portata sempre al limite, sembra che le doti innate non le manchino: controllo di palla, tecnica di tiro, intimidazione, tempismo per il rimbalzo, una certa esplosività.

La Miller dimostra di poter continuare a dettare legge su entrambe le fasi di gioco già dopo poche allacciate di scarpe universitarie: il primo biennio di permanenza produce difatti un ambo di titoli per USC e nondimeno un paio di MVP a Cheryl, tanto per gradire.

Tra le altre artefici di tali successi è necessario citare anche le rocciose gemelle McGee, Paula ma soprattutto Pamela (vista anche in Italia), che tra le altre cose darà poi alla luce il nostro Javale preferito e la promettente pivot Imani Boyette.

Oltre a loro si distinguono la grande realizzatrice Cynthia Cooper (che poi la spiegherà discretamente anche in WNBA) e l’abile passatrice Rhonda Windham.

CHERYL BOMB

Neppure il più allocco selezionatore dell’intero globo rinuncerebbe a un talento come Cheryl per rafforzare la propria nazionale, e infatti le serve poco tempo per iniziare a vestire di rosso, bianco e blu.

Le nipoti dello Zio Sam si presentano da naturali favorite per la corsa all’oro olimpico nell’edizione casalinga di Los Angeles 1984: sono forti dell’affermazione ai giochi Panamericani e ai World University Games durante l’anno precedente e, soprattutto, giocheranno senza lo spauracchio rappresentato dalle temibili sovietiche, obbedienti al boicottaggio dei giochi su larga scala.

Sempre nel 1983 gli States, con la Miller in campo, hanno dovuto arrendersi in 2 occasioni proprio all’Unione Sovietica pigliatutto (che annoverava un paio di sconfitte in oltre 200 incontri disputati nel ventennio precedente) in occasione dei mondiali in Brasile, in entrambi i casi solo a causa di finali in volata sfavorevoli.

La dozzina di giovanissime (età media poco oltre i 22 anni) cestiste selezionate per le Olimpiadi losangeline compongono una team spaziale: basti pensare che per ben 9 di loro si sono poi spalancate le porte per l’Hall Of Fame.

Oltre a Pam McGee si contraddistingue un altro centro, la colossale Anne Donovan, presente con tutti i suoi 203 cm.

Presenti anche la prolifica guardia Lynette Woodard, proveniente da un paio di stagioni a Schio, e l’ala Denise Curry (non parente), star di UCLA.

Come se ciò non bastasse, la rosa vanta anche la presenza dell’immensa Teresa Edwards, benché relegata per l’occasione a un ruolo di comparsa; è questa la prima delle sue 5 partecipazioni a giochi olimpici, conoscendo la sconfitta solo a Barcellona ‘92 in semifinale con la Russia, ai tempi C.S.I. (no, non quello con la violenza gratuita e l’acqua gelida nelle docce. Cioè, anche. Oh beh, ci siamo capiti.).

Il cammino olimpico non vede inciampi di sorta: 6 vittorie in altrettanti incontri e gradino più alto del podio incontestabile, rifilando trentelli di scarto con una certa disinvoltura.

In un team che, forte della sua supremazia, cerca di coinvolgere democraticamente fino alla dodicesima donna convocata, Cheryl si distingue comunque come la migliore giocatrice del torneo: 16.5 punti (con un 66% dal campo) e 7 rimbalzi a uscita, condite con più di 4 assist, una stoppata e, ancora più impressionante, 3 palloni abbondanti rubati.

Questo exploit nei giochi dei 5 cerchi rende Cheryl richiestissima e la sua popolarità sfocia anche negli altri continenti: la vogliono in Europa, guadagna copertine in Asia. Eppure si tratta di un caso di persona giusta al momento sbagliato.

Nel campo delle leghe professionistiche nordamericane il quadro è difatti piuttosto desolante, specie se equiparato alla metà maschile: il basket in rosa non viene ancora considerato un mercato profittevole e per la WNBA occorrerà attendere un ulteriore decennio.

Arriva un’offerta persino dagli Harlem Globetrotters, nella quale invece finisce per debuttare l’anno seguente la sua compagna olimpica Lynette Woodard, prima quota rosa con indosso la storica divisa.

La Miller viene opzionata persino da una squadra dell’USBL, un campionato dove (particolare non di poco rilievo) si sarebbe dovuta scontrare con nerboruti uomini.

Lei declina temporaneamente tutte queste offerte e prosegue a USC. Nel 1985 il cammino delle Women Of Troy si interrompe agli ottavi, mentre l’anno successivo le californiane sono costrette a soccombere in finale a University Of Texas, quella di Clarissa Davis e della stagione perfetta a 34-0. Cheryl si guadagna comunque la nomina nel migliore quintetto della competizione, a fianco della Cooper.

Eccezion fatta per gli assist, praticamente tutti i record più significativi della scuola a quel punto sono proprietà della Miller, che lancia al cielo il pileo dopo aver siglato più di 3.000 punti e catturato oltre 1.500 rimbalzi (medie di circa 23+11), con 112 successi su 132 match disputati.

Il suo #31 viene addirittura ritirato già da lì a pochi mesi, prima atleta in assoluto a ricevere tale ricompensa da parte della scuola californiana.

Senza elencare la pletora di altri award con cui gli addetti ai lavori ne hanno onorato la grandezza, basti pensare che a 8 anni tra high school e università sono corrisposte altrettante onorificenze come All-American.

Senza di lei l’università non ha più guadagnato a oggi non solo un altro titolo nazionale, ma neppure un accesso alle Final Four.

Durante l’estate del 1986 la sua mente è rivolta agli imminenti Goodwill Games: le sconfitte patite contro l’Unione Sovietica 3 anni prima andavano vendicate, e le stellestrisciate erano confidenti come non mai di poter finalmente completare l’impresa.

Con entrambe le superpotenze arrivate all’ultimo match dopo un en plein di affermazioni, lo scontro diretto all’ultima giornata del torneo diventa, come da pronostico, risolutivo.

Le sovietiche, guidate dai 215 centimetri della gigantesca Uljana Semjonova, all’ultima apparizione in nazionale, stringono i denti per un quarto di match, poi devono alzare bandiera bianca sotto un perentorio 83-60.

Ai Mondiali dello stesso anno l’URSS, con la Semjonova estromessa forzatamente da parte della stessa federazione, dà sempre più l’impressione di faticare  nel rimpiazzo degli ormai appassiti fiori all’occhiello del team con giovani di uguale caratura.

Sospinte dal pubblico di casa le russe arrivano comunque  nuovamente imbattute all’atto finale, ma lo stesso percorso compiono le Yankees.

23 punti Miller sui 108 con cui gli U.S.A. detronizzano una volta per tutte le avversarie (ferme a 88), umiliate a domicilio e dirette verso un inesorabile declino dopo decenni sul tetto del mondo.

Con il canonico anno di discrepanza, anche Reggie sale agli onori della cronaca: rimane pure lui in California ma optando per  UCLA, dove viene dapprima snobbato come rookie, per poi esplodere e diventare il secondo migliore marcatore nella storia del prestigioso istituto, dietro solo ad Abdul-Jabbar.

Con la pancia per nulla colma nonostante i risultati sorprendenti, nel 1987 non è raro vedere Cheryl seminare terrore nei paraggi della USC di cui ha contribuito alle fortune.

Proprio durante una di quelle partitelle organizzate sul momento la Miller viene accidentalmente sgambettata da un’avversaria; in quell’esatto istante ecco che le Ore (quelle della mitologia greca, non delle edicole, zozzoni) sembrano farsi burle di lei, rallentando gli attimi che separano il suo ginocchio sinistro da un impatto sul parquet che ne guasterà severamente i legamenti del crociato anteriore.

Lo stesso campo che con modalità similari 4 anni prima costringeva a 15 mesi di stop una sua compagna di squadra, la macchina da assist Rhonda Windham, ora miete un’altra vittima illustre.

Cheryl comprende subito la gravità del danno e sceglie di prendersi i tempi necessari per la riabilitazione, sacrificando tante opportunità pur di avere una chance di partecipare alle Olimpiadi di Seoul 1988.

Anche Reggie sta affrontando tempi duri:quell’estate realizza sì il sogno di entrare in NBA, dove viene preso con l’undicesima chiamata dagli Indiana Pacers, ma la scelta scatena le ire dei tifosi della sua nuova squadra, che avrebbero preferito l’eroe locale Steve Alford, fresco di titolo NCAA con gli Hoosiers.

Tornando a Cheryl ecco che, con la caparbietà che la contraddistingue, la nostra riesce qualche mese più tardi a partecipare agli stage per la selezione olimpica diretta in Corea del Sud.

Purtroppo trovano conferma le perplessità che aleggiavano sulla sua condizione fisica: la Wonder Woman immarcabile di qualche mese addietro sembra essere stata spogliata di quasi tutti i suoi superpoteri. A peggiorare la situazione, durante gli allenamenti si riacutizza seriamente l’infortunio al ginocchio.

Niente da fare, stavolta le giunture riescono a bloccarla meglio di quanto non sia riuscita qualsiasi marcatrice.

La sua firma sul decennio delle luci al neon e del mullet è comunque indelebile, al punto da farle guadagnare anche il premio come migliore giocatrice degli ‘80s, scelta da un’associazione di allenatori.

Mai doma, nel 1992 partecipa nuovamente ai trials della nazionale, l’obiettivo sono ancora le Olimpiadi. Arriva fino all’ultima scrematura, quando dalle 18 atlete rimaste viene decisa le magnifiche 12 per le quali prenotare i voli verso Barcellona. Neanche a dirlo, lo stesso ginocchio fa di nuovo crack.

Cheryl ha appena 28 anni ma non vede più margini per costruire qualcos’altro di significativo infilandosi canotta e pantaloncini.  Nuove strade si aprono, senza allontanarsi troppo dal rettangolo di gioco.

MILLER E NON PIÙ MILLER

Anno 1993: in NBA si stanno scrivendo i primi capitoli di “Reggie Miller contro la città di New York” e il mondo si accorge di quanto possa entrare diabolicamente sottopelle il 31 gialloblu (diventato intanto miglior marcatore all-time dei Pacers, zittendo man mano tutti i detrattori sugli spalti), con le sue provocazioni e una bocca al vetriolo.

Cheryl invece raccoglie l’opportunità offerta ancora da USC (nella quale ha lavorato già come assistente nei periodi post-infortunio), che stavolta la richiede in panchina per allenare le nuove leve.

Seguono controversie e nasi storti da parte delle colleghe: la Miller subentra a un’allenatrice che in quel momento ha una causa in atto con l’università, in quanto la sua richiesta di un salario equiparato al coach di pallacanestrot maschile non è stata accolta.

Ci rimane un paio di stagioni, mostrando dal principio come il suo temperamento aggressivo ed esigente si riversi nella gestione delle giocatrici a lei affidate. Conclude con un egregio record di 44 vittorie su 58 panchine distribuite in 2 anni, dopo una partenza bomba di 17-1.

Nel 1995 Cheryl si rende protagonista in un frangente ancora diverso della disciplina: la TNT la vuole come analista, quindi le affida telecronache e interviste a bordocampo in match in diretta nazionale: mai nessuna donna prima di lei, anche stavolta.

La Miller dal canto suo, sfruttando precedenti collaborazioni con la ABC già dal 1987, si dimostra all’altezza e diventa immediatamente uno dei volti più riconoscibili durante le trasmissioni sportive.

Sempre nello stesso anno, trentunenne e praticamente ritirata già da 8 anni, entra a pieno merito nella Naismith Hall Of Fame.

Intanto il progetto WNBA, che tanto comodo avrebbe fatto a Cheryl nei suoi anni migliori, si concretizza e vede la sua stagione inaugurale a cavallo tra 1997 e 1998; ancora anagraficamente valida ma troppo logora fisicamente per poter valutare una sua presenza sul parquet, la Miller riceve comunque la chiamata di Bryan Colangelo per conto del padre Jerry, owner dei Phoenix Suns, che nella capitale dell’Arizona ha fondato anche la franchigia gemella per il gentil sesso: benvenute Mercury.

Colangelo la vuole come allenatrice per l’esordio del team: lei resta 4 anni sotto quel sole battente, concludendo con un complessivo 55% di vittorie

Nel 1998 guida la squadra dell’Arizona a un passo dal successo finale contro le Houston Comets, in cui milita quella Cynthia Cooper , vecchia conoscenza della Miller nelle Women Of Troy (e che le succederà alla guida delle Mercury), capaci di ribaltare la serie decisiva al meglio delle 3.

Il 2000 la vede abbandonare Phoenix (con un preavviso scarso che fa infuriare la dirigenza), tornando a dedicarsi a tempo pieno al giornalismo cestistico, alternandosi tra diversi canali televisivi.

Effettua comunque altri stint da allenatrice di basket femminile universitario, prima a Langston, poi a California State in Division II, dove lavora attualmente.

Il 2010 vede la sua sacrosanta introduzione nell’arca di gloria della FIBA, accompagnata da un Meneghin, un Sabonis e un Divac.

Nel 2012 Reggie, ritiratosi al termine della stagione 2004/05, raggiunge la sorella nella Naismith Hall Of Fame appena divenuto eleggibile, completando così l’unica coppia di fratelli introdotta in questa elite.

Ovviamente alla cerimonia non può mancare Cheryl, che presenzia a suo fianco durante il discorso di ringraziamento e che l’ex asso dei Pacers non esita a definire il motivo principale che lo ha reso quel grande cestista idolatrato in quel di Indianapolis.

Sempre lì, Cheryl per Reggie, Reggie per Cheryl.

Lo scorso anno lo stesso Reggie ha pubblicamente accusato l’università di USC di sessismo, in quanto Cheryl, le gemelle McGee e Lisa Leslie condividono lo stesso stendardo con cui sono ricordate dalla scuola, al contrario dei grandi sportivi maschili, cui ne spetta uno a testa.

Sempre lì, Reggie per Cheryl, Cheryl per Reggie.

Non è da escludere che passando davanti alla giusta casa di Riverside in un pomeriggio d’estate possiate vedersi sfidare 2 leggende della palla arancio, sempre pronti ad aggiungere nuovi capitoli in una rivalità che, non fosse per i limiti imposti dalla biologia dei loro corpi, si estinguerebbe più tardi di quella tra Skynet e la razza umana.

Così fosse, dovreste comunque accontentarvi di gare a H-O-R-S-E: gli 1 contro 1 sono stati banditi arbitrariamente da Cheryl tempo fa, curiosamente proprio in corrispondenza con la crescita di statura registrata da Reggie durante i suoi primi anni di vita universitaria, quando prende 15 centimetri arrivando a superare i 2 metri, finalmente non sentendosi più il bambino spaurito che sente la necessità di dover tirare protetto da un roseto.

“Partitella ai 10 canestri?”

 

Marco Stanchini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *