Mondiali di calcio 1974: sorelle contro

22 Giugno 1974, Cottbus. E’ tarda sera. C’è una signorina di vent’anni, figlia di un pastore e di una professoressa. Sta festeggiando davanti ad un rumoroso televisore, probabilmente di derivazione sovietica. Indossa la maglia dell’Energie e sta esultando per la sua Nazionale.

La gioia è doppia: per la qualificazione al secondo turno e per l’ultima vittoria che le permette di passare da prima nel gironcino. L’ ebrezza però, a conti fatti, dura piuttosto poco e lascia spazio ad una serie di riflessioni, tanto ciniche quanto disilluse. La ventenne infatti, capisce immediatamente che quella a cui ha appena assistito non è stata una semplice partita di calcio; no, è stato molto, molto di più.
Per chiarie, il nome della signorina è Angela Dorothea Kasner.
Oggi Merkel.

Se guardiamo al 1974, non possiamo esimerci dal fare alcuni riferimenti alla situazione politica ed economica. Siamo, innanzitutto, in piena Guerra Fredda. Quello poi, tanto in Germania quanto nel resto d’Europa, è un periodo ricchissimo di tanto altro. Sono gli anni del terrorismo e dell’inflazione, ma allo stesso tempo però non sorprende quanto forte spirino venti di cambiamento. C’è chi ancora fa delle ideologie la propria ragione di vita, come chi, pacificamente o meno, si batte per una società migliore. I teutonici nello specifico poi, vivono da protagonisti tutto questo. Inoltre alcuni settori della stessa economica tedesca sembrano davvero “scoppiare di salute.” E’ il caso, per esempio, dell’industria automobilistica che, grazie a picchi vertiginosi di sviluppo in particolare nella Baviera, stimola un benessere da tempo sconosciuto.

Se torniamo per un attimo indietro alla giovane Angela, fa riflettere il fatto, non sempre scontato, di quanto amasse la propria squadra Nazionale. Cottbus, dal dopoguerra fino al 1990, si trova in Germania Est. La Germania dell’Est (DDR), nella sua breve storia che va dal 1949 al 1990 è stata, sportivamente parlando, “una brutta bestia”. Per quanto riguarda la partecipazioni alle Olimpiadi, nelle quali compete dal 1968 al 1988 con l’eccezione di quelle del controboicottaggio del 1984 (dopo aver partecipato dal 1956 al 1964 unita con i tedeschi occidentali), vince 153 ori, 119 argenti e 117 bronzi in quelle estive, mentre in quelle invernali colleziona 39 ori, 36 argenti e 35 bronzi; sono numeri semplicemente impressionanti. Certo, permangono molti “dubbi chimici” ma vi è un dato di fatto: l’organizzazione tedesca orientale sapeva organizzare lo sport, ergendolo ad uno dei paradigmi fondamentali dello e nello stato.

Nella loro filosofia della pianificazione come instrumentum vitae però, i tedeschi orientali compiono alcune scelte quantomeno curiose, se non chiaramente discutibili. Un esempio: l’hockey sul ghiaccio. L’hockey sul ghiaccio, sport che ha una grande tradizione nel Nord Europa e in Germania, viene ritenuto di scarso interesse. Si decide così di non sovvenzionarlo lasciandolo morente. Con il calcio invece il rapporto è di amore ed odio. Nella DDR si sa, lo sport per eccellenza è l’atletica leggera, mentre il calcio è considerato come un qualcosa di “troppo occidentale” e quindi di capitalistico. Uno sport che può definirsi business.

Ad ogni modo, sebbene con questi presupposti, la DDR-Oberliga (massima divisone tedesco-orientale) riesce a regalare momenti di raro folklore e spettacolo. Appuntamento fisso, ad esempio, è il derby tra l’Union di Berlino e la Dinamo di Berlino (squadra della Stasi, diretta da Erich Mielke e non proprio amatissima). Il derby infatti, oltre ad essere fucina di gol, vede riecheggiare nell’aria non solo esultanze ma anche cori non proprio ortodossi. Non di rado, infatti, si invoca l’Herta, altra celebre squadra di Berlino che però gioca al di là del Muro. E’ incredibile quanto gli abitanti della Berlino Est e di tutta la Germania filo-sovietica, così “spiati” nella vita di tutti i giorni, costretti nei rigidi schemi che il socialismo reale imponeva, riuscissero nello sport a respirare il tanto dolce, quanto effimero, odore di libertà. Non importava che si fosse nella curva di uno stadio, di fronte al televisore o con una radiolina all’orecchio, magari criptando le frequenze dei media occidentali dopo aver costruito una qualche rudimentale antenna clandestina.

A conti fatti dunque, il livello della Oberliga riesce ad offrire notevoli spunti di riflessione. Certo, la squadra della Stasi dal 1979 al 1988 vince il campionato e gli interrogativi non mancano. Allo stesso tempo però, le squadre DDR nelle coppe europee fanno sempre ottime figure; in particolare il punto più alto viene toccato con la vittoria della Coppa delle Coppe da parte del Magdeburgo contro il Milan, nel 1974.

Quello stesso anno è anche l’anno del Mondiale in Germania Ovest, competizione dove la DDR fa una più che discreta figura; è composta principalmente da seconde linee dell’atletica riciclatisi calciatori, come la mezzala Jurgen Sparwasser – del Magdeburgo – e da atleti impegnati la mattina in qualche acciaieria di Stato e la sera in campo nel Primo Turno di Coppa delle Coppe. Non importa: con la disciplina e l’organizzazione si può bene o male sopperire alle manchevolezze strutturali.
Tornando al mondiale se paragoniamo i primi match delle due Germanie, le vediamo confrontarsi entrambe sia con l’Australia che con il Cile (retto da un anno dal Generale Pinochet dopo il criminale golpe dell’anno prima).

Un momento, un momento. Se è il 1974 e le Germanie incontrano gli stessi avversari, significa che sono nello stesso girone.
Si signori, Germania Est e Germania Ovest sono nello stesso girone e dovranno giocare una contro l’altra. Qualcosa deve essere andato storto nel sorteggio. Appena diffusasi la notizia tra i quadri della SED, dopo un primo momento di sgomento, i capi della Germania Orientale, Erich Hoenecker ed Erich Mielke devono essersi incontrati capendo al volo che quell’evento poteva essere sfruttato a fini propagandistici.

Tra l’altro tra le due Germanie c’era già stato un primo vis-à-vis sui campi di calcio: le due selezioni si erano infatti scontrate alle Olimpiadi due anni prima. Gli Orientali avevano vinto sui cugini per 3-2. Stavolta però sembra esser diverso. Nella RFT giocano stelle quali Paul Breitner (un Maoista puro, che non si farà scrupoli a giocare nel Real Madrid ancora in epoca franchista) e Gerd Muller. Dietro poi, a fare la guardia c’è Kaiser Franz Beckenbauer. Nonostante da certe parti venga scomodata la classica retorica da Guerra Fredda, da lotta di classe, da vittorie della filosofia socialista (vedasi gli emancipati diritti sociali in DDR o alla voce Sputnik, Gagarin o Tereshkova), stavolta l’impresa sembra davvero impossibile. Un classico Davide contro Golia, ma con i toni della scalata dell’Everest senza ossigeno.

Arriviamo dunque all’iniziale e fatidico 22 giugno. Volksparkstadion di Amburgo. Il clima è surreale: circa venti elicotteri sorvolano l’area per ore ed ore. Sugli spalti campeggiano circa ottomila tifosi dei “blues” (questo il colore delle maglie della DDR) che hanno ricevuto un visto di poche ore, giusto il tempo di assistere alla gara. Tutti insieme cantano, strillando a squarcia gola, non solo l’inno ma anche forti slogan di supporto. Tra i tanti sicuramente fa effetto: “Auferstanden aus Ruinen / Und der Zukunft zugewandt”, «Risorti dalle rovine / e rivolti al futuro». Per Angela, come per i tanti tedeschi orientali incollati alle tv nei piccoli salottini degli “scatoloni” dell’edilizia di Stato, sembrano momenti irreali. Quanti tifosi quella sera devono aver osservano le azioni di gioco con spasmodico entusiasmo, magari mangiando qualche cetriolino Spreewald e sorseggiando la celeberrima Vita-Cola.

Beh, ad essere sinceri, la partita in sé non sembra entusiasmare.
Beckenbauer e compagni hanno qualche occasione da gol ma gli avversari sono messi davvero bene in campo. Sembra una di quelle classiche partite destinate allo 0-0, sennonché al minuto 77 la mezzala di <quel> Magdebrgo, Jurgen Sparwasser, si ritrova una palla a mezza altezza al limite dell’area di rigore. “Spari” la controlla con la faccia, se la porta avanti superando Vogts e lasciandosi dietro persino Hottges. Si presenta così davanti a Sepp Maier. Sembrano attimi interminabili, con migliaia di tedeschi dell’Est forse inconsapevoli di ciò che sta per accadere. Spari resta calmo, carica il destro e gonfia la rete con una terrificante bordata sotto la traversa. “RETE, RETE!!!”. Il numero 14 si libera in una capriola, si rialza e corre, corre, corre.

Sugli spalti, tra gli ottomila, è una bolgia. Non solo quel goal permette agli orientali di vincere la partita ma addirittura il gironcino. Si finisce, tra l’altro, davanti agli “odiati” occidentali. Nel dopo partita Beckenbauer e compagni non sanno cosa dirsi: in conferenza stampa Helmut Schön (il loro allenatore) non proferisce verbo: per lui, scappato dall’Est pochi mesi prima che si costruisse la “Barriera di protezione antifascista”, la sconfitta rappresenta una sorta di baratro senza fondo. Come al solito a parlare è Beckenbauer che, dopo aver liquidato i giornalisti, porta tutti i compagni ad ubriacarsi come se non ci fosse un domani. E’ essenzialmente quella sera che la Germania vince il Mondiale.

A est, la vittoria degli “Ossis” diventa un incredibile modo per glorificare il socialismo e i suoi mezzi. E’ la dimostrazione tangibile che l’opulento e sperequato capitalismo può esser sconfitto. Probabilmente in termini di immagine fa molta più presa quella partita che non quaranta anni di parlamenti o diplomazie. Sebbene l’avventura per Sparwasser e compagni sarebbe finita al secondo raggruppamento (eliminata nel girone di ferro con Argentina, Brasile ed Olanda, complice la vittoria nella prima fase), in patria la mezzala diventa subito un simbolo della propaganda ricevendo i benefici tipici della nomenklatura. Il tutto diverrà ancora più pomposo, dopo aver rifiutato un contratto con il Bayern di Monaco.

Il 14 però non ha la stessa fortuna dopo il ritiro, avvenuto nel 1979 per un problema all’anca. Dopo aver rifiutato per ben tre volte la panchina del Magdeburgo divenuto inviso al regime, nel 1988, sfruttando una partita di vecchie glorie, decide di scappare. Così facendo raggiungerà la moglie nella parte “capitalistica” della Germania.
La leggenda vuole che, saputo tutto questo, un funzionario pubblico abbia pronunciato le famosissime parole: “No Spari no, non è possibile…”

Qualunque sia la verità, questa piccola perla mette i brividi non solo a certi nostalgici ma anche a tutti gli sportivi che amano le favole. In ogni caso, questa partita resterà sicuramente nella storia della Coppa del Mondo e ci ricorderà sempre che con l’impegno e la tenacia nulla è impossibile.
L’evento inoltre è la dimostrazione, come se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto il binomio sport-politica sia inscindibile.
Volenti o nolenti.
Achtung!

Grazie a Davide Torelli

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