Muggsy, Short To Thrill

Se qualche sedicente esperto della palla a spicchi 40 anni fa avesse anticipato che un nanetto di un metro e 60, inserito nell’NBA dei primi anni ’90 in mezzo a creature che sembravano evocate mediante carte Esca dei Giganti, sarebbe stato capace di chiudere una stagione in doppia doppia (con gli assist, non con i rimbalzi, entreremmo nella fantascienza),  nella migliore delle ipotesi sarebbe stato internato da un paio di nerboruti inservienti. Un genere di profezia del genere sarebbe stata troppo audace anche per le moderne Madri Shipton di turno.

Del resto, quanto potrebbe mai essere difficile neutralizzare un giocatore alto sì e no quanto un quindicenne, su di un rettangolo di gioco in cui imbattersi in una torre umana di 2 metri è la normalità?

Beh, se il cestista in scala 1:1,25 è Tyrone “Muggsy” Bogues, il più basso giocatore ad essersi mai allacciato le scarpe in NBA, allora sì che può essere dura.

Una riproposizione del noto episodio biblico, con Golia al posto di Pat Ewing.

Il palleggio è indiscutibilmente uno dei cardini su cui poggia la pallacanestro, ed è stato così già dopo le primissime revisioni al regolamento. Di conseguenza, a meno di adottare un run’n’gun estremo o di essere i Clippers dell’era Chris Paul, la sfera a spicchi trascorre più tempo di gioco in prossimità del suolo che ad altezze raggiungibili solo dai migliori saltatori.

A quel punto ecco che un giocatore al limite del lillipuziano potrebbe avere maggiore probabilità di riguadagnare possessi o sfornare assistenze rasentando il parquet, in quella terra di nessuno dove i giganti faticano a intervenire.

Certo, questa può sembrare uno di quei casi di logica fallace, un paradosso valido solo in teoria.

Muggsy ha dimostrato invece che, a patto di godere una flessibilità irreale nei muscoli, pari solo alla rigidità delle proprie convinzioni, tutto ciò è possibile eccome.

Se non credete a lui chiedete a tutte quelle stelle di prima grandezza, compresi bulldozer come Charles Barkley e Chris Webber, tornate in spogliatoio con l’emicrania dopo aver saggiato le sue capacità di palleggio ubriacante e di dribbling funambolico, oppure dopo non essersi accorti di averlo alle spalle, salvo vederlo riapparire con il pallone recuperato in mano. Per non parlare di quando con un pressing asfissiante se lo trovavano avvinghiato a loro già a centrocampo con la caparbietà di un Saibaman.

Molto più di una mascotte, ma anche molto più di un giocatore qualunque, un’autentica fonte di ispirazione.

Se oggi l’Isaiah Thomas di turno, che supera in altezza Bogues più o meno per un proverbiale barattolo, viene immediatamente trattato con la debita credibilità e non vede misurato il suo valore col metro, ricordiamoci di questo piccoletto che assieme ad altri (da Calvin Murphy a Nate Robinson, passando per Spud Webb) ha contribuito a far crollare i pregiudizi sull’utilità dei cestisti tascabili.

Per chi come Muggsy è stato abituato a dover guardare dal basso verso l’alto qualunque avversario gli si potesse parare di fronte, quanto può risultare naturale paragonare la propria vita a una perenne scalata?

Allora parola e musica ai No Doubt. Dal 1995 con furore, The Climb.

LITTLE BIG ADVENTURE

Droghe a fiumi, povertà, accentuata discriminazione razziale.

Nell’ipotetica classifica dei luoghi in cui un ragazzo di colore può avere un’infanzia felice non aspettatevi di trovare la Baltimore degli anni ’60 esattamente in zona Champions.

Proprio nella più grande città del Maryland nasce Tyrone Bogues il 9 Gennaio 1965, l’ultimo di 4 fratelli.

Come facilmente immaginabile dalle premesse, la famiglia vive in ristrettezze economiche: lui è appena dodicenne quando nel 1977 il capofamiglia Richard (167cm per lui), più per la disperazione data dal poco lavoro disponibile che per innate velleità criminose, abbandona la retta via fatta di carico merci al porto per darsi al più remunerativo impiego in attività illegali.

Qualcosa però va storto e durante una rapina a mano armata viene arrestato e condannato: i suoi prossimi 20 anni sono prenotati in gattabuia.

Per fortuna, oltre a mamma Elaine (un metro e mezzo esatto di amore materno), il basket è sempre accorso in aiuto per tenere il giovane Bogues lontano da giri poco raccomandabili, spesso praticato in circoli ricreativi nati per quello scopo.

Tramutare questa passione in un lavoro vero e proprio è solo un miraggio infantile, per quel soldo di cacio la palla arancio è perlopiù una distrazione dalla complicata situazione domestica e dalle tentazioni di ammanicarsi con figure losche, che a Baltimore abbondano.

La zona, come detto, è a dir poco malfamata e trasuda violenza da ogni vicolo, al punto che alcune pallottole vaganti si conficcano nel braccio e nella gamba di Tyrone quando questi è appena al suo quinto anno di vita, lasciandogli segni tutt’ora visibili.

Per ora lasciamolo fantasticare: Tyrone è un bambino vivace, determinato e con una grande influenza sui suoi amici del playground, pronto già da bambino ad affrontare il peggio che gli si possa parare davanti senza tremare.

Inizia prestissimo a fare pratica il nostro (ai tempi ancor più) piccolo eroe, lanciando un gomitolo di calzini tenuto legato grazie a una gruccia dentro a ceste per il latte, raggiungendo nel mentre anche il 6° Dan di McGyver.

Con il passare del tempo i suoi compari di giochi aumentano di statura, mentre Bogues sembra rimanere inchiodato alla stessa tacca sulla porta. Diventa così il “tappo” della gang, anche se i centimetri mancanti non gli impediscono di rimanere il boss della compagnia.

Negli anni ’40 gode di grande popolarità negli States una serie di film incentrata sulle vicissitudini di alcuni giovani di strada newyorkesi, chiamati i Bowery Boys (prima Dead End Kids).

Tra loro si distingue per carisma ‘Muggs’ McGinnis, bassetto ma sempre battagliero (Il mugging è letteralmente l’atto di rapinare, da lì il vezzeggiativo nelle sue varianti, diventato poi stereotipo per il personaggio del gangster).

La somiglianza con Tyrone è palese a pensarci. D’ora in poi non è più “apple”, soprannome dovuto alla  lucida rotondità della cabeza tenuta quasi rasata: chiunque (letteralmente, esclusi i familiari e i professori) si riferisce a lui come Muggsy Bogues.

Tyrone però, al contrario del personaggio cinematografico, conduce una vita onesta e distante dai guai: gli unici suoi furti sono quelli di palloni, e lì sì che è capacissimo. Le sue ridotte dimensioni lo rendono inoltre piuttosto ostico da arginare, perché scattare rimanendo piegati al punto di potergli disturbare il palleggio, evitando di cadere dopo un cambio di direzione spaccacaviglie (di cui Bogues è peraltro maestro) o un’accelerata improvvisa non è semplice, e ancor meno lo è intercettare le traiettorie dei suoi visionari passaggi.

Mentre nei playground la sua fama aumenta a suon di tornei vinti, Muggsy raggiunge l’età per iscriversi a una high school nel 1979, optando per non allontanarsi troppo da casa.

A East Baltimore, nell’istituto dedicato a Paul Laurence Dunbar giocano (logicamente) i Poets; Muggsy arriva dopo un paio di annate a Southern High e subito si intende a meraviglia con il miglior coetaneo della squadra, il compianto Reggie Lewis. Bogues è un prezioso rinforzo per una rosa che annoverava già un Reggie Williams al top e David Wingate (che conoscevano Tyrone da tempo, in quanto habitué dei campetti), entrambi poi divenuti rispettabili comprimari nella Lega.

Giunto al terzo anno di studi, il miniplaymaker contribuisce a far sì che i Poets chiudano la stagione con un perfetto 29-0 e relativo titolo di Stato conquistato senza possibili reclami.

Nella storia della scuola ci rimane in particolare una partita del Gennaio 1982: i Poeti si recano a Camden, nel New Jersey, in una zona in cui i residenti hanno ben poca familiarità con gli enjambement e le rime simmetriche.

Quella è la terra dei Panthers, i quali nel 1977 iniziano a giocare in una palestra costruita provvidenzialmente nel quartiere più pericoloso a disposizione; la struttura stessa è mantenuta intenzionalmente in modo che sembri quanto più spettrale e spaventosa possibile. Risultato? Una sola sconfitta interna in 5 anni. Che ne è stato di quegli unici corsari non è dato a sapere.

I Camden Boys sanno che li aspetta un team ancora imbattuto, tuttavia restano convinti che saranno proprio loro i primi a imbrattare la casella delle sconfitte dei Poets.

Questa sicumera si accentua appena entra Muggsy in campo: gli avversari credono genuinamente si tratti di uno scherzo o, ancora meglio, di una dichiarazione di resa incondizionata.

Bogues non fa in tempo a gestire i primi possessi che viene investito da una valanga di brutali insulti e battute da parte dei supporters casalinghi; le chiassose risate iniziali dei gentiluomini sugli spalti tuttavia calano di numero e decibel a ogni palla rubata da Muggsy. Saranno 6 a fine partita, ai quali aggiungere 15 punti e 12 assist.

Dunbar non ci esce lottando da quell’inferno, lo fa addirittura al passeggio: con 30 punti di vantaggio già nella prima metà, chiude con un 84-59 che priva di ogni diritto di replica i facinorosi ultras di Camden.

Divenuto un senior, con Wingate partito per l’università, il nostro microcampione si fa carico della squadra (di cui verrà eletto MVP dagli stessi compagni) e la porta ad un back-to-back, stavolta imponendosi poi a livello nazionale e chiudendo con un ancora più antisonante 31-0.

Il percorso formativo vede il suo prosieguo all’università di Wake Forest, in North Carolina, una scelta che ne influenzerà il destino molto più di quanto Bogues possa credere sul momento.

Gli eccezionali risultati ottenuti a Baltimore qui contano poco e nulla, tanto che come matricola forma quasi una conca sulla panchina.

Una volta passati al basket dei grandi i punti di riferimento Delaney Rudd e Kenny Green (quest’ultimo destinato, come il suo ex compagno, ad accontentarsi di un ruolo da comparsa in NBA, con l’ulteriore aggravio però di essere stato scelto nel draft appena prima di Karl Malone), Muggsy inizia a fungere da metronomo del team e dimostra ancora insospettabili capacità di leadership.

I suoi Demon Deacons però annaspano in quanto a rendimento; pure in questo verso la gloria conquistata nell’high school sembra sempre lontana secoli. Si chiude a 8-21 nel 1985/86, migliorandosi poi a 14-15; proprio nell’anno scolastico della laurea Bogues, in compenso, gira a quasi 15 punti e sfiora i 10 assist, con 2 palloni e mezzo riconquistati.

Nel 1986 si toglie la soddisfazione di vincere anche un mondiale con la nazionale U.S.A., con il vanto di essere l’unico atleta della manifestazione capace di contenere per quanto possibile Drazen Petrovic.

E senza bisogno di ricorrere a goal di mano.

Muggsy si congeda dal pianeta universitario con i record assoluti di assist e palle rubate per la Atlantic Coast Conference e con una scuola che in segno di gratitudine deciderà di ritirarne il suo numero 14.

I numeri e la sua voglia di emergere lo renderebbero materiale da NBA, il suo corpo in formato .zip però può risultare un pericoloso deterrente.

Il draft designato per il grande salto è quello del 1987, la previsione è che una trentina di collegiali indosseranno il cappellino prima della sua chiamata. Con grande sorpresa, proprio mentre i tifosi degli Indiana Pacers si stanno cercando di riprendere dallo shock per la fiducia riposta dalla dirigenza in Reggie Miller (eh), con il numero 12 i Washington Bullets si accollano il rischio e ingaggiano Bogues.

Nella stessa sera i Clippers chiamano alla 4 Reggie Williams e 21 team snobbano Reggie Lewis, prima che i Celtics decidano di puntarci sopra una fiche.

Tyrone ora è un Munchkin che sta percorrendo la strada di mattoni gialli, ignaro di dove e come questa terminerà. Il rookie che riesce a partire subito in quintetto per Washington viene in breve tempo deposto da Steve Colter, firmato in corsa dai capitolini.

Muggsy ha l’occasione di giocare a fianco di Manute Bol, ai tempi il giocatore più alto nella storia della Lega.

I 2 si erano già scontrati anni prima: tutto ebbe inizio quando Bogues barattò una mucca per una manciata di fagioli magici.

La fase finale della regular season corrisponde a un sottoutilizzo sempre più evidente di Bogues, culminante nelle 5 gare di playoff che vedono impegnati i Bullets (i quali, con il #7 e nonostante un record perdente in stagione, rischiano di sgambettare i futuri vicecampioni di Detroit), quando Muggsy viene impiegato solo 2 minuti, oltretutto nel garbage time dell’ultima partita.

Un epilogo poco confortante sul piano della carriera; la pioggia di dollari guadagnati durante la season, in compenso, torna utile a Tyrone per ingaggiare un avvocato di livello e a tirare fuori di galera papà Richard.

Il genitore non viene mai condannato pienamente per le sua azioni da Muggsy, conscio di come avrebbe potuto seguire le stesse orme, non fosse stato per la palla a spicchi e una forza di volontà con pochi eguali.

MUGGSYMUM OVERDRIVE

L’anno seguente l’NBA accoglie 2 nuove franchigie: in Florida arrivano i Miami Heat, mentre nel North Carolina si stanziano gli Charlotte Hornets. Proprio questi ultimi decidono di sfruttare la loro terza scelta nella costruzione del roster per accaparrarsi Muggsy (che la miope dirigenza di Washington non include negli 8 giocatori protetti del loro organico), non solo fiduciosi nei mezzi di un sophomore tabloid con un curriculum da 5 punti e altrettanti assist, ma anche stimolati dalla vendibilità di un personaggio così unico nel panorama cestistico.

Proprio indossando le divise color bianco-viola-foglia di tè Muggsy riesce ad esprimere al meglio le sue potenzialità, anche se con le tempistiche di un diesel: la prima stagione la passa difatti relegato al ruolo di backup per Mike Holton.

I Calabroni, pur supportati oltremodo dal pubblico più numeroso dell’intera lega, pagano inevitabilmente lo scotto di una squadra tenuta insieme con lo sputo: oltre a Bogues, che giocando metà incontro di media distribuisce comunque 8 assistenze a sera, coach Dick Harter si affida a Kurt Rambis sotto canestro e alla minacciosità dalla medio-lunga di Kelly Tripucka, Dell Curry e del promettente rookie Rex Chapman. Il potenziale ci sarebbe, l’amalgama ancora no: Charlotte non passa le 20 vittorie, evitando di essere la cenerentola della stagione perché Miami riesce a fare peggio.

Dal tardo 1989 in poi il piccolo Bogues prende saldamente in mano le redini della squadra, che però è costretta ad un altro paio di annate con il cappello da asino indosso.

Nel 1991 arriva la cavalleria a supporto di un team che sembra non decollare: a Charlotte si può festeggiare per la prima scelta assoluta nel draft, e tale privilegio non viene sprecato.

In una covata che porterà nella Lega soprattutto una masnada di ottimi gregari, gli Hornets si aggiudicano l’unica superstar del lotto: Larry Johnson, ala da Las Vegas che, senza grandi sorprese, si approprierà del premio di Rookie Of The Year garantendo 19+11 rimbalzi a uscita.

“E qui, figliolo, è dove lavoro.”

Dal canto suo Muggsy è popolarissimo e si trova nel periodo di maggiore splendore atletico: l’elevazione supera ampiamente il metro, potrebbe anche schiacciare, a patto di ricorrere a un pallone da pallavolo: troppo piccola quella mano per garantire una presa solida sulla circonferenza di uno Spalding regolamentare.

Le voci su alcune sue slam dunk in pre-gara sono ricorrenti ma sprovviste di testimonianze su pellicola.

Se in attacco è colpevole di innumerevoli ankle breakers e sovente rilascia delizie ai compagni, nell’altra metà del campo riesce a essere snervante: anche quando viene scartato in un batter d’occhio torna davanti al suo uomo, correndo senza sosta come un bambino ipercaffeinato.

Non è un caso che, come detto, più di un grande nome di quei tempi alla domanda sul marcatore che si sogna ancora di notte faccia il nome di Bogues. Steve Smith, per sua stessa ammissione, si è riciclato da play in guardia tiratrice pur di non avere più quel chihuahua alle caviglie.

Talmente non convenzionale e abile nello sfruttare la sua unicità da diventare un autentico enigma, mettendo in allarme un trattatore di palla che all’improvviso non lo trovi più nel suo campo visivo.

Non è ancora abbastanza però: l’asse Bogues-Johnson si collauda alla svelta ma i risultati collettivi rimangono mediocri.

La stagione seguente c’è una pick n.2 da sfruttare: Shaq non fa tempo a sedersi che viene chiamato dai Magic, il resto del parco eleggibili non è da mascella a terra, in compenso c’è un altro ragazzone interessante, uno che a Georgetown fa la voce grossa potendoselo effettivamente permettere, tale Alonzo Mourning.

Nonostante le frizioni pressoché immediate tra Johnson e Mourning, cui si aggiungono le pretese di Kendal Gill (poi ceduto a fine stagione) e Johnny Newman, la squadra diverte e soprattutto inizia a vincere con costanza, grazie anche a Bogues che funge da collante tra caratteri non sempre accondiscendenti.

Gli Hornets per tutti diventano quelli di Muggsy, LJ e ‘Zo. Arrivano finalmente i playoff nella primavera 1993: con il quinto seed e un record da 44 W il tabellone li vede incrociati ai Boston Celtics di Reggie Lewis, prossimi a tempi di vacche magre, soprattutto a causa della tragedia che attenderà quell’estate proprio la loro talentuosa guardia.

I verdi hanno dalla loro il favore dei pronostici e l’esperienza, ma quelli del North Carolina pungono e sono fastidiosi almeno quanto i loro alter ego zoologici, tanto da ribaltare il vantaggio casalingo e chiudere così la serie:

I Knicks li estrometteranno poi nel turno seguente, però l’ottimismo ora diventa un obbligo.

Il 1993/94, con i Bulls privi di Michael Jordan, a Est è un’autentica tonnara e non emerge una franchigia dominante: gli Hornets, nonostante un egregio Hersey Hawkins al posto di Gill e un Dell Curry eletto sesto uomo dell’anno, soffrono le oltre 50 partite complessive perse per infortuni da Mourning e Johnson.

Da fine Gennaio fino quasi alle idi di Marzo arrivano 16 sconfitte in 17 incontri, ciononostante viene acciuffato almeno il 50% di successi; Miami però, con appena un’affermazione in più, si prende l’ottava sedia dei playoff proprio mentre la musica si interrompe.

La stagione di Bogues è comunque fenomenale, un little man capace di chiudere con una doppia doppia di media a circa 11+10 assist, oltre a 4 rimbalzi, tantissimi per chi deve elevarsi da appena 160 centimetri sopra il parquet.

TYRONE’S POWER

Il 1994/95 trova una Charlotte in salute toccare le 50 vittorie. Ad attenderli nelle sfide a eliminazione diretta, come teorica quinta forza ad Est, ci sono i Chicago Bulls del rientrante MJ, ad appena un Rodman di distanza da una nuova incetta di anelli.

I Tori si impongono 3-1; niente di clamoroso nel risultato, ma per Bogues questa non sembra essere una disfatta comune.

Nell’ultimo periodo di gioco della conclusiva quarta gara, con i Bulls avanti 2-1 nella serie e il punteggio sul 76 pari, Muggsy si trova metri di spazio libero per una sospensione dall’angolo.

MJ, in ritardo per eventuali contestazioni fisiche, lo invita a prendersi la conclusione, alla sua maniera.

Tirala, nano fottuto!”

Quelle orecchie, rimaste sorde per anni ai “Non puoi farcela”, “Sei troppo basso per giocare” e “Trovati un altro sport” che sono sempre arrivati da ogni punta della rosa dei venti, stavolta lasciano che nel cervello si depositi qualche scoria.

Quella frase, tramandata poi in nella versione edulcorata “Shoot it, you midget”, la pronuncia il più grande interprete della disciplina, tanto basta a renderla acuminata e lacerante quanto un fendente della Ryusei di Goemon.

O almeno, questo è il mito che si crea: qui entriamo nella zona in cui la realtà e il sentito dire creano un‘unica mescola, dalla quale diventa pressoché impossibile etichettare con certezza le percentuali di entrambi gli ingredienti.

Di certo c’è che i numeri di Bogues da quel momento in poi vanno in netto calo, tuttavia sembra eccessivo il peso specifico attribuito al trash talk jordaniano, soprattutto ricordando i molteplici infortuni al ginocchio sinistro che tengono ai box Muggsy per praticamente tutto il 1995/96.

Un ormai trentunenne, con uno stile di gioco così dispendioso e bisognoso sempre della massima reattività, può aver risentito più facilmente delle condizioni fisiche non eccelse che di qualche parola di troppo.

Oltre a questo occorre ricordare che i 2 hanno poi collaborato quella stessa estate per le riprese del classico Space Jam, quindi la ricostruzione più verosimile è quella un polverone sollevato sul nulla.

“Oh avanti Michael, ho girato il film come mi avevi chiesto, ora me lo ridai quel pallone?”

“Hmm…No.”

Proprio durante quei mesi caldi del 1995 gli Hornets come si li conosceva iniziano a sgretolarsi: Mourning e la società, con la zavorra del folle contratto (12 anni di durata) che la impegna verso un LJ ora infortunato alla schiena in modo serio, non si accordano per il rinnovo.

‘Zo sceglie di levare le tende e volare in direzione Miami, terminando la conflittuale convivenza con Johnson, destinata a ribollire per anni. L’anno dopo è proprio l’altro pilastro degli Hornets ad andarsene, cedendo alle lusinghe dei New York Knicks, ben disposti a seppellire Larry di verdoni.

I 2 riusciranno poi  a riappacificarsi. Certo non nel 1998.

Gli Hornets, per precise direttive di coach Dave Cowens, si privano anche di Bogues proprio all’inizio della stagione 1997/98, spedendolo ai Golden State Warriors con Tony Delk in cambio di B.J. Armstrong.

Da qui in poi il trascorso agonistico di Muggsy si fa molto meno interessante: in California rimane un paio di stagioni, con ben pochi minuti di utilizzo e ancor meno momenti degni di nota.

Trasloca poi a Toronto per poco più di un campionato, ritirandosi nel 2001 dopo essere stato sballottato a New York poi a Dallas (senza giocare in entrambi i casi), conscio di aver lasciato tutto ciò che poteva sul parquet.

Muggsy con la sua storia dà dimostrazione al mondo di come un nanetto possa avere pieno diritto di cittadinanza in mezzo a 9 marcantoni iperatletici; ci riesce in particolare durante il primo lustro dei 90’s, quando si afferma costantemente come uno dei migliori dispensatori di assist dell’intera NBA, superato nettamente forse solo dall’impiegato comunale che i Jazz ci hanno quasi convinto essere un playmaker.

Il nostro, inoltre, non solo lambisce il traguardo di una stagione in doppia doppia anche prima e dopo esserci riuscito, ma appende le scarpe al chiodo forte di una statistica assurda: in 14 anni di militanza tra i migliori, Bogues difatti chiude con un ratio assist/palle perse che sfiora il 5:1. Pensate a un qualsiasi grande play e controllate le sue statistiche, non gli va neppure vicino, garantito.

Non bastasse, ancora oggi Muggsy si trova nella top 20 all-time nel fondamentale, oltre a essere il netto recordman per gli Hornets.

Porprio lui, quello gnomo che in campo sembrava una vittima degli stralunati esperimenti di Wayne Szalinski, quel microbo di 64kg destinato a finire come krill circondato da un branco di balene.

Muggsy dalla sua Poitiers è tornato con gli onori di un Carlo Martello. Continuate a denigrarlo come più vi aggrada, a lui non è mai importato nulla.

Ora Bogues vive a Charlotte, la città che l’ha adottato non sono a livello professionale, dove è diventato nonno.

Il nipote qualche traccia del suo DNA se la porta dentro, pare:

Dal 2005 viene ingaggiato come coach per le Charlotte Sting della WNBA, ruolo che ricopre fino alla scomparsa della franchigia 2 anni dopo.

Allena poi nell’high school United Faith Christian Academy, sita sempre nella cittadina del North Carolina, per 3 stagioni con egregi risultati.

Bogues non fa segreto ora di cercare una panchina anche in NBA; attualmente mette anima e corpo per aiutare i giovanissimi a costruirsi un futuro solido.

Nonostante le sue statistiche lo tengano fuori dall’Olimpo del gioco e il suo scarnissimo palmares in NBA rischi di penalizzarlo oltre i demeriti, il suo nome è tra quello dei papabili per l’inserimento nella classe 2017 della Naismith Hall Of Fame.

Per tutti noi Bogues è l’esplosivo e irreplicabile play degli Hornets, anche perché in fondo è la versione cestistica del calabrone, l’insetto che (entomologi tappatevi le orecchie) non ha una struttura fisica idonea a volare, ma lui non lo sa e continua a farlo.

Grazie a Marco Stanchini

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