Muhammad Alì, per colpa di una bicicletta

Mai un atleta si era spinto talmente oltre quelle che erano le sue competenze sportive, tanto da rischiare la vita, aggiungerebbe giustamente qualcuno.
Mai nessuno lo avrebbe fatto.
Solo un certo Cassius Clay, o meglio, Muhammad Alì.

Era il 1954 quando l’allora dodicenne Cassius si recò ad una fiera nella sua Louisville, in sella alla sua bicicletta rossa regalatagli poco prima dal padre.
Il fato volle però che quest’ultima gli venisse rubata, scatenando l’ira del ragazzino, già allora di temperamento piuttosto acceso.

“Voglio un poliziotto!”, gridò imperterrito Cassius. Venne portato in una palestra, dove uno degli sbirri stava tirando di boxe. Su tutte le furie, il futuro campione gli urlò addosso la sua rabbia, promettendo che avrebbe preso a calci e pugni colui che l’aveva privato della sua adorata bicicletta.

Nacque tutto da lì.
Si perché Joe Martin, il poliziotto in questione, calmò il giovane alquanto esuberante e lo convinse ad allenarsi, diventando così il suo primo allenatore per i sei anni seguenti a quel furto.

Alì con Joe Martin

Appena diciottenne Cassius vinse l’oro olimpico a Roma 1960 e, quattro anni più tardi, conquistò il titolo dei pesi massimi: ne fece le spese il leggendario Sonny Liston.
A seguire la grande rivalità con “Smokin'” Joe Frazier, ma soprattutto quella con George Foreman, celebrata anche nel film “Quando eravamo re”.

Muhammad Alì era senza ombra di dubbio il più forte.
Un attimo: non avevamo detto che il suo nome era Cassius Clay? Era. Mai uso dell’imperfetto fu più azzeccato. Gli anni del successo per il pugile coincisero però con quelli della segregazione razziale nei confronti dei neri d’America, all’interno dello scenario statunitense a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Una personalità talmente forte come la sua non poteva rimanere indifferente, essendo lui stesso afroamericano. “Cassius è un nome da schiavo” affermò. “Ed è per questo che da oggi mi chiamerete Muhammad Alì”.
Si convertì alla religione islamica, non riconoscendosi più nei valori di una società che stava ormai togliendo qualsiasi libertà a uomini e donne di colore, proclamandosi portavoce degli oppressi.

In tutto ciò il suo talento e le sue vittorie sul ring sembravano quasi assumere un ruolo marginale.
L’agguato era però dietro l’angolo e giunse inevitabile: gli Stati Uniti entrano in guerra contro il Vietnam. Gli uomini americani vennero reclutati per la spedizione ma l’uomo più discusso al tempo esordì con una frase, rifiutandosi bellamente di rispondere alla chiamata delle armi: “No Vietnamese ever called me nigger”, “nessun vietnamita mi ha mai chiamato negro”.

Il messaggio di pace che il campione afroamericano tentò di far trasparire e mandare a un popolo sempre più razzista gli si ritorse contro. Venne privato del titolo mondiale e gli fu imposta una squalifica di cinque anni con conseguente reclusione per affronto alla nazione.

Muhammad scontò la pena, uscendo di prigione nel 1971.
Ritornò campione mondiale nel 1974 in seguito alla leggendaria battaglia di Kinshasa contro il rivale Foreman.
La sua carriera cominciò però a subire un lento declino, fino al suo ritiro nel 1981. Con il suo addio al mondo della boxe non scomparve però l’impegno sociale, che proseguì che negli anni seguenti, anni nei quali contrasse il morbo di Parkinson.

Alì ad Atlanta ’96

Emblematica a questo proposito è l’immagine di un Alì ultimo tedoforo della fiaccola olimpica nel 1996, ad Atlanta. Tremante e chiaramente destabilizzato dalla malattia, gli venne affidato il bastone ardente per illuminare definitivamente la fiamma olimpica.

Un applauso universale si levò dallo stadio. Alì alzò la fiaccola al cielo, fiero in volto come lo è sempre stato, l’espressione di chi ha finalmente vinto il suo match più importante.

“Io sono l’America. Sono la parte che non volete riconoscere. Ma vi dovrete abituare a me: un nero molto sicuro di sé, aggressivo. Con il mio nome, non quello che mi avete dato voi, la mia religione e non la vostra, i miei obiettivi. Abituatevi a me”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *