No Derek, no cry

Vincere.
Allenamenti, sacrifici, sudore.
Per vincere, battere record, alzare trofei al cielo.

Questo è lo sport oggi e forse lo è sempre stato, fin dai tempi in cui un pollice verso poteva condannare per sempre colui che lo sportivo, qualche secolo fa, incarnava.

Ma se lo asciughiamo da tutto ciò che è interesse economico-mediatico, lo sport saprà sempre regalarci qualcosa che riuscirà a riappacificarci col mondo.

Olimpiadi di Barcellona, estate del 1992.
C’erano ancora la Prima Repubblica, Kurt Cobain, le giornate senza internet.
Erano le Olimpiadi del Dream Team, di Carl Lewis, uno dei primissimi afflati di globalizzazione accompagnato dalle splendide voci di Freddie Mercury (scomparso qualche mese prima) e Monserrat Caballet.

Semifinale dei quattrocento metri piani; una gara senza nomi altisonanti, ben lontana dall’essere adrenalinica come i cento metri o spettacolare, sofferta, come una maratona.
Lontanissima dal clamore delle partite leggendarie della Nazionale americana di basket.
Il giro di pista presentava tra i partenti un ventiseienne britannico, Derek Redmond, favorito dai pronostici e voglioso di prendersi la sua personale rivincita dopo l’infortunio a Seul 1988.
Non riuscì a correre ne a vincere in Corea, voleva e doveva farlo in Spagna; per sé, per suo padre, che lo seguì in tutta la sua carriera, fin dai primi passi in pista.

Lo starter sparò e la gara partì.
Redmond, in quinta corsia, quella riservata ai migliori per via della posizione ideale che regala in corsa, uscì bene dai blocchi e lanciò la sua falcata leggera e decisa all’uscita della prima curva.
All’ingresso del rettilineo opposto al traguardo Derek distese la sua corsa; non era ancora il momento per dare tutto era necessario controllare mantenendo un buon ritmo.
Il momento giusto sarebbe arrivato.

All’altezza dei duecentocinquanta metri, circa metà rettilineo, però accadeva qualcosa di grave.
All’improvviso Redmond rallentava, si fermava, si accasciava al suolo.
Il bicipite femorale destro aveva mollato, lacerandosi, strappandosi.

Se Seul era stata tragica, questa volta sarebbe stata tremenda; le mani al volto valevano molto più di mille parole, perchè Derek sarebbe stato costretto ad arrendersi una seconda volta sapendo bene che quella volta sarebbe stata l’ultima.
Impossibile da vendicare.

I commissari di gara lo avvicinarono, cercando di aiutarlo, ed in quel momento qualcosa accadde.
Con uno scatto Derek balzò in piedi allontanando i giudici e saltellando sull’unica gamba sana riprendeva la sua corsa.

Lo stadio rimase attonito, dimenticando completamente la gara vera e propria.
Redmond percosre il rettilineo con il dolore a rigare il suo volto; ogni muscolo sano era costretto agli straordinari per trascinare quel corpo dolorante lungo la pista.

All’improvviso però, come un semplice invasore di pista, un uomo lasciava gli spalti liberandosi della security e correndo da Derek.
Era un uomo di mezza età, non certo un atleta, molto più di un tifoso.
Era suo padre.

“Non c’è bisogno che tu lo faccia Derek”
“Questa corsa la voglio finire”
“E allora la finiremo insieme”

Investito da un carico di emozione, di dolore così grande, Derek Redmond scoppiò a piangere, come se in quel preciso momento la realtà lo avesse preso per il bavero dicendogli “hai fallito, si, anche questa volta”.
Ma Derek non si fermava.
Piangeva, urlava, imprecava.
Ma andava avanti.

Suo padre, con un gesto che mille altre volte aveva fatto vent’anni prima, accostò il braccio del figlio attorno a sé, aiutandolo, sostenendolo.
I sessantamila spettatori in quel momento non avevano occhi che per loro, come se il film per il quale si erano recati nel cinema più grande e spettacolare del mondo fosse nel momento di massimo pathos.
Un silenzio assordante fatto di bocche impietrite, sguardi rapiti, cuori rigonfi di speranza.

Padre e figlio uniti andarono avanti per tutto il rettilineo finale, fino a tagliare il traguardo, quel traguardo per il quale Derek aveva dato tutta la sua giovane vita.

Riavvolgendo il nastro della gara, immaginarsi ciò che ha provato Derek vedendo suo padre lì, improvvisamente accanto a lui nel momento più difficile è probabilmente qualcosa di unico.
Quell’attimo, quello sguardo, quell’abbraccio istantaneo fu forse il momento più toccante.

In piedi da diversi minuti il pubblicò accompagnò i due con dieci infiniti minuti di standing ovation, suggellando uno dei momenti umanamente più alti di tutte le olimpiadi.

Derek Redmond vinse la sua gara, riprendendosi la sua rivincita, vivendo uno dei momenti più belli, sicuramente più forti mai provati.
Protagonisti di qualcosa di magico, Derek e suo padre dimostrarono al mondo, attraverso lo sport, che la vittoria può avere, sempre, mille sfaccettature.
Un record, una medaglia, il semplice ma mai scontato superamento dei propri limiti, non sono altro che diverse inquadrature di una vittoria.

Quel giorno un ragazzo ventiseienne ce l’ha fatta, ha vinto la sua corsa, contro l’avversario più duro e difficile della sua vita, il dolore.
Grazie alla sua voglia, grazie al suo coraggio, grazie a suo padre.
Ha vinto quel giorno, ha vinto in futuro.

Si è rialzato ancora una volta, ha guardato negli occhi chi gli disse “mi dispiace ma non potrai mai più rappresentare il tuo Paese nello sport” e ricordandosi queste parole anni dopo spedì a quello stesso medico la cartolina autografata della Nazionale di Basket, squadra nella quale militò successivamente.

Insegnando a tutti di cosa possiamo esser capaci.

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