Owens e Long, un’amicizia senza fine

“Non abbracciare mai più un negro.”

Carl Ludwig Hermann Long, Luz per gli amici, aveva appena assistito ad uno dei gesti sportivi più importanti del ventesimo secolo.
James Cleveland Owens, Jesse per il mondo intero, si era appena librato in cielo per raggiungere la medaglia d’oro nel salto in lungo, nel giorno chiave per lo sport del novecento.

Jesse, nero e americano, aveva vinto quella medaglia battendo Luz, ariano tedesco, a casa sua, Berlino, alle Olimpiadi che segnarono un netto solco tra tutto ciò che era stato e tutto ciò che da lì in poi sarebbe stato. Quelle del 1936.

Luz, fisico imponente e figlio di quella borghesia lipsiana i cui libri andarono al rogo per volere di una ideologia folle, aveva perso. Ma era felice.
I due migliori saltatori in lungo al mondo avevano misurato le loro immense capacità di fronte a centomila spettatori, nello stadio più imponente dell’epoca, durante le Olimpiadi più colossali fin lì realizzate.
Luz alzò il braccio di Jesse, incoronandolo prima ancora che la cerimonia ufficiale se ne prendesse carico; il tedesco ariano che secondo l’ideologia di cui sopra avrebbe dovuto odiare il nero americano era lì, ad aspettarlo.
Di fronte alla vasca di sabbia del salto in lungo c’era solo lui.
Jesse camminò in aria, giungendo in quella vasca dopo un’esplosione di potenza ed eleganza sconosciute; atterrò più lontano di tutti, anche di Luz.

Durante i salti preliminari, preso dalla concomitanza delle batterie dei 200 metri piani, Jesse Owens infilò un salto nullo e uno insufficiente a qualificarsi per la semifinale.
Non aveva notato che il punto di stacco, sapientemente indicato prima della gara, a causa del vento si era spostato e ciò aveva in pratica compromesso la sua qualificazione. Mancava soltanto un salto, una possibilità, l’ultima.
Dopo l’oro nei 100 metri Jesse sapeva che, in quanto detentore del record mondiale, anche il salto in lungo poteva essere suo terreno di caccia; Luz Long permettendo.

Fu allora che il tedesco si avvicinò a lui; Jesse, sorpreso, non se lo aspettava, in fondo erano rivali, in fondo erano diversi, così diversi. Ma solo fuori.
Luz nel suo inglese teutonico fece notare a Owens il giusto punto di stacco; Jesse, giunto il suo turno, fece né più né meno ciò che Long gli aveva detto. E si qualificò.

Perché Luz, ariano fra gli ariani, probabile Dio in terra in caso di vittoria, avrebbe dovuto aiutare quel nero di Jesse Owens? Perché compromettere una vittoria in quel modo, davanti agli occhi di tutti gli alti gerarchi nazisti, davanti ad Adolf Hitler?
Se avesse dovuto vincere, Luz Long avrebbe voluto farlo battendo il più forte di tutti; perché ne era in grado, perché vincere senza il rivale, quello vero, non equivale a vincere per davvero. E perché Luz era un uomo di classe, uno sportivo, sapeva bene cosa significasse la parola sacrificio. E infine perché Luz no, nazista non lo era.

In semifinale e poi in seguito in finale i due si misurarono su distanze proibitive per gli altri avversari; una rincorsa alla medaglia che spostò, di salto in salto, sempre un po’ più in là l’asticella e lo stupore, l’attesa e l’adrenalina, fino a quando l’ultimo nullo di Long decretò la vittoria di Jesse.
Che volle festeggiare a modo suo, con un ultimo salto in piena armonia e serenità, su pista bagnata, oltre gli otto metri. A pochi centimetri dal suo record del mondo.

Luz lo attendeva laggiù, in fondo a quella vasca che per loro fu campo di battaglia, metro di paragone, dimensione in cui sentirsi perfettamente ed assolutamente uguali.
Long andò incontro a Owens, lo abbracciò e i due, insieme, uscirono dallo stadio.

Jesse, frastornato o forse un po’ imbarazzato, investito da un turbinio di emozioni difficile da controllare si tenne saldo a Long che, con la sua fiera impostazione teutonica lo accompagnò nella pancia dell’Olympiastadion.
Lo stadio più bello, più grande, lo stadio del Fhurer.

Pochi giorni prima l’entourage di Hitler decise che, per evitare sconvenienti incoerenze e inciampi comunicativi, non avrebbe ricevuto nessun atleta in pubblico; troppi rischi con gli afroamericani, il messaggio nazista non avrebbe dovuto subire contaminazioni, quindi niente strette di mano.

« Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. »

Ma fu proprio all’interno dello stadio, al riparo da sguardi indiscreti, che il Fhurer e Owens si trovarono faccia a faccia; Arturo Maffei, italiano e quarto classificato in quella gara, fu testimone oculare di quel gesto che unì per un attimo Hitler, Jesse e Luz.
Gesto che l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, il democratico Roosvelt, non ebbe il coraggio di replicare; troppo importanti gli Stati del sud in ottica elettorale per rischiare una figuraccia stringendo la mano in pubblico ad un nero, vincitore di quattro medaglie d’oro a Berlino.
Peccato che quel nero fosse un uomo, un americano, l’americano più forte del mondo.

Ma anche i tedeschi dal punto di vista comunicativo ebbero i loro grattacapi.
Il rimbrotto torvo di Rudolf Hess non era servito un granchè; Luz durante quelle Olimpiadi avrebbe continuato a frequentare e ad abbracciare Jesse, negro, ma ora suo amico.

I due atleti dopo quella indimenticabile manifestazione, egregiamente ripresa dalla regista del Reich Leni Riefensthal, non ebbero più occasione di incontrarsi; nel 1942, tre anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Luz Long, riservista della Luftwaffe, fu inviato in nordafrica, polveroso e difficile teatro dal quale, un giorno, scrisse una lettera. Destinatario: Jesse Owens.

«Dove mi trovo sembra che non sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello Lu

Il destino per Long non era ancora giunto; venne trasferito sul fronte siciliano e insieme agli italiani di stanza nella Piana di Gela fu incaricato di respingere gli alleati angloamericani che, attraverso l’Operazione Husky, avrebbero dovuto sbarcare e invadere il sud Italia.
Una sventagliata di mitragliatrice ferì Luz, ormai tra i pochi sopravvissuti rimasti; morì quattro giorni dopo in un’ospedale da campo e il suo corpo fu ritrovato insieme a quelli di tantissimi altri italo-tedeschi.
Long morì il 14 luglio 1943 prima che gli americani, come la Storia poi certificherà, decidessero di uccidere anche i soldati nemici fatti prigionieri, i quali avevano avuto la colpa di resistere troppo valorosamente.
I resti di Luz riposano nel cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia, laddove migliaia di giovani sacrificarono le proprie vite per un motivo troppo distante, laddove Luz difese valorosamente quell’ideologia che non condivideva così come altrettando valorosamente quel giorno a Berlno, aiutando e abbracciando Jesse, difese i valori più alti dello Sport.

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