Pantani vs Armstrong, la sfida impossibile (pt.1)

Che anno il 2000.
Qualcuno forse azzarderà che esso sia stato così prolifico a causa dello scampato pericolo dato dal famigerato Millennium Bug, che tutto doveva bloccare, fermare e travolgere.
E invece quell’anno, il primo del nuovo millennio, ci ha sì travolti ma con tutt’altro.

Alcuni dei fatti eclatanti hanno fatto da schermo ad altri che sotto i riflettori sono passati soltanto di sfuggita, ma lasciando per sempre un segno indelebile.
Film memorabili come Memento, I cento passi, il Gladiatore, album che squarciarono il velo sul Nu Metal rendendolo non più fenomeno di nicchia ma protagonista a livello planetario come Chocolate Starfish dei Limp Bizkit o Hybrid Theory dei Linkin Park.
Immagini che hanno un sapore moderno se paragonate all’ultima stampa di una banconota in lire, le vecchie cinquemila, oppure la nascita di OpenOffice grazie ad Opensource, o ancora l’ultima striscia dei Peanuts, dopo la morte dell’eterno Charles Schulz.

In questo pot-pourrì non possiamo dimenticare i due fatti sportivi più eclatanti che fecero tremare vene e saltare coronarie all’Italia intera: la sconfitta in finale con la Francia agli Europei di calcio ma soprattutto la vittoria, stupenda perché attesa da anni ventuno, della Ferrari di Michael Schumacher del titolo piloti di Formula 1.

Annidarsi in questi ricordi porta inevitabilmente a galla qualcosa che sfuggì, che poteva essere e purtroppo non è stata, la sfida più grande del ciclismo dai tempi di Coppi e Bartali.
La lotta per il trono fra Marco Pantani e Lance Armstrong.

Il 2000 fu lo snodo centrale, un non troppo virtuale passaggio di consegne fra l’Era Pantani e l’Era Armstrong; un qualcosa che però fu viziato dai fatti, terribili per Marco e non solo, di Madonna di Campiglio del ’99 quando agli sgoccioli di un Giro d’Italia dominato a dir poco, Pantani fu fermato per valori di ematocrito oltre il livello consentito.

Una batosta psicologica incontrollabile, impossibile da contenere per raddrizzare di nuovo una carriera che di sfortune è stata costellata spesso, tanto, troppo.
“Mi sono rialzato dopo tanti infortuni, ma questa volta è troppo, abbiamo toccato il fondo” disse a caldo un solo e gracile Marco Pantani, spogliato in un attimo di tutta l’aurea di invincibilità che il popolo italiano gli aveva cucito addosso, in cerca di un idolo assoluto dopo Tomba e, ancora ignari, prima di Valentino Rossi.

In queste condizioni, con una preparazione ai limiti dell’approssimazione, Pantani affrontava il Tour de France del 2000 cercando di scalzare dal nuovo Lance Armstrong, guarito più che mai da un tumore che poteva spegnerlo definitivamente, i gradi da Padrone della Grande Boucle.

La missione si rivelò impossibile ma l’incontro, l’uno contro uno che doveva necessariamente consumarsi, la resa dei conti da Far West, avvenne finalmente in un confronto decisivo, ultimo, in quel Tour del 2000.

Tappa numero 12, Mont Ventoux.
Arrivo in salita, terreno dove Marco Pantani ha costruito, goccia di sudore su goccia di sudore, il suo Mito.
La strada che si impenna, che non vuole dare respiro ha fatto del Pirata l’eroe dei due mondi, infiammando ali di folla appollaiate su cime inarrivabili solo e soltanto per vedere scattare Pantani.
Nell’altro angolo del ring un Armstrong in forma come non mai, capace di vincere il primo Tour, 1999, orfano di Pantani appunto, e presentatosi a quello successivo tirato a lucido, agile, devastante anche in salita.
Si saprà poi il perché.
Ma Marco questo non lo sapeva.
E quel Ventoux voleva, poteva e doveva essere suo.

A pochi chilometri dalla vetta ed in compagnia dei migliori, Armstrong e Ullrich su tutti, Marco viene staccato.
Sembra una resa, giustificata dalle difficoltà psicofisiche e dalla pochezza della preparazione; ma Marco sui pedali ci sa ancora stare e decide che quel giorno è il giorno giusto, cercato e voluto, per lasciare il segno. Il suo.

Lentamente, sospinto dalle grida della folla, Pantani rientra sul gruppetto dei migliori; è in evidente affanno, appeso ad un filo, si pensa.
No, il Pirata si rialza sui pedali e parte.
E’ un resettare le emozioni e rivederlo forte come un tempo, Marco spinge ma viene riagganciato, riparte di nuovo, ci prova, ma i migliori resistono; i loro volti rigati dalla fatica sembrano chiedere pietà, urlare “basta così”, perché ogni scatto di Pantani, anche di questo Pantani che non è più la “gioiosa macchina da guerra” dell’accoppiata Giro-Tour del ’98, fa male. Ancora.

Quel giorno Marco non avrebbe mai mollato, nemmeno un centimetro; e allora dopo quattro scatti brucianti ecco il quinto, quello decisivo.
Gli inseguitori non rispondono, esausti, lasciando andare quel folletto vestito di rosa che sta liberando sé stesso come un tempo.
La pedalata è leggera, ma lo sguardo no; lo si vede, questo Pantani non è più “quel” Pantani, quello che giocava, che vedeva pianura laddove gli altri sentivano bruciori, che decideva forse fin troppo di essere cannibale, attirandosi le ire del gruppo che storicamente sa, e pretende, che il più forte lasci giocare anche loro.

A meno di due chilometri dalla vetta Marco non è più così incisivo; è in testa si, ma nel momento di maggiore pesantezza della sua azione parte Armstrong.
La maglia gialla in fondo è lui e anche se in classifica il Pirata non può far male, è necessario un segnale a sé stesso, a Marco, a Ullrich.
Lance si alza sui pedali e inizia a volare; il distacco da Pantani scende vertiginosamente, i colpi sui pedali sono quelli di un pugile sicuro, che sa che i suoi sono colpi da ko.

Armstrong torna sull’italiano e gli urla qualcosa; Marco si rialza e lo segue, di rabbia.
Pantani dirà che Lance ha urlato lui “plus vite” (più veloce), irridendolo, come se non vedesse che la fatica lo stava strangolando; altri diranno che invece quella frase altro non era che un maccheronico “vinci tu”, nella più classica delle azioni che una maglia gialla possa fare nei confronti di un compagno di fuga.

I due, assieme, percorrono le ultime centinaia di metri fino al traguardo, quando Pantani dopo un’occhiata fugace e al termine di una volata che volata non è stata, vince di una ruota.
E’ chiaro, Armsrong ha lasciato vincere Pantani nel giorno in cui la sua maglia gialla stava acquisendo ancora più valore.
Sono gesti classici nel ciclismo, sport dove l’uomo può ancora incidere non solo spingendo il proprio mezzo su rampe inaccessibili, ma anche mostrando la propria classe umana.

Ma in quel momento, in quel contesto, a Pantani ciò non interessa; tornare alla vittoria da quella maledetta squalifica nonostante la forma precaria e una classifica non paragonabile a tutto ciò che la sua storia ci racconta, porta in lui la consapevolezza di poter tornare il vero Pirata, che con il susseguirsi delle tappe lo si rivedrà e lentamente, ma inesorabilmente, la vera forma tornerà.

Ma tra Lance e Marco qualcosa si è rotto; frecciate, frasi appuntite, puntualizzazioni che portano a galla la realtà.
“Sul Ventoux non era Pantani il più forte e ora sono dispiaciuto di averlo lasciato vincere”; parole di Lance Armstrong, pesanti, da liberi tutti.
Pantani la prende male, se la lega al dito; sa che sono vere, ma sa anche che certe cose non si debbono dire.
Soprattutto se indossi “la gialla”.

(continua)

2 comments on “Pantani vs Armstrong, la sfida impossibile (pt.1)”

  1. Massimiliano Lanfranchi ha detto:

    Il doping tiene la ruota al doping. Così è andata. Ma io sono convinto che Armstrong avrebbe vinto anche senza, era troppo superiore, un triatleta, grande corridore e nuotatore. Come nessuno. Il Pantani atleta era un pivello a confronto.

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