Pantani vs Armstrong, la sfida impossibile (pt.2)

(clicca qui per la prima parte)

A quel punto, come affermerà lo stesso Pantani, l’unica tattica perseguibile per il folletto di Cesenatico è attaccare, attaccare e ancora attaccare.
E’ la cosa che gli riesce meglio, è l’atto sublime che ha saputo relegarlo a Mito del ciclismo.
La classifica finale permette un solo obiettivo, il podio; magari davanti ad Ullrich, ma comunque lontano da Armstrong. Sono troppi dieci minuti, sono impossibili da recuperare ad un avversario, un cannibale, così in forma, inscalfibile; perlomeno a quel punto, perlomeno da parte di questo Pantani.

L’istinto dei pirati è sempre stato quello di sorprendere, depredare, portare a casa il bottino; e Marco Pantani, il Pirata, si trova a suo agio soltanto quando può liberarsi, lasciarsi andare sull’asfalto che per lui, e solo per lui, non sale mai.

L’obiettivo di Marco è entrare in forma a ridosso della terza settimana, solitamente decisiva; ciò significa pagare dazio nella parte iniziale del Tour (e i 10 minuti di distacco da Armstrong lo dimostrano) per poi ritrovarsi definitivamente e trasformarsi in cecchino infallibile.
Sul Mont Ventoux si è rivisto a sprazzi il vero Pantani, nonostante qualche smorfia di troppo e alcuni tratti claudicanti; d’ora in poi lo sa, andrà sempre meglio, le gambe gireranno, la testa si trasformerà dal sentire i muscoli rispondere e in salita non si faranno più prigionieri.

Le prime avvisaglie non sarebbero tardate; la quattordicesima tappa si addice all’impresa, con arrivo a Briancon dopo aver scalato il leggendario Izoard, cartolina lunare per una cima mitica, conquistata da grandi interpreti delle due ruote come Fausto Coppi (l’unico ad esserci riuscito sia al Giro che al Tour), Gino Bartali, Eddie Merckx e l’immancabile Marco Pantani.

La tappa non prevedeva però l’arrivo in cima al colle ma ne disegnava la discesa e dopo un tratto impegnativo in saliscendi apparecchiava il traguardo a Briancon.
Non stiamo parlando del classico arrivo in salita, serviva quindi un colpo a sorpresa e proprio sull’Izoard il Pirata ci prova.
Scatta, istintivamente, ma non sarà questa la volta buona.
Armstrong infatti risponde, tiene, e anzi temporaneamente se ne va.
E’ uno smacco, Pantani se ne lamenterà: che bisogno c’era con dieci minuti di vantaggio di tarpare così le ali ad un avversario in cerca della sua vittoria di tappa, avversario così mansueto in termini di classifica generale?

Il loro non è un confronto classico, una sfida dettata solo dal prestigioso risultato finale; Armstrong sta cercando di demolirne il Mito, di segnarne, colpo su colpo, la Leggenda.
Marco Pantani è lo scalatore più forte dai tempi di Fausto Coppi, è capace di esaltare le folle, di soffrire e far soffrire, di segnare l’asfalto ad ogni suo scatto.
Pantani è qualcosa in più di un semplice avversario.
E seppure sia stato toccato nel profondo dalla squalifica, secondo lui manipolata, dal Giro del 1999, rimane pur sempre Marco Pantani, il Pirata.

Chi ha avuto la fortuna di ammirarlo, anche solo in tv, sa che cosa significa.
Caldi pomeriggi in Bar Sport stracolmi, strade invase, tv sintonizzate in attesa di quel brivido, di quell’urlo: “scatta Pantani!”.
Un’emozione paragonabile solo ad un gol in finale, un sorpasso all’ultima curva, un canestro all’ultimo secondo.
Perché in quegli anni, semplicemente, “scatta Pantani!” era il ciclismo.

Per Armstrong quindi sconfiggere non solo un avversario ma anche tutto ciò che questo avversario portava con sé era l’obiettivo numero uno.
Tarparne le ali, fermarne la fuga, mostrarsi al suo fianco dimostrava una sola cosa: che lui, il cowboy, era più forte.
Pantani a Briancon riesce a staccare Armstrong, ma non in salita, terreno su cui ha sempre misurato la sua forza, bensì in pianura a pochi chilometri dall’arrivo.
Niente di speciale a livello di classifica, ma un ulteriore piccolo bagliore di forma.
Il Pirata stava tornando.

Tappa numero 15, arrivo a Courchevel, duemila metri di altitudine.
Salita interminabile, ventidue chilometri che squarciano non solo le verdi vallate della Tarantasia, Savoia, ma soprattutto muscoli e cervello.
Ventidue chilometri con quasi millecinquecento metri di dislivello per una pendenza media di oltre il 6%; a quindici chilometri dal traguardo le pendenze salgono all’8-9%, a cinque si impennano fino addirittura al 12%.
In salita non ci si può nascondere, a Courchevel si giocherà a carte scoperte.

Il gruppo dei migliori, con Armstrong, Pantani, Virenque e Ullrich sale compatto, staccato di circa due minuti da una fuga senza velleità da classifica se non in parte rappresentate da Santiago Botero, puro scalatore colombiano.
E’ a questi ranghi che gli uomini migliori scaldano i guantoni in vista dell’ultima rampa; gli sguardi sono interlocutori, ogni gesto, smorfia, movimento che lasci trasparire fatica può essere punito.
Nessuno ha voglia di spingere, scattare; nessuno tranne lui, il Pirata.

A sedici chilometri dall’arrivo ecco che dal gruppo una sagoma familiare, ricurva, ma distinguibile fra milioni si staglia a velocità doppia; scatta Pantani! Finalmente lui, agile, fresco; d’altronde c’era da aspettarselo, lo aveva promesso.
Gli uomini al seguito si sgranano, Ullrich cede, mentre lo seguono Virenque, Armstrong e i suoi due gregari Hamilton e Livingstone, intenti ad infastidire il Pirata.
Ma ad uno scalatore di altissimo livello non si possono rompere le uova nel paniere con trucchetti simili perché lui, di rabbia, scatterà ancora più forte.
E così è.

Il Pirata ha il passo dei giorni migliori, nessuno può continuare a resistergli; nessuno tranne il grande rivale, Lance Armstrong.
E’ di nuovo un faccia a faccia, un duello rusticano condito da uno sfondo impressionista di urla e colori; il pubblico impazzisce e più impazzisce più Pantani scatta forte.
Armstrong risponde, ma nell’aria si percepisce che qualcosa, rispetto al Mont Ventoux, è cambiato.
I ruoli si sono capovolti, Pantani ha benzina da vendere e Armstrong sembra addirittura faticare nonostante un disperato tentativo di rilancio.

La concentrazione dei due è al massimo, l’italiano si mostra meno sofferente rispetto ai giorni precedenti, mentre l’americano cerca di nascondere dietro ad una maschera solo apparentemente impassibile tutta la sua difficoltà.
Ma i numeri uno, coloro a cui Dio ha donato il talento, sanno percepire il momento giusto, sanno annusare l’odore del rivale, sanno riconoscere l’attimo per sferrare il definitivo K.O.

Come nei più classici thriller carichi di tensione ecco che la quiete prima della tempesta cala sulla corsa; i due rallentano l’andatura, sembrano studiarsi lasciando correre i chilometri senza punirsi prematuramente.
Non è ancora il momento per lanciare il guanto, definitivo, di sfida; la strada li aspetta, la folla li incita, il cartello dei cinque chilometri dal traguardo è lì.
E finalmente parte Pantani.

Il Pirata affonda la sua azione bollente nel burro delle gambe degli avversari, decisa e leggiadra come se la sua bicicletta non aspettasse altro; le ruote sembrano scorrere sul ghiaccio, nessuna salita benché impegnativa potrebbe fermarlo. Dietro di sé il vuoto.
Armstrong parlotta con Heras e Botero, temporanei compagni di fuga, e decide di partire.
Nessun altro ha ossigeno e fibra per rispondere a Pantani, Armstrong ci prova, non è in ballo la classifica ma l’onore.
E’ la prima volta che Pantani riesce a staccare l’americano in salita; sente dentro di sé una voce, un campanello che ricorda lui che questa può essere l’ultima occasione per lavare l’onta del Mont Venoux. Quel “l’ho lasciato vincere” pronunciato a gran voce da Lance riecheggia ancora troppo rumorosamente.

Pantani spinge, è a tutta, vola, recupera metri su metri a Jimenez, ultimo corridore ancora in fuga; come uno squalo affamato lo aggancia e letteralmente lo sbrana, lasciandolo sul posto.
Nessuno può fermarlo. Nemmeno Armstrong.
L’azione di Marco Pantani è allo stesso tempo poesia floydiana e martello zeppeliniano; dai suoi occhi traspare concentrazione e rabbia.
Non dolore, non fatica. Il Pirata sa che quelle pedalate, date davanti a tutti come un tempo, quando erano capaci di segnare gambe e cuore di Indurain e Tonkov, sono la firma in calce sul suo ritorno.
“Eccomi, sono qua, sono io”.

Al traguardo di Courchevel Marco accenna soltanto ad un timido saluto; la rabbia per tutto ciò che ha passato nell’ultimo anno è troppo forte, ancora presente, troppo viva.
Armstrong è stato battuto, in salita, laddove i grandi hanno storicamente misurato le loro capacità, la loro forza, il loro valore.
Il Tour di Marco Pantani terminerà prematuramente nella tappa successiva, sotto i colpi di un intestino incapace di reggere la forza del suo cuore.
Prima di alzare bandiera bianca Marco attacca, ancora una volta; “ho provato a fare saltare il Tour, sono saltato io”.
Mancavano 130 chilometri all’arrivo a Morzine; troppi forse, mai abbastanza per lui.
Per chi vuole entusiasmare, per chi vive di emozioni, per chi sa che ogni momento passato ad aspettare è un momento perso.
Per Marco Pantani, il più grande scalatore dell’era moderna.
Colui al quale è stato negato un futuro impossibile.

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