Paul Pierce(d)

25 Settembre 2000, Paul Pierce è un quasi 23enne che sta tenendo il mondo nelle mani: certo, appena un paio di anni prima sognava di entrare nell’NBA con una scelta più alta della decima con cui è stato invece selezionato; inoltre, per un fan dei Lakers come lui, uno che ha sempre avuto Magic Johnson come idolo, fare le fortune dei Celtics suona quantomeno ironico.

Boston è reduce da una mediocre stagione con appena 35 vittorie ma Paul è cresciuto in modo esponenziale, mostrando nella sua annata da sophomore grandi doti di scorer (poco meno di 20 punti di media), terminando oltretutto secondo in tutta la lega per palle rubate.

Quella sera Pierce decide di uscire con il compagno di squadra Tonie Battie e il fratello di quest’ultimo, Derrick; vanno in un locale proprio a Boston, il Buzz Club, ignari di quanto la serata si rivelerà movimentata.

Pierce è giovane e libero, non lo si può biasimar se poco dopo attacca bottone con un paio di ragazze; eppure PP sceglie inconsapevolmente di filtrare con la sorella di un personaggio poco raccomandabile, il quale espone animatamente le sue rimostranze.

Si arriva ben presto alle reciproche alzate di mani per dirimere la controversia e di lì a poco, vista l’aria che tira, il giocatore dei Celtics cerca di andarsene. I Battie intanto non assistono alla scena, recatisi entrambi ai servizi.

Senza quasi che se ne possa rendere conto, mentre sta uscendo Paul viene tramortito codardamente alle spalle con una bottigliata di champagne  ad altezza volto, per poi essere accerchiato e pestato duramente; è solo l’inizio, perché in un amen si passa i coltelli: viso, collo e schiena vengono trafitti. Sono in 2 ad attaccarlo con le armi, forse 3, il campione viene infilzato ripetutamente: i notiziari parlano di 5 volte, poi si scoprirà che le pugnalate sono state almeno 11, poco meno della metà di quelle che finirono Giulio Cesare.

Di ritorno dalla toilette, i fratelli Battie assistono increduli alla scena che si para loro davanti: Pierce riverso a terra al termine di una rampa di scale, una fontana di sangue a coprirgli il volto. Inizia una corsa contro il tempo, Paul viene caricato in auto e portato disperatamente in ospedale.

I motivi per cui oggi si stia parlando di Paul Pierce come un grandissimo in prossimità di ritirarsi e non come un altro potenziale campione dei Celtics vittima di un destino avverso come Reggie Lewis e Len Bias sono da ricercare nella sorte, nella religione o nella fortuna, a seconda dei punti di vista.

Prima di tutto uno dei fendenti è affondato sì pericolosamente vicino al cuore di Pierce, ma senza ledere nulla in maniera irreparabile; oltre a questo, il giacchetto di pelle che P-Squared indossa riesce ad attutire pur marginalmente i colpi.

Nella malasorte generale la posizione del club, sito in prossimità del parcheggio del New England Medical Center, si rivela provvidenziale per il richiesto intervento d’urgenza.

Sorprendentemente, Paul e la cava con 4 giorni di degenza ospedaliera; gli servono appena 3 settimane per tornare abile e arruolabile in squadra.

I Celtics iniziano la stagione il 1 Novembre; nel giorno della ricorrenza dei morti Pierce è già più vivo che mai: partenza in quintetto, quasi 40 minuti di impiego e un fatturato di 28 punti, 5 rimbalzi e 6 assist. Quel posto nello starting 5 lo riesce a tenere per tutto il resto della stagione, e di lì a 4 mesi tira fuori dal cilindro una partita mostruosa contro i Lakers, che spinge nientemeno che Shaquille O’Neal a etichettarlo come The Truth.

Dal lato sportivo i successi nella stagione 2000/01 per i Celtics salgono appena a 36, ma è solo l’inizio: Pierce si prende le chiavi della squadra, alternando annate incoraggianti ad altre plumbee

Recuperato meravigliosamente sul lato fisico, qualcosa in Pierce è però cambiato sul piano mentale, specialmente nel periodo immediatamente successivo all’aggressione: all’inizio la star dei Celtics si chiude in casa (con il team gli offre un bodyguard 24 ore al giorno) e parla sempre meno anche con i suoi cari, partecipa a qualche seduta psichiatrica ma con scarsi risultati.

Solo il tempo riesce a riportarlo a una vita per quanto possibile normale, anche se il ricordo di quella sera resta impresso indelebilmente nella mente del campione, che si dice incredibilmente maturato dopo la pur breve permanenza ospedaliera.

I colpevoli dell’aggressione vengono presto identificati dallo stesso Pierce tra soggetti connessi ai Made Men, famigerato gruppo di musica rap bostoniano guidato dal cantante Benzino. I nomi che vengono fuori sono quelli di William Ragland, Trevor Watson e Anthony Hurston.

Il processo segue un tragitto travagliato: le tracce sui vestiti sono state alterate a causa del trasporto in auto e gli accusati sostengono di essere stati presi di mira dalla polizia, in cerca sbrigativa di un capro espiatorio.

A sostegno degli imputati, inoltre, più di un testimone ritratta la propria versione dei fatti, asserendo di aver ricevuto inizialmente pressioni da parte dalle autorità.

Le accuse di tentato omicidio tuttavia non trovano seguito in tribunale: a Ottobre del 2002 Ragland viene giudicato comunque colpevole di aggressione armata e percosse e condannato a 12 anni di galera, mentre per Watson il coinvolgimento non include l’uso di arma bianca e  la pena è di 30 mesi di detenzione; Hurston viene completamente assolto.

Pierce dal 2006 esibisce sull’avambraccio sinistro esibisce il tatuaggio di un pallone da basket trapassato da un  pugnale e la dicitura My Gift, My Curse (il mio dono e la mia maledizione),  collocando l’accoltellamento all’interno della sua grande carriera cestistica.

Segue poi un tattoo ben più appariscente con tema simile sulla schiena: ali d’angelo e un paio di mani che sostengono un cuore, con la scritta Chosen One e un ulteriore richiamo alle 11 pugnalate, stavolta immortalate sotto forma di frecce.

In segno di riconoscenza verso i suoi salvatori, Pierce ha donato oltre 2 milioni di dollari per sostenere gli investimenti nella chirurgia high-tech.

Paul riesce finalmente nel 2008, grazie all’arrivo di 3 moschettieri come Kevin Garnett, Ray Allen e Rajon Rondo, a riportare il titolo a Boston dopo 22 anni di attesa, piallando proprio i Los Angeles Lakers con un distacco di 39 punti nella conclusiva Gara 6 delle Finals. L’incoronamento come MVP delle finali, al termine di una stagione regolare da 66 vittorie cui fanno seguito 4 serie di playoff  alquanto complicate, è la ciliegina sulla torta.

Rimanendo biancoverde nel cuore, nel 2013 passa a Brooklyn, per trasferirsi successivamente una stagione ai Wizards e chiudere tra qualche mese la carriera per i Los Angeles Clippers.

Il 10 Febbraio 2016 Pierce, a scanso di alquanto improbabili risultati durante le fasi eliminatorie, ha giocato per l’ultima volta in casa dei Celtics, da avversario, indossando appunto la divisa dei Clippers.

In combutta con i compagni di squadra, Paul ha deciso di scherzare sulla scampata tragedia di 16 anni prima, proponendo questa ironica ricostruzione dell’accaduto:

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