Rose and Fall

Una delle istantanee rimaste indelebili nelle memorie dei fan NBA di lunga militanza vede Dikembe Mutombo disteso sul parquet, cingente a sé il pallone arancio, il volto coperto da vistose lacrime di gioia: Anno Domini 1994, i suoi Denver Nuggets hanno appena conquistato un’incredibile gara 5 del primo turno di playoff, eliminando i favoritissimi Seattle SuperSonics.

Si scrive la storia dell’NBA: è la prima volta che una squadra approdata alla postseason con l’ottavo piazzamento riesce a prevalere su una #1.

Questo gigantesco upset si verificherà con relativamente maggiore frequenza negli anni a venire. In queste circostanze può scaturire naturale, anche se si tifa la squadra “perdente”, una simpatia verso queste cenerentole che sconvolgono gli equilibri, cacciando fuori squadre con ambizioni di trionfo finale.

In un’occasione particolare però tale affezione non riesce così spontanea: la stagione è la 2011/12, quella limitata a 66 partite. I Philadelphia 76ers, squadra operaia e alquanto combattiva, prendono l’ultima piazza utile a Est; a loro si accoppiano logicamente i primi della classe, i Chicago Bulls, che in una season accorciata hanno comunque portato a casa 50 W.

Difficilmente nei tabellini della capolista si trovano numeri gonfiati o statistiche da mascella slogata, perché per coach Thibodeau la priorità è che i suoi diano l’anima per sfiancare gli avversari con una difesa asfissiante.
A guidare i Bulls verso il secondo anno consecutivo con il migliore record dell’intera Lega; è un play di appena 23 anni, quel Derrick Rose che nella stagione precedente diventa il più giovane MVP di regular season nella storia dell’NBA. ma che stavolta rimane in injury list per quasi la metà del calendario, a causa di vari problemi a schiena, dita dei piedi e pubalgia.

La serie si mette subito bene per i Bulls, che si portano a casa Gara 1. A quale prezzo, però: D-Rose, a poco più di un minuto dalla sirena conclusiva e a risultato ormai acquisito, prende un’apparentemente innocua conclusione a centro area ma atterra rovinosamente a terra.

Si teme subito il peggio, Rose è costretto ad uscire di scena, impossibilitato a rimanere in piedi da solo. Il responso medico è impietoso: rottura del crociato anteriore del ginocchio sinistro.

Phila si trova all’improvviso contro un nemico sanguinante e lo azzanna alla giugulare: i 76ers di Brand e Iguodala si aggiudicheranno 4 dei seguenti 5 duelli, capottando un avversario ritrovatosi di colpo senza punti di riferimento.
Derrick salta non solo le olimpiadi di Londra, ma soprattutto l’intera annata 2012/13. L’autunno seguente, con un Rose tornato carico, i buoni propositi terminano prima che possa arrivare Dicembre: stavolta lo tradisce il menisco del ginocchio destro. Si torna sotto i ferri, la sua stagione dura appena una decina di partite.

Conclusa la lunga riabilitazione, la carriera di Derrick si trasforma in un calvario pressoché interminabile: si contano almeno altri 24 infortuni di differenti gravità a piagarne il corpo, concentrati quasi interamente sulle leve inferiori. Una volta è una tendinite al bicipite femorale, un’altra è una semplice caviglia slogata, per arrivare ad un nuovo intervento al ginocchio destro.

Come se questo non fosse abbastanza viene scambiato clamorosamente da Chicago nel 2015, destinazione New York Knicks. In una squadra con alcuni nomi altisonanti ma di fatto destinata a sgretolarsi nel giro di pochi mesi, l’oneroso contratto di Rose (che Ad aprile finisce ancora in ospedale a causa del menisco del ginocchio sinistro) è tra i maggiori oggetti di polemica da parte dei furenti fan.

Il talento alla radice rimane purissimo, i tabellini tornano ad aggregare cifre di tutto rispetto ma Derrick non è più lo stesso: l’intelligenza cestistica è ancora tutta lì, tuttavia la già non impeccabile fase difensiva e soprattutto il braccio armato risentono di tutta quella sfilza di acciacchi. Il devastante penetratore di un tempo, capace di librarsi in aria per un’eternità, lo schiacciatore inarrestabile che si buttava senza paura nella jungla di mani del pitturato, quel Rose è rimasto sopra un tavolo operatorio.

Durante la scorsa estate prende sempre più forma un rumor, destinato a divenire realtà: D-Rose, divenuto free agent, viene convocato in Ohio, alla corte di LeBron James e i suoi Cavs.

In una squadra perennemente incerottata e dai comprimari non sempre affidabili, come si sta dimostrando Cleveland, l’apporto di D-Rose (pur limitato nel minutaggio) come metronomo part-time sarebbe di indiscutibile utilità.
Sicuramente un ridimensionamento notevole (anche economico, visto che il salario rispetto a NY è letteralmente decimato) per chi avrebbe potuto fare passare parecchie altre notti insonni ai suoi attuali compagni James e Wade.
Una dura pillola da mandare giù, quella del relegamento a un simile ruolo, neanche trentenne e con un illustre curriculum come il suo.

Proprio in questi giorni Derrick Rose, dopo l’ennesimo stop, stavolta per noie alla caviglia sinistra, ha valutato l’ipotesi del ritiro definitivo dal parquet.
Non è tanto l’orgoglio a volgere il pensiero verso le scarpe appese al chiodo tuttavia, quanto la menzionata sequela di problemi fisici, mai completamente risanati e pronti a ripresentarsi sotto chissà quale forma e intensità. Una spada di Damocle che mentalmente lo consuma molto di più di qualsiasi partenza dalla panchina o adeguamento tattico, una fragilità che non può essere curata da
un chirurgo.

Le ultime novità sono tuttavia piuttosto confortanti: D-Rose ha scelto di darsi un’ulteriore possibilità e proseguire il suo accidentato percorso in NBA.

In attesa di rivederlo calcare il campo nel prossimo futuro, noi scegliamo di giocare con il passato, rivivendo quello che venne temporaneamente definito “The Shot”, con un riferimento da alcuni ritenuto sacrilego al buzzer beater di Jordan nel primo turno dei playoff 1989 contro Cleveland.

Questi invece sono i Playoff del 2015, gara 3 delle semifinali di Eastern Conference: sempre Chicago, sempre a spese dei Cavs, che stavolta però porteranno a casa le 3 partite successive (con LeBron che peraltro ripagherà gli avversari con la stessa moneta nel match seguente), vendicandosi dei Tori dell’Illinois.

Ma anche se solo per una sera, al termine di quello che sarebbe poi stato l’ultimo incontro vinto da Rose con Chicago in postseason, i tifosi dei Bulls si sentirono autorizzati a sognare ancora in grande, e Derrick con loro.

di Marco Stanchini

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