Rossi-Marquez, il lato oscuro della forza

Sorpasso, controsorpasso, staccata.
E poi ancora, di nuovo; all’esterno, all’interno, in rettilineo, in curva.
Finché la pazienza, quella del pilota in lizza per il titolo, finisce.

Sono piloti, ma prima di tutto sono uomini; ragazzi spesso, ma cresciuti in fretta, molto in fretta, sgomitando fra orde di concorrenti portatori dello stesso sogno, delle stesse ambizioni, disposti a tutto o quasi, per arrivare lassù.

Ma essere uomini nello sport, e a maggior ragione nel motorsport, significa anche e soprattutto una cosa: rispettare colui che sta rischiando la pelle proprio come te, riconoscerne non la simpatia umana, ma le capacità, il talento.

Questa definizione di sportività, alta se vogliamo ma pur sempre conditio sine qua non per accedere alla competizione professionistica, non fa i conti con l’istinto del tutto umano e primitivo se vogliamo, di sopraffare l’avversario.

E’ il concetto di sopraffazione che, quando in lizza si presentano due talenti estremi, può avere sfumature i cui schizzi possono andare oltre i limiti del consentito.
Sono uomini, quindi animali, per forza di cose istintivi; sono nati per vincere, cresciuti per sopravvivere, pronti ad azzannare ciò che li ha spinti fino a quel punto, prede comprese.
Prede che spesso e volentieri sono i loro stessi avversari.

Questa è la storia di Marc Marquez e Valentino Rossi, uno lo specchio dell’altro, uno la versione 2.0 dell’altro, così simili nei modi, negli obiettivi, negli atteggiamenti e di conseguenza così incompatibili.

Diffidate sempre da chi vi racconta che per amarsi ci si deve trovare d’accordo su tutto, si deve essere uguali, pensarla allo stesso modo, muoversi nella quotidianità con le stesse falcate, avere gli stessi obiettivi.
Il bello è trovarsi, diversi, e poi incastrarsi; realizzare con intelligenza quanto sia bello l’essere convessi quando l’altro è invece concavo e viceversa.

Valentino e Marc hanno lo stesso obiettivo, da sempre, e per raggiungerlo hanno posto in essere, in tempi diversi, lo stesso modus operandi.
Annientare, col sorriso, l’avversario; ridicolizzarlo in pista o fuori, sopraffarlo psicologicamente, portare all’estremo il concetto di “far buon viso a cattivo gioco” per dimostrare a chi di dovere che loro mai avrebbero ceduto.
Pungolare il rivale, in continuazione, anche con azioni esteticamente valide ma intrinsecamente devastanti, sia davanti ai microfoni che in pista.

L’arrivo di Marquez in Motogp è stato salutato come un sano cambio generazionale; sano perché quegli occhi vispi, brillanti e giocosi ricordavano così tanto il Valentino dei primi anni.
Sano perché lo spettacolo mostrato in pista dallo spagnolo era qualcosa di già visto col 46 ma con qualche ingrediente in più; più sprezzo del pericolo, più spregio verso il limite che grazie a lui assumeva connotati nuovi, mai visti prima.
Marquez unisce le qualità dei più forti piloti moderni con un pizzico in più di follia, mostrata senza parsimonia, come se per lui cadere significasse soltanto capire meglio il limite e non, attenzione, il rischiare di farsi male.

Piega estrema di Marquez che, nella fattispecie, recupererà la moto evitando di cadere. Come abbia fatto rimane un mistero.

Due uomini così non avrebbero mai potuto convivere senza, prima o poi, scornarsi ferocemente. E’ il lato oscuro della forza, presente in dosi massicce in ognuno dei fuoriclasse che ha cavalcato vittorioso la storia del motorsport.

Ayrton Senna ed Alain Prost reagirono scontrandosi ferocemente in pista più di una volta, mossi dall’obiettivo di schiacciare il rivale, così forte da non poter essere schiacciato definitivamente; l’azione e la reazione, la guerra e l’armistizio e poi di nuovo la guerra.

Prost vinse un titolo provocando appositamente un incidente con Senna il quale, l’anno successivo, dopo aver tenuto il ricordo del torto subìto ben in vista nella propria mente, reagì violentemente andando lui questa volta a conquistare il mondiale buttando letteralmente fuori pista Prost.
Lo ammise, Ayrton. Prima velatamente, poi chiaramente.

Schumacher fece altrettanto con Damon Hill nel 1994; e se i particolari potessero essere raccolti in un “manuale dei numeri uno” ne troveremmo ancora tantissime altre a firma del tedesco.

Intimidire per poi sopraffare; come lo stesso Valentino Rossi a Jerez 2005 quando con una spallata mandò Gibernau non solo nella sabbia, ma anche definitivamente fuori da quella ristretta cerchia di piloti vincenti, capaci di incassare e tornare, di vincere, perdere e ancora vincere.
Gibernau da quel giorno scomparve per sempre e Valentino dominò letteralmente il campionato.

Ma come detto Marquez non è un semplice numero uno; a tutto ciò egli ha aggiunto la ferocia di un cannibale che impossibilitato a cibarsi pretende che nemmeno il proprio rivale possa farlo.
Ed è quello che è successo nel campionato Motogp del 2015.

Dopo essere stato estromesso dalla lotta per il titolo, a suo dire, dalla sportellata volontaria con annessa caduta che Valentino gli rifilò dopo che lo stesso spagnolo entrò garibaldino su Rossi, in Argentina, e la furbata all’ultima curva in Olanda che permise a Valentino di vincere il Gran Premio tagliando l’ultima chicane, Marc decise, in maniera del tutto arbitraria e lontana dal più alto concetto di sportività, che quel titolo se non avesse potuto vincerlo lui non avrebbe dovuto vincerlo nemmeno l’italiano.

Argentina: Rossi attacca Marquez che risponde aggressivo, Valentino lo chiude ed è contatto, con Marquez a terra e Rossi 1°

Il resto è Storia; Marquez si aggrappò alle ultime tre gare della stagione per abbattere letteralmente Valentino Rossi, spodestandolo, maltrattandolo, deridendolo.
Impedendogli, nei fatti, di vincere quel mondiale, il decimo, che stava ampiamente meritando.

In quel momento, quell’anno, i due si ritrovarono al centro del punto di rottura totale; Valentino perse la pazienza prima a parole, denunciando lo spagnolo in conferenza stampa, e poi nei fatti, reagendo in pista.
A posteriori si dirà che perse quel titolo a causa di quella mossa, cadendo così, forse ingenuamente ma in maniera del tutto comprensibile, nella trappola tesa da Marquez; l’obiettivo fu raggiunto e il titolo andò a Lorenzo.

Dopo decine di sorpassi e controsorpassi provocatori di Marquez, Valentino perde la pazienza e porta Marquez di proposito quasi fuori pista: verrà punito con la partenza dall’ultima casella nella decisiva ultima gara a Valencia

Marc aveva fatto qualcosa che nessuno, fino a quel momento, aveva osato fare; si, era successo che in passato alcuni piloti avevano palesemente giocato sporco in pista rallentando gli avversari, ma lo avevano fatto, al limite, per aiutare il proprio compagno di squadra.
E l’esempio di Gresini con Capirossi del 1990 ne è la prova lampante.

Ma questa volta Marquez si era spinto, proprio come fa quando cavalca la sua moto, ancora più in là.
Aveva deciso le sorti del mondiale, portando a realizzazione una trama partorita dal suo innato senso cannibalesco, riconoscendo così, indirettamente, a Valentino il ruolo di numero uno da abbattere, prima ancora che da battere.

Sta qui il il lato oscuro dei veri numeri uno. Quelli capaci di “uccidere” chiunque si frapponga fra sé e il loro obiettivo, quelli che si cibano di motivazioni per molti troppo estreme, coloro che, a conti fatti, non vorrebbero mai rimanere senza il proprio avversario più grande, perché verrebbe a mancare la loro ragion d’essere.
Valentino non sarebbe mai stato Valentino senza Biaggi così come Senna non sarebbe mai stato Senna senza Prost.

Ognuno di loro ha in sé il propellente capace di scatenare reazioni straordinarie, a volte deprecabili, a cavallo tra l’affascinante e il folle.
Quel propellente è l’esistenza stessa del loro avversario.
E Marc Marquez, ne siamo certi, sarà il primo a dispiacersi quando Valentino si ritirerà, quando sentirà dentro di sé il vuoto incolmabile che fino a quel momento dava un senso ai rischi presi, alle manovre oltre il limite, alla spudorata padronanza del destino; quando verrà a mancare la ragione vera della sua folle rincorsa ai record del 46 giallo.

Proprio come Ayrton, quel giorno, a poche ore dalla sua morte.

Un saluto speciale al mio… al nostro caro amico Alain. Ci manchi Alain…

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