Salut Gilles!

“Non penso alla morte, ma accetto il fatto che sia parte del gioco”.
La passione, quella vera, sprizzava dai suoi occhi dolci, lievi.
Vendersi una casa per comprarsi una macchina come fece Gilles, da la misura di ciò che lui sentiva per qualsiasi cosa avesse un motore.
Fu scelto per sostituire Lauda, dopo un 1977 trionfante conclusosi con un burrascoso divorzio fra l’austriaco ed Enzo Ferrari.
Quest’ultimo, ferreo amante del proprio mezzo come unico eletto alla vittoria, decise di ingaggiare un vero e proprio Signor Nessuno, a sfregio di ciò che lo stesso Lauda neo campione dichiarò in sede di rinnovo, poi naufragato, del contratto.
E cioè che guidare una Ferrari era un onore, ma un campione andava pagato bene.
La scommessa Gilles, in realtà, squarciò un velo liberando il vero cuore del tifoso da corsa, ferrarista e non.
Ciò che Villeneuve portò in pista non furono vittorie, campionati, punti o quant’altro, no, il piccolo canadese portò molto di più.
Sogni.

Gilles vinse soltanto sei gran premi con la rossa; un bottino che un certo Michael Schumacher nelle stagioni d’oro riusciva a conquistare in nemmeno metà campionato.
Ma Gilles non correva solo per vincere; o meglio, il suo approccio, il suo sentimento verso le corse non era estremamente rivolto alla vittoria nel senso asettico, matematico del termine.
Certo, Villeneuve, come ogni pilota che all’abbassarsi della visiera accende dentro di sè una luce incontrollabile, voleva vincere; ma voleva farlo a modo suo, un modo lontano dai veri cannibali da pista, un modo vicino a chi sulle strade usava il weekend per mettere alla frusta la propria auto appena comprata, per sentirne i cavalli, la tenuta, il fischiar delle gomme in perdita di aderenza.
Era uno di loro, di quelli che pernottavano in circuito in tenda, che arrampicavano le recinzioni, che a petto nudo sventolavano bandiere con il cavallino bene in vista.
Che godevano ad ogni sorpasso, frenata, traverso.


Sogni dicevamo.
Sogni che ancora vivono, brillano, si evocano fra tifosi ed appassionati delusi da ciò che il motorsport è diventato; Gilles era la colla fra uno sport per pochi ma amato da tanti.
Un uomo normale, ma straordinario.
Voleva essere il più veloce, sempre; in qualifica, in gara, durante i test, sulla strada per l’albergo.
“Questo di sicuro migliorerà la tua vita sessuale, ma aumenterà a dismisura i rischi” gli disse il suo compagno di squadra e poi campione Jody Scheckter; volare, sempre, giocando.
Ed il più veloce lo era per davvero.
L’ultimo grande cavaliere del rischio, erede naturale di Tazio Nuvolari, le cui gesta si permeavano di coraggio, talento ma soprattutto amore per le corse.
Lo stesso amore che Gilles non ha mai nascosto.

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