Sampras vs Agassi, la rivalità perfetta

Un servizio ed una risposta.
Probabilmente, ad essere sinceri, il miglior servizio e la miglior risposta, di sempre.
Antitesi, sul dizionario, è definita come “Figura retorica consistente in un accostamento di parole o di concetti contrapposti, che acquistano maggior rilievo dalla vicinanza”. Nel tennis, questo tipo di contrapposizione sintattica rende eterne le rivalità.

Andre Agassi e Pete Sampras non avevano nulla in comune, nemmeno la nazionalità.
Sì, entrambi figuravano devoti alla sacra bandiera degli Stati Uniti, racchiusi sotto il cielo puntellato dalle cinquanta stelle, ma divisi da 3900 chilometri. Il Maryland, una delle prime tra le tredici colonie che si ribellarono al governo britannico, è la casa natale di Pete, nato a Potomac da padre con origini greche e madre dal sangue spartano.


Nel suo stemma compare il motto, scritto in italiano arcaico, ‘fatti maschii, parole femine’, ovvero ‘fatti forti, parole gentili’. Così è Sampras, che a tre anni, nella cantina di casa, trova una racchetta e, per gioco, inizia a palleggiare contro il muro. Il talento è lampante, tanto che, nel 1978, la famiglia si trasferisce in California per permettere al piccolo di allenarsi con costanza.

Pete è un giocatore predisposto all’attacco. Il suo servizio, piatto e preciso, raggiunge picchi di velocità che negli Stati Uniti nessun maestro aveva mai avuto il piacere di vedere.
A sedici anni il rovescio, inizialmente bimane, viene trasformato nel colpo ad una mano che tanto, gli istruttori degli anni ’80, amavano imporre. Potente, spietato e silenzioso. Apparentemente amico di tutti, in realtà, come in futuro verrà descritto, lupo solitario. Lo slogan inciso a caratteri cubitali nella bandiera della sua nazione lo accompagna per tutta la vita.
Pete vince e, in poco tempo, diventa numero 1 del mondo.

Sui campi dell’Accademia di Nick Bollettieri, in Florida, cresce però in quegli anni un ragazzo dall’attitudine particolare.
Si chiama Andre e, nato otto mesi prima di Sampras, pare essere il nuovo predestinato della scuola americana. Andre ha però un solo problema, odia il tennis e le regole che lo costringono a rimanere nella struttura di Bollettieri.
Suo padre è omofobo, e lui, per ripicca, si presenta in campo con lo smalto alle unghie. Il coach esige un certo decoro, lui entra nel rettangolo di gioco con capelli viola e jeans strappati.

Il suo tennis è un sommarsi di straordinarie sincopi. Nessuno ha mai colpito la palla così forte e con un tale anticipo. Agassi travolge ogni avversario con semplicità inumana. Li soffoca, con un gioco troppo rapido per poter essere contrastato.
Sampras, nel frattempo, vince i tornei giovanili a suon di ace e volée vincenti. Il dritto del ragazzo è un prodigio di tecnica ed efficienza, ed atleticamente, Pete, è il miglior giovane in circolazione.

È il 1989 quando, a Roma, i due si incontrano per la prima volta. Andre è più esperto, e si vede. 6-1 6-2 a favore del Kid di Las Vegas. Ha inizio la più grande rivalità degli anni novanta e, tra esperti ed appassionati, si inizia a mormorare quanto il gioco il gioco di Sampras paia inadatto alla terra rossa.
Dirà Agassi, qualche anno più tardi, “Avrei detto che il mio avversario più grande sarebbe stato chiunque, ma non Pete. Giocai contro di lui a Roma nel 1989 e mi dicevo ‘quel povero ragazzo non riesce a tenere una palla in campo’.”

Da quel giorno, per più di una decade, altri trentatré incontri, che vedono la loro conclusione nella finale degli Us Open 2002, vinta da Pete in quattro set. Non era soltanto tennis, ma una sfida capace di elevarsi dalla mera concezione di sport. Li vedevi chiaramente, due uomini così diversi costretti a dividere lo stesso campo.
Una sofferenza, per loro, trovarsi a subire il vincente da quello al di là della rete.

“Credo che il nostro peggior incubo sia svegliarsi il mattino seguente e ritrovarsi nei panni dell’altro”. Mai frase fu più corretta. Nessuno serviva meglio di Pete, ma il suo colpo di inizio gioco, opposto ad Andre, risultava spesso vano. Nessuno rispondeva meglio di Agassi, ma i suoi fondamentali, opposti a Sampras, parevano essere un gentile assist per una volée perfetta.

Sfide infinite di tensione e prodezze tecniche. Sampras-Agassi, in un tennis sempre più al passo con i tempi e mediaticamente avvincente, ha rappresentato, con le storie dei suoi protagonisti, il punto di passaggio tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo. Il tocco e la velocità dell’attacco a rete, stile tipico del tennis giocato nella seconda metà del novecento, contrastato dai primi scampoli dell’attacco da fondo, un must nella concezione tattica attuale.
Non c’è solo tennis, ma qualcosa di più. Un servizio ed una risposta. Probabilmente, ad essere sinceri, il miglior servizio e la miglior risposta, di sempre.

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