Strage dell’Heysel, quando il calcio venne sconfitto

 

Può lo sport generare mostri?
Può la gioia divenire incubo?
Può la sublimazione del calcio divenire vendetta?

La storia dello sport ha spesso e, purtroppo volentieri, presentato il conto a coloro che si sono immolati alla causa; di attori, cioè atleti, che in nome di una passione più forte di ogni paura hanno dato la loro vita per lo sport ne conosciamo fin troppi.
Ma se cinicamente ci si può sempre trincerare dietro un fatalismo assoluto, urlando al cielo “ha fatto ciò che in cuor suo voleva”, è impossibile giustificare, spiegare, capire quando questo crudele destino sceglie chi dello sport è solo innamorato.

Belgio, Bruxelles, stadio dell’Heysel.
Il 1985 sembra l’anno spartiacque tra passato e futuro, tra vecchio e nuovo, tra ieri e oggi.
Ritorno al futuro, il Live Aid, Super Mario Bros, e poi ancora Windows, la Milano da bere, la lotta armata al suo tramonto.
Fatti, momenti, capaci di proiettare la nostra società in quello che a quel tempo veniva chiamato semplicemente domani.
Il seme del futuro veniva piantano e abbondantemente annaffiato lasciando che rigoglioso crescesse in ogni ambito; non di meno in quello sportivo.

La Juventus di Le Roi, Michel Platini, era chiamata alla rivincita in Coppa dei Campioni, dopo la sconfitta ad Atene del 1983 per mano dell’ormai anonimo Amburgo; in un calcio in cui tre erano gli stranieri, e che stranieri, i bianconeri di Trapattoni puntavano dritti al bersaglio grosso.
Un campionato sottotono non lasciava ulteriori spazi; vincere si poteva e, a quel punto, si doveva.
Avversario: il Liverpool.

Lo stadio dell’Heysel, Bruxelles, però non brillava certo per efficienza; vecchio, anzi, vetusto, obsoleto. Semplicemente inadatto ad ospitare la finale del torneo più importante d’Europa.
In un periodo in cui la piaga degli Hooligans martoriava l’Inghilterra spargendo terrore in tutta Europa, la misure di sicurezza dispiegate dal servizio d’ordine Belga non potevano nella maniera più assoluta né prevenire né contenere la furia degli Inglesi.

Lo suddivisione in settori dello stadio non aveva portato a grandi risultati; se i tifosi juventini appoggiati a club organizzati avevano loro dedicata la curva sud, opposta a quella degli hooligans, i tifosi cosiddetti neutrali insieme agli juventini non organizzati erano confinati nel tristemente celebre settore Z, adiacente alla curva nord, presidiata dagli inglesi.
A dividerli soltanto una rete.
“Non c’era nulla che ci separasse dagli hooligans, se non una rete come quella che viene usata per i pollai”.

Molte più persone, fornite di biglietti fasulli, assieparono gli spalti in curva nord; la vicinanza con tifosi cosiddetti “neutrali”, non organizzati, ma soprattutto di fede juventina accese la scintilla definitiva per quello che verrà ricordato come uno degli eventi più tragici della storia del calcio moderno.

Gli Hooligans, si saprà poi con la scusa di “difendere” un ragazzino tifoso del Liverpool che stava subendo angherie dai tifosi juventini, invasero il settore Z; sradicarono, squarciarono le instabili reti divisorie e passarono il Rubicone.
I tifosi juventini cercarono di scappare in direzione del campo da gioco ma la polizia fece loro pressione schiacciando i malcapitati in una morsa tremenda, tragica, letale.

Nell’impossibilità di scappare, la maggioranza dei tifosi presenti nel settore Z si accalcò in alto, nella zona più debole della tribuna; ma a quel punto, la struttura debolmente sostenuta, si accasciò al suolo, accartocciandosi su sé stessa.
Un crollo che coinvolse tutti e che compresse ancor di più coloro che, ormai in preda al più completo terrore, cercavano di divincolarsi non solo dalla violenza degli Hooligans ma anche dalla calca di quelli che fino a poco prima erano amici, compagni, uniti sotto la stessa bandiera.

“Non sentivo più le scarpe, non toccavo più terra, persi la mano della mia compagna e non la ritrovai più. Ero in completa balìa della folla, credevo di morire”.
Trentanove morti.
Il tutto prima dell’inizio della partita più importante d’Europa.

I giocatori, in quel momento negli spogliatoi, dichiararono di non essersi accorti di nulla ma che soltanto l’intervento informativo di qualche dirigente li portò alla scoperta di “un fatto grave”.
“Sapevamo che era successo qualcosa, ma non credevamo una cosa così grave. Pensavamo al massimo ad un morto, non ad una strage”.
Tardelli, uno dei giocatori simbolo di quella Juventus, uscì insieme a Cabrini per capire, vedere con i propri occhi, ma nulla si risolse.
“Abbiamo cercato di calmare i nostri tifosi, erano scioccati, erano confusi, ma non ci eravamo accorti che gli spalti erano crollati.
Alcuni giocatori, come Platinì, erano già sotto la doccia; non eravamo pronti a giocare, non c’erano le condizioni psicologiche per farlo, non era più una festa.
Ma ci vennero a dire che la partita sarebbe stata valida comunque e che se non si fosse giocata si sarebbe creato ulteriore disordine con altri scontri, altri morti.
Non si poteva dire “io non gioco”, arrivati a quel punto non potevamo fare altro;
ma ci siamo sempre pentiti, quella non la ricorderà nessuno come una vittoria”.

La partita finì 1-0 per la Juventus; gol di Platini su rigore fischiato fuori area, rete che venne da lui festeggiata così come venne festeggiata, con tutti i giocatori della Juventus sotto la “sud”, la vittoria a fine partita.
“Sul momento i tifosi ci chiamarono sotto la curva per festeggiare, ma non dovevamo farlo. Sinceramente oggi chiedo scusa” dirà poi Tardelli.

Ai microfoni l’eterno Bruno Pizzul, che con il suo leggendario aplomb si trovò a gestire e ad affrontare una situazione non facile gravata dal fatto che collegati al televisore in quel momento milioni di telespettatori italiani pendevano, nel bene e nel male, dalle sue labbra.
“Due ragazzini, scampati alla tragedia, vennero da me in cabina di commento e mi chiesero di avvisare le loro mamme che stavano bene; con sommo rammarico e grande sforzo emotivo dovetti rifiutare perché, pensai, avrei tranquillizzato due mamme ma avrei potuto lasciare migliaia di altre mamme, amici e parenti ancor più in una dolorosa incertezza”.

Fu la prima Coppa dei Campioni vinta dalla Juventus, in una giornata che si rivelò indimenticabile, ma solo per motivi lontanissimi dallo sport.
Undici Hooligans furono assolti mentre altri quattordici condannati a cinque anni reclusione, mentre dal punto di vista sportivo tutte le squadre inglesi furono escluse per cinque anni dalle competizioni europee.

Una pagina nerissima, trasudante dolore, violenza ingiustificata, lacrime; una pagina che i protagonisti a fatica hanno voglia di riaprire, di sfogliare di nuovo, riesumando il lato più triste, vuoto e spaventoso di questo sport.

“Quella vittoria non mi lasciò nulla”.

 

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