Ulrike Maier, quella discesa fatale

Un corpo inerme si adagia via via sempre più lentamente, sulla neve bianca e candida sfregiata da coloro che alla ricerca di quel centimetro, di quel centesimo, si tuffano verso il traguardo.

Pochi attimi prima quel corpo da atleta tremendamente impegnato al proprio limite stava percorrendo la linea perfetta a velocità inimmaginabili per chi, sciando, frequenta piste domenicali.

Centocinque chilometri orari sono tanti, forse troppi, per chiunque; tranne per chi allo sci ha dato una vita intera fatta di sacrifici, di lavoro, passione.

Garmisch-Partenchirken nella configurazione da discesa libera è una pista ovviamente velocissima, con cambi di pendenza, curvoni motociclisticamente definibili “da pelo”; ma siamo nel 1994 e non esiste ancora una sensibilità forte in tema di sicurezza.

Ai lati del tracciato i punti più pericolosi sono protetti in maniera raffazzonata con sacchi posti a copertura di alcuni paletti, uno dei quali sarà fatale ad Ulrike Maier; quel paletto, deputato alla fotocellula per il calcolo del tempo intermedio, si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

La Maier infatti mentre a folle velocità si tuffava verso il rettilineo d’arrivo aveva una piccola incertezza con lo sci destro; un attimo, una percezione visibile.
Chissà in quel momento cos’ha pensato.
“L’ho perso”.
Oppure molto più semplicemente l’istinto ha fatto in modo che lo sci, con un colpo muscolare, rientrasse in linea immediatamente.

Ma sono bastati pochi metri.
Pochi attimi, decimi di secondo, per accorgersi di nuovo che lo sci, quello sci, in linea non ci sarebbe più stato.
La Maier perse completamente il controllo, le sue gambe così forti, così capaci non riuscirono a porre freno al rimbalzo che il precedente controllo ha scatenato.
Come un controsterzo che si ripercuote amplificato.

Le immagini successive sono strazianti.
La rottura delle vertebre cervicali spensero in un istante quella luce che l’aveva portata ad essere tra le più forti sciatrici a cavallo degli anni ottanta e novanta.
Ventisei anni, tre medaglie mondiali, venti podi in coppa del mondo.
Ulrike Maier perse la vita nell’anno in cui decise di porre fine alla sua avventura, per potersi sposare col suo compagno e vivere, sereni, insieme alla loro piccola bambina.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *