We wish you were here, Nicky

 

E’ bello raccontare storie.
E’ un po’ come riviverle, immergersi di nuovo in quei sapori, in quei colori.
Ma non è bello farlo quando quelle emozioni, ancora freschissime, sono state strappate via in un modo così brutale, così incomprensibile, così tremendo come accaduto a Nicky Hayden.

Capita spesso di parlare di Ayrton Senna, Gilles Villeneuve, Marco Pantani.
Se per Gilles ci si affida a video lontani, se per Ayrton si muovono ricordi di bambino, se per Marco gli occhi rivedono ancora le sue fughe ecco, in questa escalation di pugni allo stomaco piomba addosso, vivissimo, ciò che Nicky è stato per tutti noi appassionati.

E’ un po’ come riascoltare una vecchia canzone che quasi quindici anni fa ci accompagnava come un’amica invisibile e che ora, di colpo, torna ad invadere i nostri pensieri; perché anche se non la si ascoltava da un po’, noi ce la ricordiamo fin troppo bene.

Nicky era un po’ quella canzone; vivo e combattente negli anni d’oro di Valentino Rossi, quando tutti ammiravamo quel puntino giallo da Tavullia che in mezzo ad una marea di moto colorate si faceva largo riscrivendo, pagina dopo pagina, circuito dopo circuito, la storia di questo stupendo sport.
Vicino a lui Nicky, mai sotto i riflettori, ma sempre lì nel mezzo, come il mediano di Ligabue che “dopo anni di fatiche e botte vince casomai il mondiale”.
E che ora, come una sveglia tremenda, torna a farsi sentire.

In quei giorni difficili siamo stati bombardati da notizie, immagini, ricordi di quel pilota americano così simile al ragazzo figo della tv, così gentile nei modi, così spettacolare nella guida, come se fosse stato lui il protagonista di questo lungo film chiamato Motogp.
Ma non è stato così; Nicky non era il protagonista, era un ragazzo del Kentucky cresciuto a moto, famiglia e buone maniere.

Sono state snocciolate vecchie interviste, statistiche, numeri e attestati di stima di tutti coloro che con lui, con Nicky, hanno avuto a che fare.
Ed in un mondo così competitivo c’è da chiedersi se non fosse davvero così speciale, se davvero arrivati fin lassù si poteva rimanere, per una volta, sé stessi.

Non staremo a ripeterle quelle statistiche; non contano nulla ora.
Che sia stato oppure no campione del mondo ora conta zero.
Che abbia vinto uno dieci o cento gran premi non ha importanza.
Perché la sua forza era un’altra.
La passione.

Nicky amava ciò che faceva, tutta la sua vita era lì, in quella manopola del gas che ha solo due direzioni sì, ma quando il cuore di chi la comanda batte davvero forte non può che essere sempre aperta.

Di Nicky vogliamo ricordare questo.
Il suo cuore.
Perché per vincere tanto, per diventare pluricampioni del mondo, per scrivere la storia di uno sport è necessario essere perfetti.
Ma per guidare una moto da corsa come faceva lui, oltre il limite, lasciando sfogare selvaggiamente l’anima di un mostro su due ruote, ecco, ci voleva cuore.
Che in pochi hanno.
E che Nicky, tanto, aveva.

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