Wimbledon 2001: la favola di Goran Ivanisevic

Londra, 9 luglio 2001. Sul centrale di Wimbledon un gigante croato ha appena chiesto al raccattapalle di restituirgli la pallina con cui ha giocato il punto che, per la quarta volta in pochi minuti, lo ha portato a un quindici dal diventare Campione dei Championships nella finalissima contro l’australiano Pat Rafter. Superstizioso, fumantino, dotato di un servizio micidiale (10131 aces in carriera) e di una classe cristallina, Goran Ivanisevic incarna al meglio l’archetipo dell’atleta slavo tutto genio e sregolatezza, votato al serve and volley e mai una volta banale. Una gran carriera, quella del croato, che fino a quel pomeriggio londinese lo ha visto aggiudicarsi 21 titoli e issarsi, nel 1994, fino alla seconda posizione della classifica mondiale, suo best ranking. Palmares di tutto rispetto, dunque, ma che non comprende ciò che per qualsiasi tennista è la massima aspirazione possibile: la vittoria di uno Slam.

Batte la pallina a terra, Goran, e sa che mai prima d’allora era stato così vicino a quell’obiettivo, accarezzato più volte in passato ma visto sempre sfuggire dalle mani sul più bello e sempre sull’erba di Wimbledon, che per le sue caratteristiche di gioco si era inevitabilmente rivelata la superficie preferita fin dagli esordi.

Nel 1992, mentre la Jugoslavia, divenuta una polveriera dopo la morte di Tito, conosceva gli orrori della guerra civile e si avviava verso la disgregazione, il mancino di Spalato aveva raggiunto per la prima volta l’ultimo atto del prestigioso torneo inglese trovandosi di fronte l’estroso americano Andre Agassi, perfetto prototipo del contrattaccante da fondo campo. La finalissima, che aveva visto contrapporsi, prima ancora che due giocatori, due stili di gioco e di approccio al tennis differenti, da un lato il talento puro dall’altro una storia di allenamenti massacranti diretti dal padre fin dall’infanzia, era risultata una vera e propria battaglia. 7-6 per Ivanisevic il primo parziale, doppio 6-4 per Andre secondo e terzo parziale, facile 6-1 per lo slavo il quarto. La quinta partita aveva seguito i servizi, finché, sul più bello, al decimo game, braccia e gambe di Goran avevano tremato: due doppi falli ed una comoda voleè sbagliata in rete avevano spezzato il sogno del croato aprendo le porte del trionfo al Kid di Las Vegas.

Ivanisevic si prepara a servire da sinistra, guarda Rafter, lancia la pallina e colpisce con forza, puntando all’ace, come fatto su ogni battuta giocata dalla prima volta in cui ha preso in mano una racchetta. Larga di poco; sarà su una seconda palla che il croato dovrà giocarsi la Coppa, quella Coppa che tanto aveva sognato e che tanto aveva rimpianto quando si era dovuto accontentare del piatto d’argento riservato al secondo classificato.

Nel ‘94, infatti, come poi nel ‘98, Goran era nuovamente rimasto in gioco sui prati dell’All England Club fino all’ultimo match del tabellone, ma nonostante due grandi tornei disputati, nulla aveva potuto contro Pete Sampras, vero e proprio cannibale dell’erba negli anni novanta, vincitore di sette edizioni tra il ‘93 ed il 2000 e di fatto imbattibile a Londra. “Pistol” Pete aveva agevolmente superato l’eclettico avversario in tre set nella prima occasione (7-6 7-6 6-0), ripetendosi poi quattro anni più tardi al termine di una maratona in cinque set (6-7 7-6 6-4 3-6 6-2).

Dopo quell’ennesima delusione nella capitale britannica, la carriera di Ivanisevic sembrava aver iniziato la fase discendente della sua parabola, complici anche e soprattutto i tanti guai alla spalla che a cavallo tra vecchio e nuovo millennio avevano iniziato a perseguitare il croato. Nel 2000, condizionato per l’appunto da problemi fisici, Goran colleziona ben undici eliminazioni al primo turno, e nel 2001, quando a giugno arriva al Queen’s, dove sarà sconfitto all’esordio dall’italiano Cristiano Caratti, per inaugurare la stagione sull’erba, la sua classifica recita “125 del mondo”. Nonostante il declino delle ultime annate, tuttavia, gli organizzatori di Wimbledon sanno bene che, per quanto dato al torneo nel corso degli anni, Goran merita di poter calcare ancora una volta i prati dei Championships, e lo omaggiano così di una wild card, permettendogli così di entrare in tabellone.

Il gigante mancino si prepara nuovamente a servire, guarda ancora Rafter, lancia la pallina ed impatta. Si gioca in una bolgia, col Centrale molto più simile a uno stadio di calcio che non a un campo di tennis, diviso com’è tra tifosi in maglia a scacchi bianchi e rossi e “Kangaroos” australiani altrettanto calorosi e speranzosi. Il pubblico, da entrambe le fazioni, trattiene il fiato.

Wimbledon, come qualsiasi appassionato di tennis ben sa, non è un torneo come gli altri. C’è qualcosa nell’unicità della tradizione, nel fascino dell’erba, nella storia che trasuda da ogni angolo dell’All England Club e da ogni nome presente nell’albo d’oro, che fanno del Circolo londinese un luogo magico dove davvero tutto può succedere e ogni pronostico può essere ribaltato. Dopo essersi sbarazzato senza troppi problemi al primo turno del qualificato svedese Jonsonn con un triplice 6-4, di fatti, Ivanisevic inanella una serie di successi contro giocatori che, almeno una volta in carriera, sono stati tra i primi quattro al mondo.

Al secondo incontro Goran ha la meglio in quattro set dello spagnolo Carlos Moya, non irresistibile sull’erba ma già campione Slam col Roland Garros vinto nel 1998 e numero uno ATP per due settimane nel’99, col punteggio di 6-7 6-3 6-4 6-4. Due giorni dopo, poi, l’eclettico mancino si aggiudica la sfida di servizi bomba col giovane yankee Andy Roddick, anche in questo caso al termine di quattro parziali (7-6 7-5 3-6 6-3). Roddick, negli anni seguenti, come Ivanisevic giocherà tre finali ai Championships, venendo sconfitto in tutte e tre le occasioni da sua Maestà Roger Federer; lo stesso Roger Federer che, non ancora ventenne, negli ottavi di finale di quell’edizione del 2001 porrà fine al regno londinese di Sampras, superandolo in un incontro immediatamente consegnato all’epica di questo sport, ma questa è un’altra storia.

In ottavi e quarti, poi, Goran batte prima Greg Rusedski, canadese naturalizzato britannico, per 7-6 6-4 6-4, poi l’istrione russo Marat Safin, uno che se avesse accompagnato al talento anche una appena sufficiente propensione alla vita da atleta avrebbe potuto davvero scrivere la storia della racchetta, col risultato di 7-6 7-5 3-6 7-6.

Ivanisevic arriva così in semifinale col morale alto e la fiducia di chi sa che sta sorprendendo match dopo match tifosi ed addetti ai lavori. Nel penultimo atto del torneo, però, ad aspettare lo slavo c’è un giocatore che, in quegli anni, sui prati inglesi non è come chiunque altro. Tim Henman è l’idolo di casa, l’uomo su cui tutta la Gran Bretagna ogni estate punta per riportare a casa il titolo che nessuno riesce a far rimanere nei confini di Sua Maestà dai tempi di Fred Perry. Henman, anche lui classico giocatore da servizio e voleè, ha già raggiunto le semifinali due volte (‘98 e ‘99), in entrambi i casi battuto da Sampras, e adesso che l’americano di origini greche ha abdicato vede davvero a un passo la possibilità di arrivare fino in fondo nel torneo di casa, forte anche dell’onda positiva che può cavalcare dopo aver avuto la meglio su Federer nei quarti.

Il match, nei primi due set, non tradisce le attese: 7-5 per Goran il primo parziale, 7-6 per Tim il secondo. Nel terzo set, poi, l’inglese sembra prendere definitivamente in mano l’incontro rendendosi protagonista di un 6-0 in appena 15 minuti; quando, sul punteggio di 2 a 1 Henman a inizio quarta partita il britannico pare avere ormai già un piede in finale, succede l’imponderabile. Giove Pluvio, da sempre protagonista più che comprimario a Londra, inizia a scatenare la sua furia sulla capitale inglese; il match, sospeso, vedrà la sua conclusione solamente 48 ore dopo, di domenica. Ivanisevic, nonostante la spalla dolorante, alla ripresa dei giochi è mentalmente un altro giocatore rispetto a quello che stava vedendosi sfuggire la partita dalle mani. 7-6 per il croato il quarto, 6-3 ancora in suo favore il quinto; è finale.

Tra Goran e il titolo, come detto, ora c’è solo Pat Rafter, giunto alla sua prima finale a Wimbledon dopo un’altra maratona con Agassi (8-6 al quinto per l’australiano). A causa del meteo ostile dei giorni precedenti, per la prima volta in 115 edizioni il torneo maschile si conclude di lunedi, con gli organizzatori costretti a rivendere in poche ore i biglietti del Centrale a prezzi popolari, dando così vita a quello che sarà ribattezzato il “Monday’s People”. Il match, già dalle prime battute, giustifica ad ogni modo l’attesa, rivelandosi equilibrato ed aperto a qualsiasi possibile conclusione. Si arriva, inevitabilmente, al quinto e decisivo set, con i parziali di 6-3 Ivanisevic, 6-3 Rafter, 6-3 Goran, 6-2 Pat. I giocatori, entrambi ben consapevoli del peso specifico di ciò per cui stanno giocando, tengono i rispettivi servizi fino al 7 pari; poi, sul servizio dell’australiano, è Goran il primo a rompere gli indugi. Il croato si porta a palla break e, con una fantastica risposta di rovescio su un servizio non irresistibile di Rafter, strappa il turno di battuta all’avversario e si guadagna la possibilità di servire per il match. Primo match point; doppio fallo. Secondo match point; doppio fallo. I fantasmi della finale del ‘92 con Agassi iniziano a farsi largo nella mente di Ivanisevic, sul cui volto sembrano comparire delle lacrime. Terzo match point; un chirurgico pallonetto lungolinea del giocatore australiano prolunga ancora una volta la sfida. Quarto match point; fuori la prima.

Goran impatta la pallina con forza, mettendo nella sua seconda di servizio tutta la voglia di vincere che ha in corpo e tutto quello che aveva vissuto per arrivare fin lì. Risposta di Rafter, palla in rete, game set and match; è vittoria. Ivanisevic si lascia cadere sul prato del Centrale e si abbandona alle emozioni. Il gigante si commuove come un bambino, abbraccia l’avversario e con le mani nei capelli si gode l’abbraccio del Centrale e della folla in delirio per lui. Londra, per un pomeriggio, è provincia di Spalato, e l’All England Club è conquistato dalle maglie a scacchi dei tifosi croati. Mai prima di allora una wild card aveva vinto il torneo più prestigioso al mondo; mai il trionfo di un giocatore era stato accompagnato da un entusiasmo e da un calore come quello che adesso avvolgeva quel Tempio del Tennis. Goran Ivanisevic, quel 9 luglio del 2001, è entrato di diritto nella storia del tennis e, cosa che più conta, lo ha fatto a modo suo.

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